Giuseppe Conte: un novello pacifista

Giuseppe Conte è alle corde sin dal suo insediamento come leader dei Cinque Stelle ma adesso appare più che mai plasticamente evidente quanto l’Avvocato del popolo si stia trasformando nel difensore d’ufficio della propria leadership. Il ragionamento rabberciato di questi giorni verte sulle spese militari e segue grosso modo questo filo logico: la soluzione della crisi Ucraina deve essere diplomatica e non militare, l’Italia non deve fornire armi pesanti a uno dei due contendenti, le spese militari rischiano di intaccare la spesa sociale, l’attuale premier non ha copertura politica. Quindi deve recarsi in Parlamento per ricevere un mandato dai confini ben precisi e la Lega di Matteo Salvini deve fare massa critica con i Pentastar, per arginare lo strapotere dell’attuale premier.

Unendo i puntini del ragionamento appariranno chiari gli innumerevoli indizi che portano alla prova della grossa difficoltà del “Giuseppe Conte-novello pacifista”. Una serie di luoghi comuni, insomma, che celano maldestramente il tentativo di uscire dall’angolo: se da un lato sarebbe auspicabile una soluzione diplomatica del conflitto (considerazione demagogica), dall’altra ci sono degli impegni ben precisi con i nostri partner internazionali che non ci consentono neutralità (oltre che dinamiche geopolitiche sovranazionali). Dovrebbe essere chiaro anche al sedicente leader pentastellato che stare dalla parte del blocco occidentale assicura copertura politica, economica e militare. Di cosa parla? Non siamo colpevolmente autonomi e per questo dobbiamo sedere al tavolo.

Ma sono il monito al presidente del Consiglio e l’ammiccamento alla Lega la vera spia della crisi contiana: fare una politica populistica finto-pacifista, chiedere all’acerrimo nemico (Matteo Salvini) una sponda per arginare l’Esecutivo e invocare la conta in Parlamento sul mandato politico da conferire a Draghi nello scenario bellico internazionale, significa giocare la carta della disperazione e stanare i franchi tiratori presenti nel proprio Movimento e nel campo del Partito Democratico.

Il suo gioco d’azzardo si basa sui seguenti pilastri: se Matteo Salvini non raccoglie la sfida di arginare Mario Draghi, dimostra ai propri elettori, che già mal sopportano la coabitazione con il Pd, la totale irrilevanza del Carroccio all’interno del Governo e fa venir meno le ragioni della propria presenza in un Esecutivo che lo vede in posizione subalterna. Se dall’altra parte Enrico Letta non lo segue sul cammino del pacifismo, della moderazione, dei fiori nei cannoni, dello stop alla spesa militare e della difesa della spesa sociale, gli lascia una prateria enorme sul fianco sinistro da sfruttare in termini elettorali.

E se Luigi Di Maio e la parte governista del Movimento Cinque Stelle dimostrerà esplicitamente una presa di distanza dalla linea ufficiale, allora i traditori saranno additati davanti al web e perderanno il controllo del Movimento, le cui password saranno finalmente tutte in mano a Giuseppe Conte che potrà guidare in solitudine il suo “partito-modem”. Peccato che, forte della copertura quirinalizia, Mario Draghi non gli consentirà mai di potersi giocare l’arma della conta parlamentare (o per lo meno non nei termini sperati dall’ex Premier) condannando Giuseppe Conte a tornare nell’irrilevanza più totale dalla quale ha cercato di emergere in questi giorni.