Votare da grandi

Tutti dicono di aver indovinato l’esito delle elezioni politiche: e in effetti è altamente probabile che saranno vinte (taluno sostiene stravinte) dal centrodestra. Di per sé nulla di strano: dopo il decennio (abbondante) passato, avrebbe sorpreso il contrario.

Interessa notare come, in particolare, nella comunicazione dei messaggi il duo Giorgia Meloni-Matteo Salvini (un po’ distanziato Silvio Berlusconi) abbiano per così dire innovato i parametri, non solo i contenuti. Spieghiamo un po’: tutti i partiti si differenziano per “contenuti”; chi vuole più libertà, chi più uguaglianza; chi più Europa, chi meno; chi più assistenza, chi meno spesa. Tuttavia, nel messaggio dei due leader del centrodestra (Meloni è ancor più esplicita) cambia, in ispecie rispetto al centrosinistra il parametro delle scelte proposte e, più in generale, dell’azione futura di Governo: per i primi è l’interesse degli italiani, per gli altri (cosa consueta) la bontà delle scelte. Intendendo come “bontà” la corrispondenza a norme etiche e, in certa misura, anche giuridiche. L’interesse nazionale e la “bontà” appartengono entrambi all’idea di Stato – e più in generale – di sintesi politica. Non c’è Stato che non abbia l’idea direttiva e la finalità di proteggere la comunità, come altresì di realizzare certi valori etici e anche giuridici.

Da sempre, ma ancor più negli ultimi trent’anni, ha prevalso decisamente il richiamo a messaggi di elevato contenuto morale, a cui corrispondeva (ad hoc) l’evidenziazione della deteriore caratura morale dell’avversario politico. La demonizzazione di Berlusconi (ma non solo) è stata emblematica, come ha contribuito molto alla detronizzazione del Cavaliere e alla intronizzazione di governi che degli interessi degli italiani se ne sono poco curati. Il tutto è provato dai risultati. Invece, nella comunicazione del centrodestra l’accento non è tanto sull’appetibilità del programma (ovvio), quanto sul conseguimento di risultati positivi per l’interesse nazionale. Di per sé questo è un ribaltamento, ma anche un segnale (se, come probabile, condiviso dalla maggioranza degli elettori) di maturazione politica; mentre l’inverso è sintomo d’ingenuità e, dato il contesto, di decadenza politica e culturale. Il primo valuta in base ai fatti e ai risultati: da Niccolò Machiavelli (il XV capitolo de Il Principe) il realismo ha contrapposto alle “immaginazioni” la realtà dell’analisi dei fatti valutati razionalmente e in base ai risultati ottenuti. Mentre per il non-realista il problema è come conformare la realtà alla propria immaginazione. Georg Wilhelm Friedrich Hegel scriveva che tale metodo fa la testa gonfia di vento (cioè, diremmo oggi, di aria fritta).

E che non si tratti solo di vento – cioè di dabbenaggine – ma di astuzia è un dubbio costante: come scrive Machiavelli, prendendo ad esempio Alessandro IV, il Principe non deve mantenere le promesse “quando tale observazione gli torni contro e che sono spente le coazioni che le fecero permettere”, anche perché non mancano mai le giustificazioni per farlo: lo vuole l’Europa, c’è uno spread in arrivo, dobbiamo aiutare l’Ucraina. Dati i precedenti in tal senso, aspettatevi che i piddini lo ripetano.

La conseguenza di ciò è che nel pensiero politico realista chi si conforma all’“immaginario” è un ingenuo; come Pier Soderini che, nell’epigramma di Machiavelli, Minosse manda al “limbo con gli altri bambini”. O Messer Nicia che collabora, tutto contento, alla propria cornificazione (“quanto felice ciascun sel vede, chi nasce sciocco ed ogni cosa crede”). E Max Weber che considerava, chi lo fa, un bambino.

Per cui cambiare il parametro o almeno dar più valore ai fatti che alle aspirazioni, ai risultati più che alle intenzioni, significa maturare politicamente da bambino ad adulto. E se tale criterio si consoliderà, farà bene anche al centrosinistra, stimolato a conseguire risultati e non a elaborare fantasie. Perché in politica chi non fa l’interesse della comunità non è che fa del bene. Realizza un altro interesse: quello degli altri.