Carlo Taormina: “Mi candido per giustizia”

Carlo Taormina è ordinario di Procedura penale e titolare di cattedra di Criminologia presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata. Ha scritto tanto in materia di diritto, e ha diretto la rivista “La Giustizia Penale”. Già deputato della Repubblica italiana e sottosegretario all’Interno, è stato estensore del testo originale della legge sul legittimo sospetto, altrimenti nota come legge Cirami. Oggi si presenta alle politiche con “Sud chiama Nord-De Luca sindaco d’Italia”, lista animata dall’ex sindaco di Messina, Cateno De Luca.

Professore, quanto è importante il tema giustizia in campagna elettorale?

In tempi lontani chiedevo a Silvio Berlusconi se non fosse il caso di occuparci in maniera determinata di giustizia, di carceri, di processi. E il leader di Forza Italia mi rispondeva che alla gente, al popolo italiano, non importa nulla di chi subisce le distorsioni del sistema giudiziario, anzi l’elettorato benpensante considera che lo Stato assolva così al proprio compito. Quindi, sollevare il problema giustizia per Berlusconi non avrebbe portato consenso. Devo dire che, alla luce del responso della gente agli ultimi quesiti referendari, non si possa certo dare torto al Cavaliere.

Quindi il problema carceri lo lasciamo solo ai Radicali?

È di fatto così, sono gli unici titolati a occuparsene e lo sanno fare. Le carceri italiane ospitano sempre più gente, si è passati dai 25mila detenuti del 1990 ai 54mila di oggi. In carcere, generalmente, vengono ridotti i più poveri economicamente e culturalmente: la gente sola, a cui la società gira le spalle. Così il sistema affida al carcere la spintarella verso il suicidio, e la classe politica ipocritamente finge di non vedere, anzi l’aumento di detenzioni costituisce vanto per una determinata dirigenza pubblica. Dal 1990 al 1994 il suicidio toccava i personaggi eccellenti, oggi è un fenomeno che abbraccia l’intera popolazione carceraria. Dal carcere è difficile sortire. E la povera gente vi entra con enorme facilità, perché commette gesti di disperazione, follia occasionale. Eppure, quante volte ci siamo detti che la Costituzione considera la pena uno strumento di riabilitazione sociale, e molto prima che una mera sanzione. Invece, nella gente è radicato il concetto che un uomo in più in carcere sarebbe uno in meno a commettere furti ed omicidi. E lo Stato, la stampa, la politica, fanno di tutto per fortificare questa erronea convinzione popolare.

Gran parte dei carcerati non dovrebbero essere detenuti. In primo luogo, perché è ingiusto parlare di rieducazione nei confronti di imputati in attesa di giudizio, ovvero rieducare in carcere chi non dovrebbe esserci, e poi perché nelle carceri italiane i percorsi rieducativi per i condannati sono davvero rari. Certo, la società ritiene necessarie delle cautele, ma dovrebbero essere limitate ai veri criminali violenti, ai mafiosi incalliti e agli assassini inguaribili. Ma così la popolazione carceraria si ridurrebbe a uno scarso venti per cento dell’attuale, e gli addetti ai lavori non potrebbero vantarsi dell’utilità delle carceri.

Argomento scomodo. Lei così difende il poveraccio costretto a spacciare per portare il pane a casa?

Oggi la droga è, per milioni d’italiani che vivono nelle periferie dimenticate, una sorta di fonte di reddito. Forse nemmeno ne fanno uso ma la vendono per pagare bollette, per cercare di non cadere nella povertà assoluta. E i tossicodipendenti che commettono crimini, lo fanno per drogarsi e per pagarsi di che vivere: sono malati da curare. E il carcere peggiora la loro esistenza e non li fa sortire dalla dipendenza. Il trattamento rieducativo è stato introdotto in Italia con trent’anni di ritardo rispetto al Nord Europa, resta comunque solo una chimera sulla carta: per via della sovrappopolazione carceraria che rende impraticabili i percorsi rieducativi, e perché rimane la tendenza del sistema a cercare d’osteggiare forme di lavoro ed istruzione per i detenuti, considerando certi percorsi solo un premio per pochi. Di fatto, la quasi totalità dei carcerati rimane in galera fino all’ultimo giorno di pena, confermando che la restrizione disumana è l’università del crimine. Così uno Stato, che persevera nell’illegalità costituzionale, risponde all’illegalità criminale della povera gente. Oggi, di fatto, l’amnistia e l’indulto sarebbero strumenti utili a limitare i danni della mala gestione carceraria. In Italia, chi esce dal carcere è di fatto più pericoloso. Per quello che ha subito cova rancore contro lo Stato e il prossimo suo che lavora ed è socialmente inserito.

Non si sbaglia a dire che nei suoi trattati di Criminologia aveva previsto l’aumento dei crimini per disperazione?

Oggi sono aumentati in Italia i reati dettati da momenti di sconforto e ira. Assisto esseri umani che, condotti alla disperazione da gesti e parole, hanno ucciso familiari come anche persone sconosciute. Gente normale, che tutti avrebbero detto incapace d’uccidere, a trasformarli in assassini è bastato l’abbandono del coniuge, il gesto vessatorio d’una Pubblica amministrazione, la raffica di cartelle esattoriali, il licenziamento, la tenzone legale innestata dal vicino di casa, o gli obblighi perentori della società in cui viviamo. Gente che potrebbe benissimo espiare la propria pena tra le mura domestiche, e perché pentita ed incapace di reiterare il reato. Ecco perché necessiterebbe di personalizzare la pena, tenendo conto del delitto, della persona e delle sue modificazioni in melius o in pejus. Questo sistema esige solo che i giudici possano stabilire il minimo e il massimo della pena, ma un altro giudice con un distinto processo dovrebbe accertare, in base alla personalità del condannato, in quale misura la pena debba essere eseguita, considerando gli effetti del trattamento rieducativo. I Tribunali di Sorveglianza dovrebbero assurgere a giudici della personalità del condannato, garantendo detenzione a chi è pericoloso e libertà a chi non lo è. Ma perché ciò succeda necessiterebbe che informazione e politica sconfiggano l’atavico retaggio sottoculturale del pregiudizio.

In due sue pubblicazioni, “Criminologia e Prova Penale” e “L’Investigazione”, lei dice chiaramente alle istituzioni di guardare solo al dito e non alla Luna. Cosa intende per “vetustà del nostro sistema penale”? Forse lo Stato ha scarsi strumenti per competere nel contrasto al crimine cibernetico internazionale?

Io auspico la Criminologia apra un dibattito all’interno del mondo giuridico, ed in sinergia con il sapere umano, per superare la vetustà del nostro sistema penale, sia sul piano sostanziale che su quello processuale. E per le ovvie derive che abbiamo riassunto ad inizio intervista. Oggi vanno assumendo capitale importanza le esigenze di controllo e prevenzione nei settori della cibernetica e della sicurezza informatica, e sotto due profili: quello del contrasto ad attacchi contro i sistemi dello Stato ma anche per la pesante ipoteca criminale che grava su questi settori, anche prescindendo dai coinvolgimenti di strutture statali e pubbliche. Il dark web costituisce una realtà mondiale già di per sé difficilmente contrastabile, donde l’esigenza d’intervenire preventivamente rispetto a eventi delittuosi che possano sfuggire ad ogni rilevazione, persino quando si sono verificati, mentre agire sui prodromi resta l’unica alternativa. C’è poi la criminalità transazionale, così denominata non già perché riflette particolari fenomeni criminali bensì per essere stata istituita come una circostanza aggravante ad effetto speciale, inerente ad integrare la fattispecie di reato. Insomma, alziamo lo sguardo, la giustizia manichea ed autoreferenziale ci fa sprofondare ancor più nella società disarticolata e disperata.

E per spiegare questi percorsi viene d’ausilio il fumetto…

Ho accolto di buon grado il progetto d’usare il fumetto per diffondere la cultura criminologica e d’investigazione tra la gente. La prima bozza di fumetto è stata idea di Alessandro Maiorano, che io assisto nella querelle con Matteo Renzi. Il fumetto è uno strumento immediato, che rappresenta i fatti per scene, e questo aiuta molto a far comprendere ai più il processo. Il primo fumetto è “Il Diavolo e l’Acqua Santa”, e tratta di Renzi e Maiorano: ma alla luce dell’attuale politica i due protagonisti si tingono non poco della simpatia narrativa di Don Camillo che si contrapponeva a Peppone nei racconti di Giovannino Guareschi. Detto questo, credo gli avvocati siano oggi il dominus dei processi, e possano far trionfare la giustizia come nei noti legal thriller americani. Perché questo possa accadere deve cambiare la mentalità della gente, fatta di sotterfugi e della ricerca della benevolenza del potere o del potente di turno. L’Italia necessita di riforme umane più che di tecnologia cibernetica. La rarefatta umanità ha incrementato i crimini e sconfitto la speranza, in questo le colpe politiche sono evidenti.