Dichiarata guerra alla Ue

Una lettura degli eventi e dei dati macroeconomici senza alcuna lente politica ovvero alcuna interpretazione di parte potrebbe portare ad una valutazione dei fatti ormai chiara in alcuni aspetti. Ci si aspetta una riduzione dell’inflazione a partire dalla fine sull’anno in corso e un sicuro rallentamento dell’economia con alti rischi di recessione nel 2023. La curva dei rendimenti Btp e dei tassi Irs è divenuta negativa scontando nel lungo periodo (oltre i dieci anni) tassi a breve superiori di quelli a medio-lungo periodo (Tasso Irs: Interest rate swap sono i tassi di riferimento con cui vengono definiti i mutui a tasso fisso nelle diverse scadenze; Il tasso Irs inoltre si differenzia dall’Euribor, che invece è usato come parametro per i mutui a tassi variabili). Questo vuol dire che il mercato sconta una recessione di lunga durata che a mio avviso si sta sottovalutando.

Il combinato disposto dell’incidente sull’infrastruttura del Nord Stream 1 e 2, che porta il gas dalla Russia in Europa passando per la Germania con la politica restrittiva monetaria da parte della Bce (la Banca centrale europea) di seguire, erroneamente a mio avviso, il rialzo dei tassi della Fed (la Banca centrale americana) senza distinguere sulla diversa natura dell’inflazione, pone il sistema economico europeo in una posizione di alta probabilità recessiva. Infatti, non considerare che la natura inflazionistica Usa è dovuta all’eccesso di domanda e non come in Ue ove il rialzo dei prezzi è originato dalla rottura degli stock post-pandemia, dalla speculazione ed infine dal prezzo dell’energia che rischia di aggravare sia nella profondità che nella durata la recessione in arrivo.

Pertanto, potremmo assistere negli Usa a una “recessione controllata”, pronta a ripartire dopo il raggiungimento del tasso di equilibrio individuato tra il 3,5 per cento ed il 4,2 per cento con un contemporaneo inizio di riduzione dell’inflazione che si prevede per la fine dell’anno in corso ed assistere invece nella Ue ad una recessione duratura ed incontrollata a causa del perdurare dell’inflazione nonostante la politica monetaria restrittiva non causata esclusivamente dalla domanda interna. Naturalmente il rafforzamento del dollaro potrebbe avvantaggiare le esportazioni Ue, ma la crisi energetica potrebbe, nella sua massima espressione, portare ad un lockdown di alcuni settori industriali che non approfitterebbero della debolezza della valuta europea. Nessuno ha la sfera di cristallo ma la semplice lettura dei dati e degli eventi porta questo scenario pessimistico come quello più probabile.

Certamente siamo in presenza di variabili non prevedibili come l’esito della guerra Ucraina così come il dubbio sul reale impatto del rialzo dei tassi dopo anni di Quantitative easing (immissioni di liquidità dalle banche centrali nel sistema monetario) iniziato a partire dal 2008. Infine, ricordiamo l’impatto sul costo del debito che il rialzo dei tassi potrà originare ma a mio avviso tale impatto verrà più che compensato dalla stessa inflazione che ridurrà in assoluto il rapporto debito-Pil. Allora cosa fare? Dovremmo agire immediatamente sia a livello europeo che dei singoli stati membri a seconda delle caratteristiche dei rispettivi sistemi economici.

A livello europeo bisognerà immediatamente intervenire sul problema energetico: creare un’unica c’entrale di acquisto del gas che faccia da stanza di compensazione, rivendendo ai singoli Stati, ad uno prezzo fisso e definito la stessa ad ogni Paese dell’Ue. Ovvero come soluzione alternativa finanziare ai singoli Stati un credito di imposta europeo pari alla differenza del costo energetico del 2022 rispetto al 2021. Ovvero utilizzando l’ipotesi di un price cap. La modalità tecnica non è importante quanto la tempestività dell’intervento.

Evitare dunque quelle fughe in avanti (vedi i 200 miliardi di scostamento della Germania per affrontare il caro bollette) distinguendo gli stati europei tra Paesi di serie A e Paesi di serie B. Un argomento che critico e delicato che necessita di specifico approfondimento che sarà oggetto di una successiva pubblicazione. Contemporaneamente assistere gli stessi Stati nel costo di eventuali politiche di coesione sociale sia verso le famiglie che imprese. Tali politiche dovrebbero essere concordare dai singoli Stati con la Commissione europea. I fondi necessari si otterrebbe con l’emissione di bond europei sottoscritti dai mercati finanziari. Tutto questo per il tempo necessario al raggiungimento di un equilibrio di sistema che si potrà declinare al raggiungimento di particolari livelli di inflazione o altro indicatore-i economici e monetari.

Ma la cosa più importante è che alla fine di questo percorso si potrebbe finalmente parlare di Un’Europa politica raggiungendo un grandissimo ed ambizioso risultato da troppi anni rimandato per gli egoismi dei singoli Stati. L’Europa dovrà utilizzare tale crisi per uscirne unita e trasformata: Un’Europa che interviene in nome di quella sempre sbandierata “sostenibilità” in questi casi sociale dei popoli membri. Quella sostenibilità che per anni è divenuta mantra e moda dell’economia europea e che non sia solo ambientale e finanziaria ma che si espliciti anche nella capacità di una convivenza dignitosa di tutti i cittadini membri della Ue.

Ne potremmo uscire molto più forti e con la legittimazione popolare che da anni si erode dietro singole politiche monetarie e di bilancio. A livello dei singoli Stati bisognerà indirizzare tutte le risorse disponibili per un congelamento tramite una nuova moratoria dei debiti bancari da applicare sia per i privati che per le imprese sino a 24 mesi. Congelare gli avvisi bonari e le cartelle esattoriali annullando il costo delle sanzioni e degli interessi. Dare la facoltà sia a privati che alle imprese di rateizzare o rimodulare il numero delle rate a scadenza di qualsiasi imposta o tassa in funzione della capacità del contribuente senza limiti di tempo con un tetto massimo a 15 anni. In tal caso le famiglie e le imprese potranno consolidare il proprio debito fiscale a tassi di mercato senza applicazione di ulteriori oneri.

Sempre a livello fiscale si potrebbe proporre per tutte le Partite Iva un “accordo di pianificazione fiscale” in cui si stabilisce a priori l’entità delle imposte da versare nei prossimi 2 anni in base alla media delle singole imposte degli ultimi 3 anni. Eliminazione dell’Iva sui prodotti di prima necessità nonché un Bonus famiglia parametrato al numero dei figli con Isee sino a 37mila per affrontare il rialzo del costo del carrello della spesa. Tutto ciò avrebbe costi sostenibili e senza alcun scostamento di bilancio poiché trattasi di sospensioni e rimodulazione piani di ammortamento e scadenze. Tutto ciò servirà ad aprire l’ombrello in caso di forte pioggia e preparare il sistema a ripartire non appena le nuvole minacciose si dissolveranno.