L’Italia alla sua svolta?

La destra politica non è figlia del fascismo.

I valori della destra preesistono al fascismo, lo

hanno attraversato e ad esso sono sopravvissuti.

(Pinuccio Tatarella, 1994)

Non v’è dubbio che la storia d’Italia sia stata da sempre caratterizzata da una profonda dicotomia. Senza voler tornare indietro – solo per fare qualche esempio, al tempo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini per il Papato o l’Impero oppure a quelle tra le repubbliche di Genova e Venezia per il dominio dei traffici in Oriente – ma venendo a tempi più vicini, basti pensare alle contrapposizioni tra Stato e Chiesa, tra interventisti e neutralisti per l’ingresso nella Prima guerra mondiale, tra fascisti e antifascisti, tra Monarchia e Repubblica, tra comunisti e anticomunisti e via dicendo.

In realtà, per una certa maturazione della stessa sinistra e per un’apparente legittimazione, da parte della stessa, delle forze liberaldemocratiche, coagulatesi nell’allora centrodestra (Pdl), sembrava essersi inaugurata, forse per la prima volta nella storia d’Italia, una nuova stagione politica più collaborativa e scevra da ideologismi di sorta. Ma così non è stato, né lo è ancora, per tutto un susseguirsi di eventi che hanno mostrato tutto il livore confusamente illiberale che domina ancora la nostra società, soprattutto da parte di una sinistra in “pieni crisi di nervi”, che, a ridosso ora delle elezioni politiche, sembra ancora fatalmente imprigionata in una macabra appartenenza irrisolta.

È come essere tornati all’improvviso al clima da “ultima crociata” nelle elezioni politiche del 1948, allorquando erano in gioco i destini di questa dilacerata Repubblica, con una sinistra nel suo insieme, la quale, piuttosto che discutere di programmi, risanamenti economici e varie, non trova di meglio che scaricare addosso agli avversari politici montagne di bugie, insensati odi e veleni, infondate accuse di rozzezze xenofobe, omofobe, talché si è ormai incapaci di discutere, di analizzare, di pensare seriamente.

Sembra essere grottescamente tornato in auge l’immagine di quell’Italia che Francesco Cossiga ebbe a suo tempo a definire come il maggior Paese a “socialismo reale” al di fuori del mondo allora dichiaratamente comunista, in cui restano sempre in agguato un bizzarro istinto cripto-collettivistico in uno ad un pregiudizio nei confronti della destra, relegata così o ad un mero tradizionalismo evoliano o ad un nostalgismo fascista di marca almirantiana.

Come già accennavo in altro scritto, è proprio quest’opera di sciacallaggio della sinistra nostrana – che paventa, in caso di vittoria delle forze di centrodestra, scenari cupi sia livello interno che in campo internazionale – ad eccitare le passioni ideologiche tra persone che non si sentono più legate da vincoli comuni e da doveri di reciproca tolleranza, instaurando così un clima di rinnovata guerra civile strisciante tra “rossi” e “neri”, sacrificando in tal modo la riflessione intellettuale e politica a tutto vantaggio di una contrapposizione concettualmente “armata”.

Non a caso, invece, la citazione d’apertura, dovuta all’ideologo primario della svolta fiuggina, che colloca l’ideologia della destra in un quadro storico nient’affatto identificabile col fascismo, ritrovando invece essa validi riferimenti dottrinari nella destra liberale post-unitaria, la cosiddetta “destra storica”, allora tesa alla soluzione delle immani problematiche interne che attanagliavano il Paese dopo la conseguita unità piuttosto che alle politiche di potenza, per un’Italia che non poteva considerarsi tale, così come invece farà più tardi la sinistra, che, tralasciando nodi irrisolti, darà la stura alle avventure coloniali, peraltro tragicamente conclusesi nel 1896 con la disfatta di Adua.

L’atteggiamento di quelli della sinistra dunque, da sussequiosi tutori della “Grandeur répubblicaine” partorita dalla retorica resistenziale e costituzionale, che però va caratterizzandosi ora da un fastidio crescente, assume nei confronti della destra, ora più che mai, il carattere di un verdetto inesorabile che si risolve in un inappellabile giudizio liquidatorio, in base al quale la destra è vista come una malattia morale, come l’autobiografia di una nazione incolta, reazionaria e sessista, come espressione dell’arretratezza del nostro Paese rispetto all’Europa più civile. Insomma, un interdetto, quello della sinistra, che assume lo stesso carattere naturale che ha l’incesto e che si nutre dell’idea che la destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia, l’Italia imbrogliona, quella che evade le tasse, quella che non sa le lingue, che non fa la fila e che non è iscritta al Fai.

Con la destra, dunque, come ha argutamente osservato da Ernesto Galli della Loggia, la “classe dei colti”, l’élite italiana animata ancora dall’ideale del “filosofo re” – quando non proprio da un meschino” interesse di classe”, per cui un gruppo di persone lotta non solo per affermare la propria superiorità morale e intellettuale, ma anche e soprattutto per arrivare al capezzolo dell’apparato statale e partitico (basti solo pensare alla tivù di Stato!) – non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra, avendo questa occupato tutti gli spazi del potere, del sottopotere e di tutti i suoi recessi.

Riammettere pleno iure la destra nella Storia d’Italia, pertanto, configura per la sinistra il rovesciamento dell’ideologia resistenziale posta a fondamento della Costituzione repubblicana – con ciò espungendo dalla storia del Paese tutto il passato fino al ‘45, non solo quello fascista ma anche quello risorgimentale e della Corona – e del compromesso storico che aveva determinato l’incontro tra cattolici, comunisti e laici, con la ferma opposizione liberale, ciò che ha consentito alla sinistra di colonizzare gli apparati della società civile e tutta l’arena del potere politico e amministrativo.

Quella stagione consociativa ha di certo resa ancora più problematica l’affermazione della cultura politica liberale, una progressiva debolezza che invero prende corpo già dalla fine del centrismo degasperiano, una stagione inaugurata da Alcide De Gasperi nel 1947– dopo essersi chiuso il processo di pace con un bilancio praticamente fallimentare, e proseguita appunto con i governi degasperiani e scelbiani – che, si sa, non fa parte del bagaglio comune dell’opinione pubblica italiana e sulla quale pende a tutt’oggi una sommaria sentenza liquidatoria.

È proprio alla progressiva crisi liberale che fa da contraltare l’affermazione della sinistra, insediatasi ormai al cuore del potere politico, una crisi che non si è ancora riusciti a recuperare neppure in quest’ultimo ventennio, una crisi che sicuramente viene da lontano, già dagli insuccessi circa la formazione di una “Grande destra” negli anni Cinquanta – dalla mancata formazione del “Blocco delle forze nazionali” nel 1951/52 alla scissione monarchica nel ‘53, dal fallimento dell’Unione combattenti d’Italia di Giovanni Messe nel ‘58 all’insuccesso del governo Tambroni – fino allo sfaldamento del Pdl nel recente passato.

Ma, come già dicevo in precedenza, l’insuccesso della destra ha rappresentato non soltanto una sconfitta politica ma anche uno smacco culturale che s’identifica – lo si voglia riconoscere o meno anche e soprattutto da parte di quelle forze attuali che si dicono liberali pur guardando con “l’occhio strabico” a sinistra – con l’eclissi del pensiero liberale nell’Italia repubblicana, dovendosi ammettere invece che i valori essenziali del liberalismo sono ormai patrimonio comune, al di sopra di pur sussistenti lievi ma inessenziali motivi di differenziazione tra le attuali formazioni di centrodestra.

Historia docet, recita l’antica massima latina, per cui in questa drammatica tornata elettorale ci si sarebbe aspettati che, forti deli errori del passato, gli attuali partiti avessero mirato se non proprio alla formazione di una “Gande destra” come monolitico indiscusso aggregato politico, almeno ad un patto di federazione, con tanto di regole e di Statuto e con un univoco messaggio programmatico forte ed autorevole, una sorta di Union Sacrée che fosse in grado di riposizionare la destra nel suo complesso contro il rullo compressore di “un’assassina” clacque sinistroide, affermando nel contempo a voce alta una comunanza di idealità oltre che di univoca progettualità per un futuro che si delinea sempre più a tinte fosche sotto ogni profilo, morale, sociale ed economico per il Paese.

Non è stato, non è cosi, purtroppo, poiché si assiste ad uno spezzettamento di programmi e di obiettivi a seconda del sentire dei rispettivi leader della coalizione, una intesa che a volte sembra navigare in una sua nebulosità di intenti e che, procedendo cosi “in ordine sparso”, pur ottenendo una maggioranza più o meno larga dei consensi elettorali, non sembra dare piena garanzia circa la completa riuscita dei progetti di governo, tenuto anche conto delle immani difficoltà di scardinare una volta per tutte il consolidato sistema di potere della sinistra, una organizzazione da troppo tempo profondamente ramificata e capillarmente strutturata, una sorta di metastatizzazione di tutti gli apparati pubblici – gestionali, politico-amministrativi, giurisdizionali – nonché del mondo della cultura e della società civile che dietro lo Stato si occulta.

Insomma, una melassa putrida in cui non sarà affatto facile districarsi ove non si trovi la forza di agire fermamente all’unisono per stroncare quell’egemonia – dal terreno culturale e dei rapporti di produzione a quello dello Stato e suoi apparati – che la sinistra, in forza di assunti gramsciani, è riuscita nel tempo a realizzare. Non vorremmo, dunque, che la domanda posta nel titolo rimanesse solo esercizio retorico e che si continuasse a navigare nel piatto mare dell’incoscienza e dell’ambiguità di una nazione incompiuta.