I fallimenti del Post-Pci in tutte le sue declinazioni

Anche Filippo Andreatta, studioso di vaglia, intervistato dal Corriere della Sera, cade nel luogo comune che vuole il fallimento del Post-Pci in tutte le sue tormentate declinazioni, perché diventato un ibrido tra la borghesia che vive nella Ztl e il Prm (Partito radicale di massa). È un comodo alibi che non aiuta a comprendere le ragioni del fallimento del Partito democratico e il trionfo della coalizione di destra-centro; tantomeno per affrontare e dirimere i tanti nodi venuti al pettine (manca il pettine, per parafrasare Leonardo Sciascia). L’espressione ha una certa età: la conia Augusto Del Noce, tra i più autorevoli filosofi politici cattolico-conservatori, nel 1978: più di quarant’anni fa. Di acqua sotto i ponti ne è passata. Anche la “riflessione” dovrebbe evolversi un po’ e fare qualche passo ulteriore. Torinese, antitesi del laico e progressista Norberto Bobbio, Del Noce a suo tempo è avversato dalle sinistre, ma anche dal cattolicesimo conciliare.

Da qui occorre partire, per comprendere il suo pensiero: sostiene che la sinistra progressivamente si svuota dei suoi valori “tradizionali”; che nel processo di scristianizzazione popolare, più di Karl Marx, giocano un ruolo fondamentale Freud e William Reich; di conseguenza il Pci si trasforma da partito popolare in radicale di massa; la sinistra in generale perde la sua vocazione di religione atea e salvifica, dimentica il progetto del “regno di Dio senza Dio”, che sostituisce con le “conquiste” del radicalismo: scientismo tecnologico, diritti soggettivi, individualismo amorale.

Se la sinistra e parte del mondo cattolico perdono la vocazione salvifica non ci si può che rallegrare. Ma è davvero così? Inoltre, un conto è teorizzare una presunta perdita di valori, altro sostenere che il partito “popolare’ cessa di essere tale perché’ diviene “radicale di massa”. Quel “massa” non è forse “popolo”? E quando mai, perché’ alla fine da Partito radicale di massa si finisce con individuare specificatamente i radicali, i libertari, Marco Pannella, costoro sono stati promotori di processi di scristianizzazione? Lo si ascolti con attenzione Pannella: è giusto il contrario. Il suo è un continuo rispetto e richiamo, anche letterale, a quei valori, spesso un appello a chi è chiamato a incarnarli; un continuo sostenere che ci sono valori di massa ignorati e di cui non si comprende portata e significato; brunianamente sostiene che nell’individuo c’è il “tutto”.

Per tornare a Del Noce: ne Il suicidio della rivoluzione, pubblicato nel 1978 da Rusconi, sostiene: “L’esito dell’eurocomunismo è quello di trasformarlo in una componente della società borghese. Persa per strada l’utopia rivoluzionaria, si è rovesciato nel suo contrario: anziché affossare la borghesia ne è divenuta una delle sue più salde componenti. Il partito rivoluzionario fornisce l’occasione allo spirito borghese di realizzarsi allo stato puro. Il comunismo di Gramsci è divenuto l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico neocapitalistico”. Come si vede, e senza per questo dover condividere la analisi/previsione, la questione posta da Del Noce è più ampia e complessa. Non va certamente banalizzata per giustificare fallimenti tattici e strategici del volenteroso Enrico Letta, che sono errori, miopie, lacune di un intero gruppo dirigente intriso di annosa autoreferenzialità arrogante e presuntuosa.

Accade che a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, Isabella Rauti prevalga su Emanuele Fiano. Ma da tempo Sesto San Giovanni è perduta. I disastri in Regioni sicure come Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, da tempo erano annunciati, si avvertivano inquietanti scricchiolii e segni di cedimento; chi doveva ascoltare doveva e poteva capire. In questi anni si è ci si è chiesti, per esempio, chi erano gli iscritti alla Cgil dei tempi di Luciano Lama e questi di oggi di Maurizio Landini? Un raffronto è illuminante. Ma questa “evoluzione” non la si deve certo perché ai sacri testi del marxismo si sarebbe sostituita la psicanalisi o lo strutturalismo.

È l’egemonia sprezzante e soffocante, la gestione del potere, il suo abuso, l’aver inseguito demagoghi e populisti sul loro terreno, che ha provocato e provoca un senso di ripulsa e rivolta. Nei primi anni 70 il Pci era timoroso che il suo “popolo” votasse contro la legge Fortuna Baslini sul divorzio, e non capiva che invece sarebbero stati gli elettori della Dc e del Msi a voltare le spalle ai loro partiti; già allora avevano perso, nonostante le sezioni presenti accanto a ogni campanile, il contatto con il loro “popolo”, non lo capivano, non lo ascoltavano. A Enrico Letta e a tutti (tutti!) i suoi predecessori, andrebbe raccontato chi era Argentina Marchei. Sicuramente non lo sanno.

È stolto pensare che il Pd sia diventato il partito di élite, perdendo fasce di elettorato popolare e settori sociali marginali che più hanno patito e patiscono le difficoltà della crisi economica, perché i presunti valori tradizionali sarebbero stati sostituiti da diritti soggettivi quali testamento biologico, eutanasia, riforma carceraria, Lgbt, unioni e adozioni civili, Ius soli. Questi diritti presunti soggettivi (sono invece di massa, tutto quello che riguarda la vita, la morte, il come vivere, non è questione di élite, ma di tutti nessuno escluso), si è ben compreso che li si trattava strumentalmente, artificiosamente, senza convinzione. È per questo che è venuta meno la fiducia e quindi il consenso.

Presto per dare un giudizio sul dibattito all’interno del Pd alle prime battute. Non è infondato il timore che tutto finisca col ridursi in sterili evocazioni, che non si sappia elaborare un programma credibile, ci siano fortissime resistenze a un rinnovamento dei quadri, si assista a un avvilente carosello di reciproche denigrazioni e lotte di faida interna. Magari il Pd riuscisse a trasformarsi il Prm (Partito radicale di massa) e liberarsi completamente delle passate incrostazioni e dei vecchi “vizi”, e acquisti contemporaneamente nuove “virtù”. Il problema è che non ce l’ha fatta finora, chissà se ce la farà in questa sua tormentata fase. Per ora nulla induce all’ottimismo.