Vertice Draghi-Biden: alcune riflessioni

Si è concluso il vertice tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, e il premier italiano Mario Draghi. Si è trattato di un incontro cordiale e amichevole, in cui i due leader hanno discusso di questioni come il conflitto in Ucraina, l’energia e le ricadute economiche della crisi che stiamo attraversando, trovandosi d’accordo pressoché su qualunque cosa. Nello specifico, Biden e Draghi avrebbero convenuto sulla necessità di continuare a sostenere Kiev nella sua resistenza all’invasione russa e nel supportare il governo legittimo di Volodymyr Zelensky e sulla necessità di far pagare a Mosca i costi di questo passo falso. Oltre a questo, c’è unità di intenti sulla sicurezza energetica e alimentare, fronte sul quale gli Usa si sono impegnati a inviare gas naturale liquefatto e petrolio all’Europa (sottraendolo ai mercati orientali), a lavorare per un calmieramento dei prezzi e per ottenere dalla Russia la fine del blocco delle navi mercantili nel Mar Nero, che impedendo la partenza dai porti ucraini delle navi cariche di provviste rischia di innescare una tremenda crisi alimentare in tutto il mondo, particolarmente nelle zone più povere.

Sulla questione del conflitto russo-ucraino, Draghi ha rinnovato la richiesta a Mosca di fermare l’offensiva e di porre fine a questo massacro, associandola però a una domanda per tenere sempre aperta la via diplomatica gli europei – dice Draghi – ci chiedono cosa possiamo fare per portare la pace. Biden ha formalmente concordato, sebbene sia noto che la Casa Bianca guardi con scetticismo a una simile possibilità. Qualcuno dice si sia trattato di un tentativo di far capire all’alleato americano, a nome di tutta l’Europa, che la politica estera di Bruxelles rivendica una certa autonomia da Washington, che non vogliamo più essere “vassalli” della Casa Bianca e che, quindi, anche in questo caso, vogliamo trattare con la Russia indipendentemente dalle direttive a stelle e strisce, anche per difendere quelli che sono i nostri interessi.

Personalmente, non la vedo in questa maniera. Draghi è troppo intelligente per non sapere che, allo stato attuale delle cose, l’Europa non può pensare di avere una sua politica estera, sganciata da quella statunitense, senza essere unita anche su altri fronti e senza aver proceduto a un’integrazione più stretta, secondo la logica federale. Anche ammettendo la possibilità di un asse tra Roma, Parigi e Berlino per fare pressioni su Vladimir Putin e Zelensky perché si siedano al tavolo dei negoziati – cosa assai improbabile – ciò sarebbe solo un palliativo e non risolverebbe il problema alla radice: non eliminerebbe il rischio di altre guerre in futuro, che possono essere sventate solo seguendo la strategia americana, assai più lungimirante, volta al depotenziamento della Russia e al logoramento del regime putiniano. Effettivamente, il ridimensionamento di Mosca e soprattutto nell’interesse degli europei, che la Russia ce l’hanno vicino casa e che quindi sono molto più esposti ai suoi attacchi e ai suoi tentativi di destabilizzazione. Gli americani rischiano di perdere alleati, ma noi rischiamo di perdere la libertà, la democrazia. Di conseguenza, c’è da chiedersi se l’asse che in questo momento dovremmo auspicare non sia tra Roma e Washington e Londra.

Non sembra che se ne siano accorti in molti, ma l’Italia – sotto la leadership di Draghi – è diventata la principale interlocutrice europea degli Stati Uniti, come si evince dalle parole di Biden, il quale ha sottolineato come il rapporto tra i due Paesi, da sempre estremamente solido, si è ulteriormente rafforzato proprio con la guerra e che ha definito Draghi “un buon amico e un grande alleato”. Il motivo per cui gli Stati Uniti hanno deciso di puntare tutto sull’Italia – anche per tenere alto il morale in Europa e non demordere rispetto all’obbiettivo di ridimensionamento della minaccia russa, a prescindere dalla guerra in Ucraina e dalla possibilità di giungere o meno a un accordo di pace – è semplice: il nostro è stato – eccezion fatta per quello di Londra – il governo più atlantista e anti-putiniano tra quelli europei.

Se Emmanuel Macron continua a sostenere la necessità di non umiliare la Russia e di tanto in tanto sente Putin (anche in occasione della sua rielezione all’Eliseo) per cercare di persuaderlo a smetterla con questa follia; e se Olaf Scholz ha mostrato non poche incertezze sull’opportunità di “picchiare duro” inviando armi pesanti all’Ucraina (pare che abbia cambiato rotta sotto le pressioni della componente Verde del suo governo, e in particolare della ministra degli Esteri, Annalena Baerbock) e bloccando le importazioni di gas e petrolio dalla Russia (da cui la Germania dipende molto più dell’Italia); l’Italia si è sempre comportata in maniera impeccabile e ha dato davvero lezioni di moralità e di buon senso al resto del Vecchio Continente: di moralità perché non ha esitato un attimo a schierarsi dalla parte giusta, quella ucraina, pur consapevole che questo avrebbe potuto costarle molto caro, date le significative relazioni commerciali con la Russia e la dipendenza dalle sue esportazioni energetiche; di buon senso perché ha capito, prima di molti altri, che in gioco c’era la libertà, la sicurezza e la stabilità dell’intera Europa, e non solo dell’Ucraina, ragion per cui non era il caso di mettersi a fare conti da bottegaio. Washington, quindi, ora si fida di Roma.

Un ulteriore segnale in questa direzione è il fatto che i due leader si siano impegnati a cooperare su importanti tematiche di politica estera, come il rapporto con la Cina e la stabilizzazione della Libia, cosa quest’ultima che andrebbe a nostra vantaggio, soprattutto considerando la questione energetica e quella migratoria. No, non si tratta di essere “vassalli” degli americani (definizione sovente impiegata da chi avrebbe voluto farci diventare vassalli dei russi o, per meglio dire, “servi”), ma di capire che il futuro dell’Europa e quello degli Stati Uniti è indivisibile, che piaccia o no, insieme, siamo quello che si dice “Occidente”. Come ha detto Mario Draghi, Putin ha cercato di dividerci in tutti i modi, ma ha fallito. Ed ecco perché, in questo momento cruciale della nostra storia, è opportuno rivedere la nostra strategia in termini di sicurezza e di geopolitica. Finora abbiamo pensato che il commercio bastasse a garantire la pace, ma ora ci rendiamo conto che la prosperità e le relazioni economiche non fermano gli autocrati, né li dissuadono dal tentare il tutto per tutto per sovvertire quell’ordine mondiale che abbiamo costruito assieme.

Il conflitto in Ucraina ci dovrebbe aver messo nelle condizioni di comprendere che la libertà e la prosperità non possono essere disgiunte da una seria politica sulla sicurezza internazionale, volta a contenere le autocrazie e a fermarne l’ascesa politica ed economica che le rafforza e da loro la possibilità di coltivare “fantasie golpiste” rispetto all’ordine internazionale. Noi, come Italia tornata a essere protagonista della scena mondiale e principale interlocutrice degli Stati Uniti, possiamo giocare un ruolo fondamentale, tanto nel processo di stabilizzazione e di pacificazione globale, quanto nel processo di integrazione europea che ora sembra aver ritrovato slancio. Non saranno coloro che sostengono sia necessario usare il guanto di velluto coi dittatori fascisti come Putin a “fare l’Europa”, ma coloro che sapranno capire quando è il momento di negoziare, quando di combattere in difesa di quei valori che ci hanno reso grandi, che ci contraddistinguono e la cui diffusione in quante più parti del mondo è l’unica vera garanzia di una lunga e duratura pacificazione globale.