Le paure di Mattarella, le certezze di Berlusconi

In questi giorni i commentatori più azzardati hanno ravvisato nel Presidente della Repubblica, Mattarella, le più oscure finalità, ovvero l’obiettivo di scongiurare un voto che consegni l’Italia a formazioni antisistema peggiori di tutte quelle entrate in Parlamento dal 1992 ad oggi. Va premesso che il Capo dello Stato è un istituzionale a prescindere dal ruolo, quindi non potrebbe mai provare simpatie per partiti che critichino i poteri bancari europei, nazionali e mondiali. E nemmeno appoggiare anche solo con il sorriso chi da voce ad artigiani, commercianti e contadini, che chiedono rumorosamente di non applicare normative europee che mettono di fatto fuori legge storiche attività tipicamente italiane.

Il potere è il potere, e chi lo critica evidentemente non è nel Palazzo. In questo momento, e si presume almeno fino al voto, il potere politico in Italia è nelle mani del Partito Democratico e di Sergio Mattarella, nonché dei loro preposti in magistratura, televisioni, giornali, ministeri, Enti e Agenzie pubbliche varie. Scalzare il potere dalle poltrone non è facile e nemmeno semplice in caso di vittoria di forze avverse al Pd. Questo lo sa bene Silvio Berlusconi che, per aver solamente messo in discussione la linea di condotta (non certo la poltrona) di alcuni rappresentati istituzionali, ha subito il linciaggio mediatico e i processi. A oggi, Berlusconi è l’unico che potrebbe convincere poteri nazionali ed esteri a retrocedere, quantomeno a fermarsi, nel progetto di falò del risparmio italiano e di spoliazione dei più invidiati patrimoni pubblici e privati.

Che l’Italia sia nel mirino dei padroni della finanza e dello spread non lo dicono solo i tassisti o i bottegai messi fuori legge dalle norme Ue, ma le inequivocabili stime di Deloitte Consulting fatte per coloro che accetterebbero in pagamento dall’Italia monumenti e musei, nonché patrimoni pubblici e privati unici al mondo per bellezza. La disoccupazione, la precarietà e i tantissimi fallimenti d’imprese hanno spinto nelle piazze tra il 2019 ed il 2022 (sotto pandemia) milioni d’italiani in protesta: chi protestava per evidenti difficoltà economiche è stato etichettato come “No vax”, “No tav”, “No global” e oggi “No war”. Chi protesta è ancor oggi reputato dal potere un nemico delle istituzioni, un delinquente, un italiano meritevole di scivolare in “povertà irreversibile” per motivi giudiziari, bancari, fiscali, finanziari, amministrativi. Ne consegue che l’accanimento dello Stato contro chi versa in difficoltà trovi paragoni storici solo nell’Inghilterra di Charles Dickens o nella Parigi narrata da Victor Hugo o in Honoré de Balzac di Illusioni Perdute. Da almeno un decennio si sostiene che l’Italia è sul un piano inclinato della negazione dei diritti e ci sta facendo scivolare tutti a tempi precedenti al contratto sociale. Fermare questo inesorabile destino richiede scaltrezza, forza economica, appoggi internazionali e saggezza dettata da esperienza ed età: in parole povere Silvio Berlusconi.

Governare l’Italia sarebbe per il cosiddetto centrodestra un lavoro improbo. Di contro, la coalizione capitanata dal Pd vorrebbe nuovamente un Mario Draghi o un simil-Draghi che non interrompa il processo di reset della società italiana: quindi rigida applicazione delle norme Ue per artigiani e commercianti, rispetto dei patti leonini con multinazionali e grandi fondi d’investimento, inasprimento dell’azione giudiziaria e di polizia sulle attività lavorative, traghettamento culturale ed economico di gran parte della popolazione verso l’accettazione d’un sempiterno stato di disoccupazione e con gran parte degli italiani convinti che il futuro d’un pianeta buono si chiami “povertà sostenibile”.

Non si farebbe certo peccato a sostenere che una sconfitta del Pd verrebbe interpretata coralmente, da giornali e televisioni, con titoloni sul tipo “è scattata la legge truffa”, oppure “Berlusconi ha fatto oggi ciò che non riusciva alla Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1953”. Quasi settant’anni fa, per pochi voti non scattava il premio di maggioranza in favore della Democrazia Cristiana, ovvero la legge elettorale che dava il sessantacinque per cento dei seggi a chi avesse raggiunto il cinquanta per cento del consenso. Il partito di Alcide De Gasperi non indossava il cappotto, ma il Partito Comunista italiano non mangiava il panettone: e da quel dì si trascinava, fino al 1992, la febbriciattola di rancori, guerre intestine e scorrettezze della Prima Repubblica. Il Pci non ha mai potuto accettare di non governare e gli anticomunisti (dalla Dc sino ai monarchici del Movimento Sociale italiano) sono finiti per assuefarsi a sistemi ben peggiori del comunismo, ovvero la sudditanza ai signori della finanza senza colore né etica. E quest’ultimo aspetto è giunto sino ai nostri giorni.

Alle urne di fine settembre si andrà con la legge Rosato con cui abbiamo votato nel 2018. Ma dalle urne sortiranno meno deputati, la riduzione del trenta per cento dei rappresentanti non sarà un gran risparmio per le casse dello Stato, l’esborso rimarrà suppergiù uguale. Invece, si ridurrà il rapporto tra eletti ed elettori. Questi ultimi vedranno profondamente lesa la partecipazione, il dialogo con il potere e possibilità di parlare con i rappresentati. Questi ultimi, forse troppo indaffarati, non avranno tempo d’ascoltare i problemi della gente. I più audaci proporranno l’eutanasia per chi non sopporta lo stato d’irreversibile povertà (è già legge nei Paesi Bassi).

Ne consegue che, dopo una lezione e trincea durata tre decenni, probabilmente Silvio Berlusconi potrebbe rivelarsi l’unico pronto ad ascoltare la gente, ma anche l’uomo capace di dare stabilità al Paese, coinvolgendo tutti, da Matteo Renzi sino agli orfani di Gianfranco Fini. L’unica certezza sta nel fatto che, se il Pd dovesse vedersi confermata la maggioranza parlamentare per governare, le misure contro le imprese iniziate da Mario Monti troverebbero un naturale prosieguo per cinque anni.

Ovviamente, i sondaggi ci diranno che il centrodestra non offre garanzie ai poteri finanziari internazionali, che l’Europa non accetterà che le piccole botteghe italiane lavorino in deroga alle rigide norme gradite a Bruxelles, soprattutto che solo il Pd può garantire la svolta green e digitale all’Italia. Piccolo particolare: il green ed il digitale hanno favorito la morte di metà delle imprese tradizionali italiane, cagionando disoccupazione e povertà.

Forse, dopo tanti decenni d’egoistica lotta per il potere, sarebbe il caso che i media mettessero da parte la cancerosa dicotomia tra il bene e il male in materia di voto. Perché, da più d’un decennio, non viene data ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente la classe dirigente. Scegliere non è nemmeno la parola esatta, visto che le preferenze sono state dannate da chiunque abbia messo mani alla legge elettorale. Quindi, infischiamocene del particolare che non ci piace, non dobbiamo badare a chi venga garantito il “collegio sicuro col paracadute” o la “doppia candidatura”, ma solo che Silvio Berlusconi possa presto lavorare come garante degli italiani.

La XIXesima legislatura si aprirà con meno parlamentari. Ci si augura manchino all’appello tutti coloro che hanno lavorato a sventrare come una scatoletta di tonno i risparmi degli italiani, le case, le botteghe, le imprese medie e piccole, la tranquillità dell’uomo di strada. E se qualche ragazzotto con faccia da sardina dovesse fermarvi per indicarvi la strada della “povertà sostenibile”, rispondetegli che cercate lavoro.