Ex Ilva, la Cedu condanna l’Italia

La recente pronuncia della Corte di Strasburgo nella vicenda relativa all’inquinamento dell’acciaieria ex Ilva di Taranto, ribadisce con fermezza la centralità dei temi legati al rispetto della salute dell’uomo e alla tutela ambientale. L’Italia deve prendere misure immediate per bonificare l’area interessata dall’attività inquinante prodotta dall’acciaieria tarantina, allo scopo di arginare i danni alla salute patiti dalla popolazione locale.

Torna di attualità la tormentata vicenda legata al polo siderurgico ex Ilva di Taranto, e si arricchisce di un tassello offerto della giurisprudenza della Corte Edu. Nel caso Ardimento e altri contro Italia (Corte Edu, Sezione Prima, sentenza 5 maggio 2022, ricorso n. 4642/17), l’oggetto del giudizio è rappresentato dalle emissioni inquinanti derivanti dalle intense attività svolte dall’acciaieria, nonché dai loro effetti sulla salute della popolazione locale. I ricorrenti avevano lamentato la violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione da parte dello Stato italiano, il quale avrebbe omesso di adottare misure legali o regolamentari per tutelare la loro salute e l’ambiente, non informandoli sulle attività inquinanti prodotte dal complesso industriale, e sui rischi connessi per la loro salute.

La Corte Edu ha espunto in prima battuta la questione sull’asserita violazione dell’articolo 2, giacché ritenuto inapplicabile, e si è concentrata sulla violazione dell’articolo 8 della Convenzione lumeggiata dalle statuizioni contenute nella nota sentenza Cordella (Sezione Prima, 24 gennaio 2019, ricorsi numeri 54414/13 e 54264/15), che funge da leading case in materia di principi generali concernenti i danni prodotti all’ambiente in grado di incidere sul benessere degli individui. In quella storica decisione i giudici della Convenzione avevano contestato apertis verbis l’atteggiamento passivo delle autorità nazionali rispetto all’indiscusso rilievo delle questioni ambientali.

L’opinabile postura assunta dagli organi nazionali sul punto aveva di fatto costituito il terreno fertile per il protrarsi ingiustificato di una situazione di inquinamento ambientale pericoloso per la salute dei ricorrenti e dell’intera popolazione residente nelle aree a rischio. Sempre i giudici della Corte hanno evidenziato, tra l’altro, come le autorità in questione non avessero adottato le misure necessarie per assicurare l’effettiva tutela del diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata, evitando al contempo il maggior numero di danni ambientali possibili capaci di inficiare il loro benessere e la loro vita privata, in palese violazione di quanto sancito dall’articolo 8 Cedu.

Sulla scorta della traiettoria interpretativa richiamata dalla Corte, essa è tornata a ribadire l’immanente necessità e urgenza di eseguire i lavori di bonifica dello stabilimento e del territorio interessato dall’inquinamento ambientale, dando piena ed immediata attuazione ai piani ambientali predisposti dalle autorità nazionali contenenti le misure e le azioni necessarie per garantire la protezione dell’ambiente e della salute della popolazione. I rilievi fin qui esposti, hanno quindi indotto i giudici di Strasburgo a condannare l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione, stabilendo il pagamento ai ricorrenti da parte dello Stato italiano della somma di euro 5mila. L’orientamento seguito dai giudici di Strasburgo appare condivisibile per la risolutezza dimostrata nel riaffermare l’importanza della protezione della salute umana e della tutela dell’ambiente. Merita comunque rilievo l’atteggiamento di ritrosia assunto dalla Corte quando si è trattato di affrontare la questione cruciale dell’incidenza dei fattori inquinanti sulla salute dei ricorrenti e, più in generale, della popolazione locale.

Le pronunce rese dalla Corte europea dei diritti dell’uomo su questo crinale rivestono una valenza significativa in una prospettiva multilivello di tutela, se non altro perché consentono di enfatizzare ancora di più la centralità del rispetto dell’ambiente e la conseguente necessità di adottare protocolli operativi sempre più efficienti volti a tutelarne l’integrità. In questo delicatissimo contesto andrebbero adottate non solo e non tanto misure di carattere riparatorio o ripristinatorio, bensì soluzioni di stampo preventivo, attraverso indagini e misure sempre più accurate, in grado di scongiurare lo sfruttamento irrazionale di risorse ambientali scarse e compromesse, così da garantire al tempo stesso la tutela del valore primario della salute.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino