Frattura a Cinque Stelle: come volevasi dimostrare

La frattura all’interno dei Cinque Stelle non solo non stupisce, ma non fa altro che confermare una facile previsione che, personalmente, avevo già esposto tempo fa. Piuttosto, c’è da chiedersi chi dovrebbe trarne una sonora lezione. Fra le molte critiche che io stesso avevo avanzato negli anni scorsi, quella sulla mancanza di idee politiche da parte degli eletti fra i pentastellati era ed è sicuramente la più fondata. Senza idee di base, di destra o di sinistra nelle loro varie modulazioni, un partito non regge di fronte ai numerosi problemi che l’attività legislativa, per non parlare di quella di Governo, propone in misura incalzante e imprevedibile.

La spaccatura attuale, del resto, non fa che riportare un minimo di ordine proprio sul piano delle idee o quasi-idee, visto che il gruppo di Luigi Di Maio, con una certa dose di trasformismo e opportunismo che i più cauti analisti definiscono “maturazione”, si proclama moderato e governativo mentre quello, residuale, di Giuseppe Conte mostra chiare inclinazioni a sinistra. Nei mesi prossimi e, soprattutto, nella prossima campagna elettorale, vedremo se e quale chiarificazione i due movimenti offriranno. E se saranno capaci di mettere in pratica i “ravvedimenti” di cui stanno dando penosa testimonianza in questi giorni. Con la certezza, tuttavia, che nessuno dei due potrà aspirare a raccogliere il consenso che i Cinque Stelle hanno catturato nelle ultime elezioni politiche, condannandosi verosimilmente a un destino fatto di compromessi permanenti con le forze politiche, diciamo così, più tradizionali.

È molto più complicato, invece, chiederci se la lezione sia stata capita e accettata da quel 20 per cento di elettori i quali, dando retta a Beppe Grillo, hanno creduto di perseguire il bene comune partendo dall’insulto al ceto politico, pretendendo mari e monti senza che poi i loro eletti dessero luogo ad alcun disegno di ampio respiro, lungimirante e davvero mirato al bene complessivo della nostra società. Si tratta di una fetta elettorale costituita da soggetti che, si badi bene, non sono astensionisti ma gente che, contestando per questa o quella ragione il “sistema”, ha creduto di aver trovato la soluzione migliore inseguendo l’ideale, si fa per dire, dell’anti-politica. Trascurando il fatto che l’anti-politica stessa è la forma del più basso livello della politica, quel medesimo livello di cui abbiamo prova ogni giorno.

A suo tempo, si è anche detto che la nascita del M5S ci avrebbe salvato da divisioni e ribellioni sociali di chissà quale gravità. Credo che ben pochi avrebbero il coraggio di ripetere, pubblicamente, una simile banalità da politologi a tempo perso, data la massa di problemi, aggiuntivi a quelli preesistenti, che i pentastellati hanno incessantemente creato al Paese negli ultimi anni. Il punto semmai è: quel 20 per cento di elettori, cui dobbiamo una delle più infelici scelte elettorali del Dopoguerra, pensa ancora di guardarsi attorno per vedere se c’è in giro qualche nuovo Grillo più accattivante, che offra una nuova promessa miracolosa cui accodarsi? C’è da augurarsi vivamente di no e che, se si rendessero di non riuscire a vedere al di là del proprio naso, almeno preferiscano astenersi dal voto.