Nel 2011, l’anno di insediamento del Governo di Mario Monti, il ministero dell’Economia e l’Agenzia delle Entrate fecero girare uno spot televisivo in cui compariva il primo piano di un tipo losco, sguardo cupo e barba mal curata, che rappresentava l’evasore fiscale. La pubblicità recitava così: “Chi vive a spese degli altri danneggia tutti. Battere l’evasione fiscale è tuo interesse”.

A parte ogni considerazione sullo spot in sé, il messaggio era sicuramente valido, perché l’evasione fiscale è un male del nostro Paese e va combattuto. Peccato, però, che l’opinione pubblica fu colpita anche dal fatto che l’Amministratore delegato di Equitalia e capo dell’Agenzia delle Entrate guadagnava oltre 770mila euro, più del doppio dei 300mila dollari che percepiva l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Una cifra esorbitante per un funzionario di Stato che dovrebbe svolgere la propria attività al servizio dei cittadini, senza alcun rischio d’impresa. Alla fine, rimase il dubbio su chi fosse colui che viveva davvero alle spalle della collettività.

Ma la lista dei funzionari pubblici che guadagnavano cifre ragguardevoli era molto lunga e vedeva, tra gli altri, i vertici delle altre Agenzie fiscali, dell’Inps, del Coni, di Invitalia, di Cassa depositi e prestiti, i capi di Stato maggiore delle Forze armate. Fu così che il Governo Monti, chiamato a risollevare le sorti di un Paese sull’orlo del default, decise di porre un tetto agli stipendi statali individuato nella mensilità del primo presidente della Corte di Cassazione. Passarono diversi anni e l’Italia dovette affrontare l’ormai famosa pandemia del 2020 che di fatto bloccò il sistema produttivo del Paese, calando una tremenda mannaia nel settore privato. Il Governo mise in atto una serie di provvedimenti a sostegno dell’economia che determinarono un ulteriore scostamento di bilancio e un aumento del debito pubblico.

Piano piano i privati, a partire dal settembre 2020, ricominciarono lentamente a lavorare mentre gli uffici pubblici di riferimento per imprese e autonomi (Ade e Inps) continuarono a rimanere inaccessibili per tutto il 2021 sempre a causa del Covid. Il 2022 doveva essere l’anno della rinascita ma la sciagurata guerra in Ucraina oscurò nuovamente il futuro degli italiani, aumentando vertiginosamente i costi di gas, petrolio e grano riportando l’inflazione al 9 per cento come non si vedeva in Italia da almeno 30 anni.

Cosa fece allora il Parlamento in un contesto di profonda crisi economica in cui famiglie e imprese guardavano con apprensione al futuro e con il debito pubblico alle stelle? Con un correttivo aggiunto in extremis al decreto Aiuti bis il Senato della Repubblica pensò bene di consentire il superamento del tetto dei 240mila euro annui ai vertici delle Forze Armate e dei Ministeri. In particolare, avrebbero potuto beneficiarne il capo della Polizia, i comandanti generali di Carabinieri e Guardia di Finanza, il capo dell’Amministrazione penitenziaria, i capi di Stato maggiore della difesa, il comandante del Comando operativo di vertice interforze, e il comandante generale delle Capitanerie di Porto e tutti i Capi dipartimento, i segretari generali di presidenza del Consiglio e Ministeri. L’emendamento passò con un voto trasversale, dato che in aula solo Fratelli d’Italia, Lega e Movimento Cinque Stelle si astennero.

L’indignazione che cominciava a montare perfino tra l’italico gregge – e il disappunto sia di Sergio Mattarella, sia di Mario Draghi – spinsero tutti i partiti a prendere le distanze da quell’emendamento, quasi come se lo stesso si fosse autogenerato in Senato e fosse stato votato malgrado la volontà contraria degli stessi senatori che lo avevano votato. Allora, la commissione Bilancio della Camera approvò un emendamento soppressivo dell’invisa norma e la Camera sfece ciò che il Senato il giorno prima aveva fatto.

Calò così il sipario sul teatrino della brutta politica, a conclusione di quella che sarà ricordata come la legislatura più inadeguata della storia della Repubblica. Almeno spero.