Dal potere paranoico al vaiolo delle scimmie

Il punto essenziale della nostra situazione è che taluni Stati vogliono stabilire o addirittura accrescere il loro controllo sul mondo e imporre chi deve fare – e chi non deve fare – questo o quest’altro. Per esempio: tu puoi commerciare, tu non puoi commerciare; tu puoi farti l’atomica che vuoi, tu non puoi fare neanche un annuncio di atomica! Se ti permetti di oltrepassare i miei divieti, ti punirò, ne soffrirai per l’eternità. Io sono la Nazione dominante, il Cane da guardia universalizzato, l’occhio che tutto vede e tutto controlla, il guardiano del faro. Io assegno i ruoli. Io sono autore, attore, regista.

Come sappiamo, il paranoico ha un visionario sguardo per se stesso. Crede che tutti si rivolgano a lui, il quale ha il dovere e il diritto di tenere in osservazione tutto e tutti. Una farfalla che movimenta le fragilissime alette colorate è in eccesso di indipendenza. Non si muova foglia che il paranoico non voglia. Sotto controllo: ecco il codice paranoico. E poiché ritiene di stare al centro del cosmo (il mondo non gli soddisfa le pretese), è il cosmo stesso che si impegna a controllare cielo, terra, mare, spazio. Ci fosse dell’altro non se lo farebbe scampare. È un’ambizione legittima, se vivessimo nel XIX secolo. Ma stiamo in un’epoca mondiale. Vuol dire che nazioni prima spente si sono rianimate. E sembra che nessun Paese, per quanto titanesco, abbia efficacia di controllo per ragioni che poi dirò.

Al tempo dell’Unione Sovietica, vi fu una spartizione: mondo democratico liberale-capitalista e mondo comunista. Il rimanente venne scartato. Vi furono guerre, fuochi verbali ma rimase un certo equilibrio. In ogni caso, gli interlocutori erano due e rappresentavano una recita prestabilita. Quando il protocollo comunista cessò la sua esposizione, il sistema mondiale, che appariva ormai sotto il piede degli Stati Uniti, ebbe una tangenzialità inaspettata. Ossia: il sistema capitalistico, nella sua capacità esplorativa e dinamica, comprese che la Cina comunista poteva essere un luogo di produzione a bassissimo costo. I cinesi, che avevano sperimentato la grandiosità distruttiva del comunismo maoista, temporeggiatori come furono e come sono, compresero l’arsura occidentale di impiegare capitali in terra di minimo salario e sbandierarono l’attrazione di investimenti occidentali, mutandosi in pochissimi anni da sbalordire lo stesso Confucio, sommo teorico del dovere patrio paterno filiale.

L’Occidente gongolava, i cinesi sorridevano coprendosi la bocca con le mani (non mostrare emozioni). Da produttori per gli altri divennero produttori (in specie) per loro stessi. Esportatori senza tregua e anche importatori (meno). Il che vale a dire: tutti commerciano con tutti. Per la Russia, in misura accartocciata, la situazione è simile. Tutti commerciano con tutti. Non solo: tutti vogliono crescere. Non c’è spiffero che non tenda a farsi vento: l’Asia, l’Africa, l’India. Chi ha conoscenza diretta di taluni Paesi, resta abbacinato dai mutamenti e soprattutto dalla voglia di fare. Alcuni cinesi mi dicevano di essere felici di lavorare tutto l’anno! Ma certo. È quello che non capiamo. Questi Paesi vogliono risorgere, riscattarsi, farsi rispettare. È “questo” il loro scopo odierno. Un cinese è orgogliosissimo di avere un Paese che fa lavorare, sfama milioni e milioni di persone ed è rispettato. È la fase nazionalistica-indipendentista. Quando alcuni anni fa la Russia sfolgorava, si vedeva la felicità di uno Stato che tornava sulla scena. L’orgoglio nazionale vale quanto la libertà e la democrazia. Lo dico analiticamente, senza giudicare.

Ma che ne segue dall’interconnessione di un mondo mondializzato? Che la mentalità paranoica oggi è fuori epoca. Un potere, uno, che voglia stabilire modalità per tutti si scontra con l’articolazione multipla della collettività, con le conseguenze delle recisioni. In concreto: se l’Europa importa materie prime dalla Russia ed esporta tecnologie dalla Russia, troncare queste relazioni ha effetti imponderabili e potenzialmente rovinosi, giacché occorre allestire nuovi equilibri. Se la Cina tronca i rapporti economici con Taiwan, ci rimetterà. Ma ci rimetterà anche Taiwan. La mentalità paranoica di stabilire comportamenti contrasta con il dinamismo del mercato “naturale”, per il quale ciascuno si ritaglia da sé la collocazione. A voler dirigere l’insieme paranoicamente, ossia da parte di uno, si rischia il caos, non il nuovo ordine. Insomma, una imposizione forzata sovrapposta a relazioni forgiate dalla libertà di movimento mercantile. E poiché Cina e Russia sono importantissime nel sistema degli scambi, volerne troncare la presenza (tu non devi, tu non puoi) reca un cataclisma economico (e politico) per tutti, non solo per la Cina e per la Russia.

Ecco il dilemma. Intervenire contro Cina e Russia significa anche intervenire contro di noi. Lo stiamo sperimentando. Non vi è un minimo vantaggio né per noi, né per Cina e Russia. E ciò vale anche se la mentalità paranoica fosse da parte di Russia o Cina. Chiunque volesse alterare equilibri dovuti al mercato e alla convenienza di rapporti stabiliti da decenni di tentativi, in ogni caso susciterebbe caos e sconvenienza, se non siamo in grado di stabilire altri rapporti di maggiore o non minore convenienza. Se Russia e Cina sono insostituibili, finiamola con i velleitarismi. Se sono sostituibili, lo si faccia realisticamente. Ma ritenerle sostituibili, senza riuscire a sostituirle, è una vanità perdente.

Vedere che situazione ha la Germania e cosa si prospetta per l’Italia, non dà conforto. Occorre tempo? E allora perché tale fretta di sanzioni. Prendiamo il tempo che ci giova! Ma torniamo al vero problema. In un’epoca cosmica, recidere due entità come Cina e Russia dalla connessione economica mondiale, proprio quando il mondo si mondializza, è paranoia assoluta: credere di possedere una forza tale da poter inchiodare la storia, impedendole il flusso del divenire! Nessuno è in grado di fermare il divenire o di fissarlo per tutti gli altri. Né Cina, né Russia, né Stati Uniti.

O cerchiamo di vivere all’altezza di un mondo dove tutti possono avere ruoli, con tensioni ma non con la negazione dell’altro (ma non con la negazione dell’altro!), o siamo fuori epoca. Oggi il mondo è percorso da tanti fiumi, che mescolano le loro acque. Per dire: potevamo non curarci della Cina duecento anni fa. Adesso non possiamo. Cerchiamo di avvilirla? E così sia. Vediamo di farlo senza svilirci: questo è lo scoglio. Se il danno nel recare un ostacolo provoca problemi a chi vuole recare un deterioramento, che vale recare danno arrecandolo a noi! Allora, se un Paese si comporta male, non reagiamo? Altroché! Bisogna reagire, soprattutto non suscitando ancora più male, come sta avvenendo.

C’è la strada di un reciproco vantaggio e non di un danno reciproco? Di sicuro, se “un” soggetto vuole dettare legge, il solo vantaggio è nel riuscire a dettare legge. Ma non sono concepibili altri scopi? Qualcuno crede possibile, nel XXI secolo, che una nazione, soltanto una, sia chi sia, possa controllare e dirigere il mondo? Nego questa evenienza. Il risultato sarebbe la guerra ed il successivo controllo del cimitero. Ecco, “questo” l’errore insostenibile della nostra reazione. Pertanto, se la guerra è la via della pretesa di un dominio unilaterale, non è più sensato tentare la pace, per una convivenza che abbia meno voglia di un dominio unilaterale? Certo, ciascuno tenta di ampliarsi. Persino le mosche sono imperialiste. Tentiamo di emigrare nello spazio, popoliamo i deserti. Estendiamo i consumatori. Miliardi di persone aspettano di sopravvivere! È possibile che la convivenza la si voglia ottenere riducendoci con le guerre e le pandemie! Imperdonabile! Dimenticavo: attenti al vaiolo delle scimmie. Altro che potere paranoico!