Draghi in Usa per riformare l’Europa?

Ieri il primo ministro italiano Mario Draghi ha incontrato il presidente degli Usa Joe Biden. Dopo l’emergenza-Covid, l’emergenza guerra viene evocata per introdurre riforme strutturali, in questo caso alle dinamiche decisionali all’interno dell’Ue: è fin troppo evidente che la funzionalità di tali modifiche, in primis l’introduzione della maggioranza al posto dell’unanimità, mirano a colpire gli Stati Ue meno allineati a Bruxelles, in primis Polonia e Ungheria.

Il presidente Mario Draghi l’ha ripetuto anche in occasione dell’incontro in videoconferenza del 8 maggio del G7, i sette Paesi più industrializzati del mondo, al netto della Federazione Russa: siamo in un’economia di guerra. La necessità di prenderne atto l’aveva affermata anche in occasione del discorso al Parlamento europeo del 3 maggio: “La guerra in Ucraina pone l’Unione europea davanti a una delle più gravi crisi della sua storia. Una crisi che è insieme umanitaria, securitaria, energetica, economica. E che avviene mentre i nostri Paesi sono ancora alle prese con le conseguenze della maggiore emergenza sanitaria degli ultimi cento anni”.

Draghi nell’occasione ha vantato la risposta unitaria dell’Unione europea grazie al programma di aiuti Next Generation Eu, basato sulla condivisione di debito europeo comune, posto dalla Bce-Banca centrale europea a garanzia delle obbligazioni che ne hanno costituito il sottostante finanziario, forma embrionale di cosiddetti eurobond. Egli ha poi rilanciato l’esigenza di portare avanti il progetto di una maggiore coesione dell’integrazione europea, adombrato con la Bussola strategica approvata al Consiglio europeo straordinario di Versailles del 10-11 marzo; ha ricordato come sia non sostenibile avere in Europa 146 sistemi di difesa, a fronte per esempio dei 34 degli Stati Uniti; e ha concluso che “la costruzione di una difesa comune deve accompagnarsi a una politica estera unitaria, e a meccanismi decisionali efficaci.

Dobbiamo superare il principio dell’unanimità, da cui origina una logica intergovernativa fatta di veti incrociati, e muoverci verso decisioni prese a maggioranza qualificata. Un’Europa capace di decidere in modo tempestivo, è un’Europa più credibile di fronte ai suoi cittadini e di fronte al mondo”. Ha quindi proposto, a fronte dei maggiori costi imposti dalla guerra e dalle sue conseguenze anche economiche: “L’Unione europea ha già ideato alcuni strumenti utili per governare queste sfide. Si tratta delle risposte che abbiamo messo in campo durante la pandemia e che hanno assicurato all’Unione europea una ripresa economica rapida e diffusa. Dobbiamo partire da questo successo, e adattare questi stessi strumenti alle circostanze che abbiamo davanti. Lo Sure – lo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza – ha concesso prestiti agli Stati membri per sostenere il mercato del lavoro. L’Unione europea dovrebbe ampliarne la portata, per fornire ai Paesi che ne fanno richiesta nuovi finanziamenti per attenuare l’impatto dei rincari energetici. Per quanto riguarda gli investimenti di lungo periodo in aree come la difesa, l’energia, la sicurezza alimentare e industriale, il modello è quello del Next Generation Eu. Il sistema di pagamenti scadenzati, legati a verifiche puntuali nel raggiungimento degli obiettivi, offre un meccanismo virtuoso di controllo della qualità della spesa”.

Quello del primo ministro italiano è quindi un ampio programma di riforma strutturale, già di fatto iniziato con l’adozione del programma di aiuto finanziario contro la pandemia, incentrato sul protagonismo della Bce, chiamata non semplicemente a garantire il controllo dell’inflazione ma a svolgere un ruolo di stimolo monetario proprio di una vera banca centrale, con la conseguente necessità, da ultimo, di devolvere alla Ue anche le politiche fiscali dei singoli Stati.

Si vorrebbe proseguire tale programma adottando una politica di difesa comune, a sua volta espressione di una politica estera comune, realmente efficace perché fondata non più sul principio della unanimità delle decisioni da parte degli Stati membri, che impedisce, a causa dei veti e dei blocchi incrociati, risposte rapide e adeguate alle esigenze dell’ora presente, bensì su quello di una maggioranza, se pur qualificata. La risposta dapprima alla pandemia, poi alla guerra in Ucraina coinciderebbe in tali riforme di funzionamento della Ue. Hic sunt leones!

È agevole considerare come la decisione a maggioranza invece che all’unanimità risponda a una esigenza del momento, ben più di quanto lo richiedeva il passato. Il cosiddetto sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa, approvato dalla Commissione Ue, sta infatti ricevendo ostacoli da parte dei soliti “discoli” di Visegrad (in questo caso, al netto della Polonia), i quali lamentano la propria maggiore dipendenza dal petrolio russo, oggetto delle sanzioni, comunque applicabili non prima del 31 dicembre 2022: tant’è che la soluzione di compromesso sembrerebbe rinvenirsi nella sospensione delle forniture per tali Paesi solo a partire da una più lontana data di fine 2023.

La vera posta in gioco è però la pretesa dell’Ungheria di vedere accantonato il meccanismo di condizionalità economica in proprio danno, per cui non le sono ancora stati corrisposte le risorse del Pnrr-Piano nazionale di ripresa e resilienza, a causa della denunciata violazione ungherese dello Stato di diritto: Draghi vorrebbe che fosse applicato lo stesso meccanismo ai fondi necessari per l’implementazione della difesa comune europea! È un meccanismo approvato nella sostanza, almeno in termini formali, anche dalla Corte europea di Lussemburgo, che ha però ultimamente portato la Polonia a porre il veto all’introduzione nello spazio fiscale europeo della riforma denominata global minimum tax.

Quel che va sotto traccia nella comunicazione mediatica è che, a fronte del rifiuto di Polonia e Bulgaria ad accettare il decreto di Putin di imposizione del pagamento del gas russo in rubli, con conseguente variazione unilaterale dei termini contrattuali, i polacchi ed i bulgari si sono visti chiudere il rubinetto da Gazprom del gasdotto Jamal, mentre alla richiesta della Polonia di applicare le sanzioni non solo al petrolio russo ma anche al gas, gli Stati membri che si sono opposti si chiamano Germania, Francia e Italia! Il ministro italiano della Transizione ecologica Cingolani si è piegato al diktat di Putin prevedendo sì il versamento in euro a Gazprombank, ma conferendo a essa la facoltà di convertire la valuta europea in rubli: in tal modo si realizza di fatto l’aggiramento delle sanzioni finanziarie che precluderebbero rapporti con la Banca centrale russa, il cui apporto è indispensabile per tale transazione valutaria! Per cui, da un lato, il Governo italiano propone la decisione a maggioranza per superare a piè pari il non allineamento di Stati membri dell’Ue riottosi, dall’altro si dissocia nei fatti dal fronte delle sanzioni, e quindi si mostra esso stesso meno allineato dei non allineati!

Un tale contesto di confusione e di evidente ordine sparso fra i Paesi Ue rende infondata la pretesa di fare classifiche tra buoni e cattivi, con l’usuale schema di addebito agli Stati dell’Est – segnatamente Ungheria e Polonia – del secondo ruolo, specie allorquando Varsavia sta dando riprova di concreto europeismo accogliendo e ospitando più di due milioni di profughi ucraini, a fronte delle migliaia delle altre Nazioni europee. E appare pericoloso che riforme strutturali nel meccanismo di funzionamento dell’Ue siano adottate in modo surrettizio e strumentale, sull’onda delle emergenze belliche, senza prendere in considerazione la ponderata modifica dei Trattati e, quel che ancor più preoccupa, in mancanza di qualsiasi preventivo dibattito nei singoli Parlamenti nazionali, sempre più colpevolmente disinteressati ed assenti: in proposito vale il non commendevole esempio del Parlamento europeo, che in occasione del discorso di Draghi ha visto presenti poche decine di parlamentari. Ad allungare l’elenco dei paradossi è vi è la lamentela sulla mancata consultazione del Parlamento italiano manifestata dal capo della forza politica che salta e pratica la democrazia diretta del voto su Internet!

Ha ragione a chi, a conferma del degrado cui sarebbe stata destinata, dopo il 1989 e la presunta fine della Storia, la politica trasformata in amministrazione, afferma che dallo schiacciamento della dimensione del diritto su quella del potere consegue una risposta centralista e autoritaria della politica alla crisi. Così i veri parlamenti, cioè i luoghi della decisione, oggi sono non più le assemblee elettive, bensì i consigli di amministrazione dei grandi poteri finanziari e mediatici.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino