Mani Pulite fu eccessi, ma anche richiesta di rinnovamento

Ciclicamente si torna a parlare di Mani Pulite, la stagione giudiziaria che si aprì trent’anni fa e che portò all’implosione del sistema politico che aveva governato l’Italia dal Dopoguerra. Come sempre, l’opinione pubblica è divisa fra sostenitori e detrattori di quel periodo, che di fatto sancì anche l’inizio di una sorta di soggezione del potere politico nei confronti di quello giudiziario che ancora oggi permane, anche se talvolta affiorano segnali di insofferenza.

Il rischio è che il ricordo di quella stagione si esaurisca nella condanna dei metodi di alcuni pubblici ministeri e nell’accusa di indagini pilotate per colpire questo o quel partito. Sarebbe limitativo non considerare che fu anche un periodo in cui dalla società si alzava una richiesta di rinnovamento e di buona politica, infatti i magistrati di allora erano agli occhi di molti i paladini di valori autenticamente popolari. Poi, però, la storia prende le sue rivincite e oggi i sondaggi indicano che solo un italiano su tre ha fiducia nella magistratura.

La richiesta di rinnovamento di allora è in buna parte naufragata, è vero che i partiti sono cambiati, ma le istituzioni e le procedure che governano il sistema non sono state al passo. Potrà sembrare banale ricordare che in quel periodo costruire una scuola, dalla progettazione all’inaugurazione, richiedeva vent’anni e che oggi ne occorrono due di più. In sintesi: in questi trent’anni la politica ha perso buona parte del suo consenso (si reca a votare un cittadino su due), la magistratura ha rottamato una buona parte della sua immagine pubblica e della credibilità che aveva conquistato e l’Italia continua ad arrancare fra speranze e delusioni.

Aggiornato il 04 aprile 2022 alle ore 12:28