Una piccola Fratoianneide

Ho sbagliato nel rispondere via mail a una persona in Ucraina. Invece di scrivere “thank you”, per ringraziarla di un’informazione, ho messo nero su bianco un “tank you”. Per fortuna, mi sono accorto in tempo della mancanza della H e dell’imbarazzo che la gaffe poteva causare (forse, però, era thank/tank positivo, come se augurassi all’amico ucraino di ricevere armi per potersi difendere, inclusi i carri armati).

Poi mi è venuto in mente l’onorevole Nicola Fratoianni col suo robusto pacifismo. Ho corretto la parola aggiungendo la H e ho inviato la mail. A quel punto, ho ripreso a divagare e immaginare. Ho pensato: saranno contenti Fratoianni, Maurizio Belpietro e gli altri nuovi peace-maker che ora si trovano in Donbass, vestiti di bianco e con le mani al cielo, le ginocchia al suolo, mentre pregano il loro Dio sconosciuto, che non conoscono ma rispettano. Li vedo come eroi omerici, che a rischio della vita ordinano a ucraini e russi di deporre le armi e andare a lavorare i campi.

Vedo anche un Sukhoi Su-57 volare sulle teste della redazione intera di un giornale pacifico, con sede a Roma. La redazione si è trasferita gloriosamente dalle parti di Kryvyj Rih (Кривий Ріг, nell’Oblast di Dnipropetrovs’k), e sta subendo le mitragliate del caccia Sukhoi. Li vedo cadere al suolo. Sulle loro tuniche bianche si allargano macchie rosse. Sono caduti, come nella poesia di Federico García Lorca, “A las cinco de la tarde”. Dopo che sono morti, vedo che si rialzano e si complimentano tra loro, battendosi con le mani le spalle. Capisco che le vesti erano diventate rosse, non di sangue ma per mezzo di sacchetti di pomodori pelati. Il Su-57 era invece un deltaplano a motore di un prete tirolese di San Candido. Da un lato un cameraman aveva ripreso la scena, per mandarla in onda sui media internazionali. Penso per un attimo che la guerra in Ucraina, quella dell’invasione degli uomini con la Z, sia soltanto un lungo e ininterrotto reportage di un tg del Vaticano, cioè un monito contro la violenza fatto per mezzo di una guerra finta. Ma questo non avrebbe senso: in un mondo così ebete, chi arriva a organizzare iniziative così scioccanti ed efficaci?

Sono tornato a inseguire con la mente Fratoianni: l’ho visto nella forma di un frate francescano mascherato da post/ex/neo/arci comunista, uno in grado di fermare le armi con la forza spirituale dell’alzare le mani in un campo di battaglia nel Donbass o in Mali, mentre sfila in mezzo a opposte fila di mitra con un intero affresco della basilica di Assisi legato alla sua schiena. Ho anche visto Maurizio Belpietro prendere a calci un’immagine di San Pietro e un’altra di Gandhi nella Piazza Rossa di Mosca, gridando che quei due erano poco pacifisti rispetto a lui. Ho sentito Marco Travaglio cantare, in coro con il professor Alessandro Orsini, “give peace a chance”. Ma purtroppo sbagliavano parola anche loro come me: in realtà cantavano “give peace a ciance”, davanti alle macerie dell’acciaieria Azovstal, a Mariupol.

Molte ciance, troppe ciance: ecco di cosa ci nutriamo. Tank you.