Populismo: colpito e affondato!

Il Governo di Mario Draghi è salvo: il tentato “sgambetto” firmato Giuseppe Conte (magari con la manina russa a dirigere l’orchestrina, come il sostanziale endorsement dell’ambasciatore Sergey Razov potrebbe indurre a pensare) è miseramente fallito: e nella maniera peggiore. La risoluzione contro l’invio di armi a Kiev che ha fatto temere la crisi di governo – l’ultima cosa di cui ha bisogno questo Paese, specialmente in un momento delicato come questo – e che ci avrebbe disallineato dall’Unione Europea e dalla Nato, si è trasformata in una risoluzione di maggioranza estremamente blanda che, di fatto, ha confermato il “Decreto Ucraina” del primo marzo che si limita a chiedere all’Esecutivo di riferire più spesso alle Camere l’evolversi della situazione bellica e delle decisioni assunte in sede internazionale: tutto, ovviamente, nel rispetto della collocazione euro-atlantica dell’Italia e degli impegni assunti.

Alla fine la tenacia di Draghi ha trionfato, come la lealtà e la coerenza delle forze politiche di maggioranza. Morale della favola: Conte si è coperto per l’ennesima volta di ridicolo – e con lui tutto il chiassoso e molesto pacifismo d’accatto – e ha dovuto ingoiare un boccone assai amaro; all’Italia è stata risparmiata un’onta dalla quale difficilmente si sarebbe mai ripresa e che l’avrebbe confinata per sempre nell’ambito dei “Paesi inaffidabili”; continueremo a sostenere lo sforzo bellico di Kiev per giungere a una pace che sia rispettosa della libertà e dell’integrità territoriale dell’Ucraina; il Governo Draghi – che in serata incassa anche l’endorsement entusiasta della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che definisce il premier italiano “una garanzia per l’Italia e per l’Europa” – è più forte che mai.

Il vero terremoto politico, però, è stato all’interno del Movimento cinque stelle: dopo settimane di tensioni, di scambi d’accuse e di toni esasperati, Luigi Di Maio ha deciso di abbandonare i pentastellati e di dare vita a un suo gruppo parlamentare, portandosi dietro la maggior parte dei deputati e dei senatori. La conferenza stampa tenuta immediatamente dopo aver comunicato la decisione ci restituisce l’immagine di un Di Maio estremamente più maturo rispetto al passato. Niente più demagogia da bar e populismo spicciolo; niente più terzomondismo, putinismo, guevarismo o maoismo; niente più “Vaffa” e intemperanze poco istituzionali; niente più improvvisazione e avventurismo; niente più gilet gialli e simili.

Si tratta di un Di Maio che ha fatto i conti con la realtà e col buonsenso; che parla dell’importanza e dell’irrinunciabilità, per l’Italia, della collocazione euro-atlantica; che ricorda come sia un preciso dovere della politica dire la verità ai cittadini su cosa si può e cosa non si può fare, indicando loro obbiettivi realistici e concreti, perché la buona politica non è quella che dice alle persone quello che vogliono sentirsi dire e perché “democrazia” non è sinonimo di “libero cazzeggio” o di “fantasia al potere”, come per troppo tempo il “bipopulismo” giallo-verde ha tentato di farci credere; che è deciso a costruire un soggetto politico incentrato sulla competenza (piccolo segnale lanciato al duo Calenda-Renzi?), perché “uno non vale uno”, e in cui nessuno spazio verrà più concesso all’estremismo, alla demagogia e al sovranismo. Insomma, un Di Maio che ha completamente rotto col suo passato e che ha capito benissimo di cosa ha veramente bisogno il Paese: di essere guidato da persone serie, responsabili, capaci, che sanno quello che fanno e perché lo fanno.

Naturalmente, in molti ostentano scetticismo sulla buonafede di Di Maio. Uno scetticismo comprensibile, in fin dei conti. Tanti anni di “vaffa” e di improvvisazione non si dimenticano facilmente, ed è lecito essere circospetti. Non ci dilunghiamo sulle spiegazioni semplicistiche del tipo “È una congiura di palazzo!” o “Di Maio vuole tenersi la poltrona come quelli che l’hanno seguito!” perché si tratta di considerazioni che non meritano nemmeno di essere approfondite, tanto sono di basso profilo. Ma forse è bene concedere all’attuale ministro degli Esteri una certa fiducia: gli errori si commettono tutti i giorni e, del resto, solo gli idioti non cambiano mai idea, neanche davanti all’evidenza. L’importante è non perseverare negli sbagli e avere la capacità di correggersi. Questo Di Maio l’ha fatto nel momento in cui ha definitivamente scelto di tagliare i ponti con un Movimento cinque stelle che, effettivamente, ha intrapreso un percorso a ritroso, verso il radicalismo da centro sociale delle origini, nel tentativo di recuperare qualche consenso.

Tuttavia, c’è un momento in cui bisogna essere seri anche se ciò non è nella propria natura: mettersi a giocare sulla guerra o a speculare sulle paure dei cittadini relativamente al conflitto non è saggio e non è responsabile nei riguardi dell’Italia. Primo, perché significa mostrare debolezza e scoprire il fianco al nemico, come il plauso di Razov al macchiettistico tentativo di “sgambetto” di Conte dimostra; secondo, perché ci dà l’aria di un Paese debole, di cui gli alleati non possono fidarsi e che i nemici possono usare come “testa di ponte”; terzo, perché indebolisce il fronte occidentale, che deve essere compatto per fermare la follia omicida e imperialista di un tiranno che non ha perso, ma ha rinnegato scientemente il lume della ragione. Non si gioca e non si fanno speculazioni elettorali sul futuro dell’Italia, sulla sua credibilità internazionale e sulla sua collocazione in Europa e nell’Alleanza Atlantica. Non l’ha fatto nemmeno Fratelli d’Italia, che sta all’opposizione, proprio perché si tratta di una strategia miope e balorda.

L’atto di responsabilità di Di Maio segna la fine di una stagione politica per questo Paese: quella del populismo. Anzi, questa è la Tangentopoli delle forze demagogiche. Il Movimento cinque stelle è ormai un partito morente, che ha perso la maggior parte dei suoi parlamentari, con un leader debole, frustrato, isolato all’interno della maggioranza, ridottosi a fare il saltimbanco del fondamentalismo pacifista per raccattare qualche consenso e con un fondatore che ormai può solo constatare il naufragio della sua creatura. Probabilmente, le prossime elezioni sanciranno l’estinzione (finalmente) di questa banda di incompetenti e di avventurieri della politica.

L’altra faccia del populismo, quella salviniana, deve fare anch’essa i conti con le fratture interne. Come più di qualcuno avrà notato, in questi giorni Matteo Salvini è sostanzialmente sparito dalla scena: cosa assai strana per uno come lui, abituato a rincorrere l’obbiettivo. Il suo mancato appoggio al tentativo di Conte e il suo aver smesso di accarezzare il disarmo dell’Ucraina e il progetto di una “pace putiniana”, per spostare il discorso sulla necessità di difendere gli italiani dalle conseguenze economiche della guerra (tanto per non imitare Giorgia Meloni, insomma), sono tutti segni del fatto che il Capitano è ormai, di fatto, commissariato dalla dirigenza del suo partito. Sa che altre decisioni o uscite incongrue tipo “fiori al posto dei cannoni” o il viaggio a Mosca potrebbero costargli la guida o l’unità del partito, che proprio come il Movimento Cinque Stelle è a rischio scissione, sebbene da Via Bellerio si cerchi di mettere a tacere voci che, però, non possono essere del tutto infondate o frutto di ardite ricostruzioni giornalistiche.

Effettivamente, c’è una parte di Lega che è diventata ormai insofferente al salvinismo: che, anzi, né è decisamente nauseata e che vorrebbe Giancarlo Giorgietti un cambio di leadership o la costruzione di un nuovo soggetto politico, magari guidato da o da Luca Zaia. In entrambi i casi, anche la parentesi del salvinismo è ormai prossima alla chiusura: se il Capitano continuerà a essere sotto la “curatela” dei suoi dirigenti è solo questione di tempo prima che faccia la fine di Umberto Bossi; se invece si consumerà la scissione anche in casa Lega, si ripeterà il copione di Di Maio, e la Lega salviniana finirà per estinguersi sotto il peso dei suoi errori, del suo avventurismo e della sua inettitudine.

Il tempo del populismo è finito e, finalmente, i bambini tornano a giocare con la sabbia, lasciando ai grandi l’incombenza di governare il Paese. Cosa ci riserverà il futuro? Probabilmente un nuovo bipolarismo: da una parte una coalizione liberaldemocratica formata da Pd, centristi, dimaiani, Forza Italia e, forse, ex leghisti; dall’altra una Giorgia Meloni alla guida di una forza nazionalconservatrice che verosimilmente avrà un destino simile a quello di Marine Le Pen in Francia. Comunque vada, l’Italia può tirare un sospiro di sollievo: il “giallo-verdismo” è ufficialmente consegnato alla storia di questo Paese.