Il Terzo pol(l)o: gli utili idioti dei post-comunisti

Esiste la solidarietà? Nella vita quotidiana e minuta dei cittadini, non vi è dubbio alcuno che cooperazione, fratellanza e umanità siano virtù ricorrenti e diffuse. Basterà un semplice esempio “sul campo”, per chiarire. In una grande città accade che il fondo della busta della spesa di un passante ceda sotto il peso del suo contenuto, riversando a terra, sul marciapiede, le provviste alimentari. Così, il povero pedone si vede perso, non avendo modo di tenere il tutto in mano. Di lì, in rapida sequenza, passano tre giovani donne che si offrono di aiutarlo e, una di queste, porge al malcapitato una busta vuota di plastica, non ecologica ma efficace per rimuovere l’ostacolo del “dove lo metto?”.

Ecco, c’è da chiedersi: ma tutto questo vale per la politica e i politici italiani? Risposta: no di certo. La motivazione è semplice: nel mercato delle vacche della contesa elettorale, dovendo peraltro obbedire a una norma contorta e bizantina, tutti i colpi, sopra e sotto la cintura, sono leciti. Vediamo (tecnicamente) un attimo il perché. Innanzitutto, diciamo il nome dell’assassino che ha ucciso trasparenza, chiarezza e coerenza dei contenuti programmatici, che sono le vittime predestinate di un sistema fatto apposta per confondere. Lo scellerato si chiama dunque “Rosatellum”, che se possibile è ancora peggio del “Porcellum” (nomen nominis) e incomparabilmente meno rispettoso del voto del cittadino, del “Mattarellum” che l’aveva preceduto. Il latinorum (pessimo e triste, ma mai comico) è un perfetto ritratto della assoluta mediocrità della politica italiana contemporanea.

Tecnicamente, per il prossimo 25 settembre, la regola da rispettare è, in grande sintesi, la seguente. Per entrambe le Camere, i partiti/movimenti si identificano con un simbolo, un programma, un candidato leader e concorrono alla ripartizione dei seggi, 37 per cento uninominale (secca: chi prende un solo voto in più vince) e 61 per cento in collegi multinominali, in cui le liste sono, in quest’ultimo caso, “corte” (non più di 4 nominativi) e bloccate con alternanza e “quote” minimax di genere, sia per i capilista che per i candidati agli uninominali.

Ovviamente, le varie liste si possono apparentare tra di loro in coalizioni elettorali nazionali, presentando un candidato unico nei collegi uninominali e liste singole collegate tra di loro nei collegi multinominali. Nel primo caso, si può votare per il candidato (ma allora il voto si riverbera sulle altre liste collegate, in proporzione ai voti complessivi ottenuti dalla lista nel singolo collegio in questione), o alternativamente per la lista o per entrambi. La trappola sta tutta nelle soglie di sbarramento. Un vero alambicco. La prima, chiamata “garrota” o ghigliottina, taglia la testa alla lista che si presenti da sola e non raggiunga il 3 per cento su base nazionale, venendo così esclusa dalla ripartizione dei seggi. Però, nel caso del Senato, se la stessa lista ha ottenuto a livello regionale il 20 per cento, allora concorre lo stesso alla ripartizione. Più complesso è il destino delle coalizioni di liste. Per loro, è fissato un tetto del 10 per cento dei voti ottenuti a livello nazionale, ma a due condizioni. Ovvero, che una delle liste collegate abbia superato il 3 per cento a livello nazionale, o il 20 per cento a livello regionale per il Senato. Qualora, però, una o più liste collegate abbiano avuto un risultato nazionale inferiore all’un per cento o, solo per il Senato, non abbiano raggiunto il 20 per cento a livello regionale, allora i loro voti andranno persi per la coalizione stessa.

Questo meccanismo cervellotico è all’origine della più strana corsa elettorale che si sia mai vista dal 1948 a oggi, in un ginepraio già abbastanza intricato e fitto di contraddizioni rispetto alle battaglie elettorali degli ultimi 75 anni. Una celeberrima canzone riassumerebbe il tutto nel mottetto “vengo anch’io?”, con una risposta che è una variazione sul tema: “Dipende”. Da che cosa? Non si sa: a contare non è l’ideologia ma sono fatti, tutto sommato, personali. Ciascuno dei possibili attori intenzionati a farsi una lista in proprio ha, per l’appunto, qualche vendetta personale e/o politica da attuare. Così la polvere delle Stelle tende a coagularsi in un consistente numero di pianetini che si guardano in cagnesco tra di loro, mentre una sbalorditiva commedia dell’assurdo si svolge tutt’intorno a un Terzo pol(l)o. Nel senso che, alla fin fine, i troppo furbi ci lasceranno la coda o lo zampino nella trappola del più forte, magari giocando il ruolo di “utili idioti” (alla Lenin) per i post-comunisti. Conoscendoli, di certo i sodali di Enrico Letta contano furbescamente sui “centrini” del Terzo polo, per farne dei polli di batteria, in modo da rimettere su la solita “ArmadaBrancaleone, onnicomprensiva dei resti stellati che, nel caso infausto in cui nessuna coalizione ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, replichi i Governi-arlecchino a guida Partito Democratico, come è già accaduto negli ultimi dieci anni, complici le manovre di palazzo e le intese extraparlamentari nate nei sancta sanctorum di Bruxelles.

A parte (si fa per dire) il solito dramma della mancanza di idee e dell’assoluta fumosità, per non dire irrealizzabilità, di certi programmi elettorali, rimane sospesa la questione monumentale di “chi” sarà indicato come premier, per guidare una transizione destinata a durare almeno fino al 2026, quando avranno termine i finanziamenti europei al nostro Pnrr. E qui verrebbe da dire: non è che un po’ tutti puntano in silenzio a un Draghi-bis che toglierebbe ai partiti parecchie castagne dal fuoco, come si dice, ponendosi nella scia della sua continuità esclusiva di garante nei confronti delle istituzioni di Bruxelles e degli investitori internazionali? In fondo, a ben guardare, nessuna delle due coalizioni di peso, di centrodestra come di centrosinistra, ha mai “licenziato” Draghi nel Governo precedente.

Quindi, se Sergio Mattarella dovesse riproporlo come Castigamatti per mettere ordine a un Parlamento di nuovo ingovernabile, c’è da giurare che tutti diranno di “sì”, sperando di poterlo annoverare dalla propria parte, come conservatore o progressista. Ancora una volta, a fare la differenza non sarà la politica, ma l’esigenza dell’Europa, dell’America e della Nato di dare una risposta ai problemi comuni, sia della Ue che dell’Occidente, governando come si può (preferibilmente tutti assieme) inflazione a due cifre, costi energetici alle stelle, autocrazie planetarie e una guerra alle porte d’Europa, ora in Ucraina e forse, domani, nell’ex Jugoslavia. Allora sì, dai: balliamo sotto le stelle (o lo Stellone) ancora per un po’!