L’Italia al voto: intervista a Maurice Pascal Ambetima

L’Italia è sempre più vicina all’appuntamento elettorale del 25 settembre. Sebbene ogni rinnovo del Parlamento sia un evento di straordinaria importanza, quest’anno appaiono delle situazioni straordinarie mai affrontate nella recente storia repubblicana. È il primo momento elettorale nazionale dall’inizio (e dalla fine) della pandemia, il primo in tempo di gravissima instabilità internazionale, il primo in uno dei momenti di crisi più grave che i cittadini abbiano mai affrontato (energetica, economica, sociale). Sentiamo che i venti di guerra intorno a noi sono sempre più vorticosi; chiudono piccole e grandi aziende per l’aumento dei prezzi; forse, si sta prefigurando un ritorno al passato di qualche decennio fa, caratterizzato da morboso risparmio e consumo ridotto a meno dell’essenziale. Parliamo di politica nazionale in vista del voto – sempre con uno sguardo ai contenuti internazionali – con Maurice Pascal Ambetima, dottorando in Diritto internazionale alla Sapienza, tornato da poco in Italia dopo un periodo di ricerca in Belgio.

Come arriva l’Italia all’appuntamento elettorale di fine mese? Lo sfondo di un difficile inverno per il settore energetico porrà il prossimo premier nell’ottica di dover fare scelte importanti e forse impopolari. Cosa ne pensa?

Onestamente, credo che queste elezioni rappresentino un crocevia importante per la politica estera italiana. Ascoltando attentamente le dichiarazioni dei leader, il Centrodestra potrebbe impostare sicuramente un approccio più conciliatorio sulla questione delle sanzioni contro la Federazione Russa. Sebbene Fratelli d’Italia abbia sempre sposato una linea che riconosce Mosca come Stato aggressore, alla fine, credo che le posizioni di Forza Italia – che trova in Berlusconi l’antico alleato e amico di Putin – e della Lega possano spostare molto l’asse strategico nazionale in relazione ai rapporti con la Russia e all’approvvigionamento energetico. Il centrosinistra sposa la posizione più rigida della Von der Leyen. Il Movimento 5 stelle, per le sue contraddizioni interne, si dichiara spesso semplicemente “pacifista”, e adotta approcci disordinati.

Qual è la campagna elettorale che in termini di promesse la affascina di più sotto il profilo della politica estera e del rapporto con i nostri partner storici?

Credo che sia interessante il modo in cui la presidente Meloni stia provando a comunicare con l’elettorato moderato, cercando dialoghi con gli esponenti conservatori “classici”, come i repubblicani negli Stati Uniti, e promettendo lealtà al fronte Nato. Sicuramente, sebbene non mi affascini sostanzialmente nulla del programma di Fratelli d’Italia, questo tipo di comunicazione sta sortendo un suo effetto anche nelle élite internazionali. La politica estera del centrosinistra è sempre la stessa da qualche decennio a questa parte: atlantismo, europeismo e aderenza ai legami con partiti e partner storici democratici e socialisti. Diciamo che, per onestà intellettuale, bisogna riconoscere che la leader di FdI sta cercando in ogni modo di levarsi lo stigma della “brutta e cattiva”. Il fatto che si cosparga il capo di cenere, tuttavia, non implica che le parole spese aderiscano integralmente a quella che è la sua vera natura. Quest’ultima, infatti, sarà tutta da scoprire.

Si è parlato anche di ingerenze di politici di altri Stati sulle elezioni politiche. Cosa ne pensa?

Ritengo che, da sempre, vi siano entità politiche e non che cercano di influenzare le elezioni negli Stati democratici. Se è accaduto più volte negli Stati Uniti, si figuri nella nostra realtà nazionale. Sono fenomeni sui quali bisogna mantenere la massima attenzione, pur comprendendo che i soggetti che causano tali “ingerenze” spesso non sono del tutto conosciuti o operano al di fuori della nostra giurisdizione. Il punto è cercare gli anelli deboli nella nostra macchina statale. Si ricorda di quell’ufficiale della Marina che consegnava documentazione sensibile a un militare russo nel marzo dello scorso anno? Questi sono aspetti su cui bisogna lavorare parecchio. Come anche quelli legati alla Cybersecurity e alle fake news che si propagano sui social network.

In che direzione dovrebbe andare l’Italia, dopo la formazione del nuovo governo, sul piano delle relazioni esterne?

Mi auguro che l’Italia mantenga un profilo atlantista, a seguito delle elezioni di fine mese. Allo stesso tempo, mi auguro che possa avere un premier lungimirante che permetta al suo Paese di avere un ruolo decisivo, conservando un ruolo mediano tra le posizioni di Francia e Germania. Non mi dispiacerebbe che il prossimo primo ministro prenda sul serio alcune questioni cruciali dell’integrazione europea: la sicurezza interna ed esterna dell’Unione, ad esempio, e l’opportunità di riformare il processo decisionale, che offre ancora troppi margini di discrezionalità per le entità nazionali. Ovviamente, non credo che il mio punto di vista sarà quello maggioritario alla fine di questo mese. Staremo a vedere, come sempre.