No al Nucleare: quali implicazioni di carattere economico e geopolitico?

La questione nucleare sembra essersi riaccesa. Ricordo da sempre le mie attenzioni verso questa tecnologia, e qualche anno più tardi in qualità di Segretario nazionale dei Verdi Verdi (prima ancora Verdi Liberaldemocratici) ho sperato e pensato che, nonostante il “no” al Referendum, non fosse utile abbandonare nessuna ricerca per il principio di serendipity! Una tecnologia che avrebbe avuto conseguenze in vari ambiti, sia economici, che di sviluppo e geopolitici. Mi ero reso conto che le grandi superpotenze erano le sole ad avere, anche in politica estera, una loro autonomia a essere ammesse nel Consiglio nazionale di Sicurezza dell’Onu.

Non mi era certo sfuggito che l’Italia, pur sconfitta nella Seconda guerra mondiale, era riuscita a crearsi un varco ed entrare a far parte del progetto Euratom, anche e soprattutto per il valore scientifico di alcuni nostri studiosi. Pertanto all’Italia pur perdente, e smilitarizzata e posta sotto il controllo di quegli Stati, usciti vincenti dalla Seconda guerra mondiale, le era stato riconosciuta la possibilità di sviluppare studi nel nucleare e progetti, ma solo a scopo civile. Una opportunità che non siamo riusciti a sfruttare al meglio!

Quando negli anni Cinquanta l’Italia, la Francia e la Germania, anche a seguito della profonda delusione, tenuta dagli Stati Uniti a seguito della crisi di Ungheria, per la soluzione del canale di Suez pensarono fosse opportuno dotarsi di propri armamenti nucleari, prodotti in comune. Ma, il trattato fallì per diversi motivi! In primis il successo di Charles de Gaulle in Francia, che spinse verso la fine degli anni Sessanta per il solo nucleare transalpino, anche se vi fu inizialmente un certo corteggiamento con l’Italia. Ma vi erano ben altre questioni delicate, sia per certi equilibri con gli Stati Uniti, ma forse più di ogni altro è nel non aver mai affrontato nel trattato quale istituzione o soggetto avrebbe dovuto prendersi carico di questa arma nucleare, stabilendo regole e pesi certi. Oggi con la crisi dell’Afghanistan e il cambio di fronte degli Usa nello scacchiere internazionale, ci troviamo probabilmente in una situazione molto più delicata, con alcune analogie, che devono far riflettere.

Ho militato e frequentato il mondo verde e conosco la loro galassia. Molti ex sessantottini, pacifisti, antinuclearisti, senza una precisa identità e colore hanno animato la vita politica di quegli anni, tutti animati da un sentire comune, il rifiuto delle armi e la corsa agli armamenti, ancora memori delle pesanti conseguenze delle bombe atomiche lanciate sul Giappone! Come dare loro torto. In qualche modo, questa magmatica marea di persone era in affine alla stessa onda che il Movimento Cinque Stelle ha prodotto in questi anni. E come allora questa onda, priva di risposte politiche, si è ritrovata a essere penetrata e cavalcata da personaggi di estrema sinistra, consapevoli anche che il comunismo fosse ormai alle ultime battute, in un famoso congresso tenutosi a Firenze, che si annidò nei Verdi del sole che ride e Verdi arcobaleno. Questa galassia è stata dunque infiltrata da alcuni personaggi fortemente politicizzati, senza alcuna cultura e matrice ambientalista, occupando il movimento Verde. Ricordiamo tutti il senatore Giulio Andreotti, sempre con quel suo fare sottile, additarli come “Verdi fuori ma rossi dentro”.

Se il “No” al nucleare per fini bellici era una opzione, doveva esserla se fosse stata unanimemente condivisa da tutte le potenze in campo. Il risultato di questa camaleontica trasformazione è stato un movimento privo di qualsiasi connotazione “ambientalista”, sposando non a caso campagne demagogiche e giustizialiste. Nel frattempo, la Francia a inizio anni Ottanta, aveva fortemente accelerato sulla scelta Nucleare, realizzando numerose centrali ai nostri confini, come in Germania, Svizzera, in Belgio, in Olanda. Dunque se l’Europa scelse il Nucleare, l’Italia, prima della classe e tra i fondatori dell’Euratom, con una centrale che ha fatto scuola e destato l’interesse di molte nazioni, in breve tempo si ritrovò fuori dai giochi! Non si capisce però, con quale senno gli italiani abbiano rinunciato al Nucleare se, ai nostri confini, erano presenti centrali ovunque!

La Francia finalmente, dopo il nostro “No” al Nucleare, si prodigò talmente che riuscì a portare a segno un risultato impensabile fino a qualche anno prima. In qualche modo tale scelta è stata forse la premessa che ha gettato le basi per mettere a segno nuove forme di colonialismo a danno del nostro Paese. Se Chicco Testa, presidente di Legambiente e deputato del Partito Comunista italiano, fu determinante nella battaglia contro il Nucleare, lo stesso non si oppose minimamente quando fummo costretti ad acquistare dalla Francia quello stesso Nucleare che avremmo potuto produrre in casa, con immensi sforzi e ricerche, dell’ammontare di circa una Finanziaria.

La Francia in qualche modo aveva monetizzato e incassato, punendoci forse anche per le nostre ondivaghe politiche che abbiamo sempre mantenuto, nonostante avessero tentato sin dagli anni Cinquanta di coinvolgerci come partner. Lo sforzo di personaggi come Enrico Mattei e tanti altri, impegnati a rendere indipendente il nostro Paese energeticamente, in un solo giorno, venne meno grazie al Referendum e ai suoi leader, nonostante una parte del Partito Comunista, non fosse d’accordo di cavalcare questa deriva referendaria!

Qualche anno dopo, per pura causalità, i francesi inizieranno ad acquistare tanti, tantissimi gioielli di famiglia e penetrare nel mercato italiano. Il nostro Paese nel frattempo si ritrovava con il costo dell’energia tra i più cari, e poco competitivo per i costi energetici che si abbattevano sulle nostre imprese, in più con le centrali nucleari da riconvertire e costi ciclopici che si sono assommati a seguito di tale scellerata scelta. Ho sempre avuto la sensazione che la campagna anti-nuclearista avesse sui media e nella comunicazione una imponente e massiccia presenza, che non si spiega se non fosse stata sapientemente alimentata e foraggiata. Forse qualcuno era sceso in campo per indebolire il Paese, ben sapendo che se avesse avuto una autonomia energetica, che tanti nel passato come Mattei avevano cercato di realizzare, avremmo potuto giocare tutto un altro ruolo?

A tal fine in quegli anni osservavo incuriosito i rapporti tra certi sessantottini e le politiche di François Mitterand. Una ingerenza che la Francia ha tenuto nei nostri confronti, che non può essere spiegata e compresa se non forse analizzando certi contesti e cercando di darsi delle risposte. Ad esempio, solo recentemente la Francia ha arrestato ad aprile 2021 Marina Petrella, ex membro delle Brigate Rosse e colonna portante delle Br romane garantendone, per quasi venti anni, asilo politico. Ma molti sono stati i brigatisti che hanno trovato rifugio in Francia, tra i più noti Toni Negri, Cesare Battisti, Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Sergio Tornaghi. Questo lo dobbiamo alla dottrina di Mitterand, ex presidente della Repubblica francese, che nel 1985 negò l’estradizione, in particolare, degli italiani ricercati per atti di natura violenta, ma di ispirazione politica, purché tali azioni non fossero dirette contro lo Stato francese. Considero ancora oggi tale atteggiamento, da parte di uno Stato europeo e nostro alleato, di estrema gravità, che non poteva non avere conseguenze politiche, ma che abbiamo tollerato. Perché? La dottrina Mitterrand traeva spunto da una pretesa superiorità della legislazione francese sulle altre legislazioni europee in tema di diritti umani. Tale principio non era analogamente estendibile però nel caso inverso, dunque non si applicava nell’eventualità in cui si fosse attentato in qualsiasi modo alla democrazia francese. È proprio il caso di dire viva la France, viva la liberté, l’égalité, la fraternité.

La domanda che possiamo porci è che rapporto c’è stato tra questi personaggi vicini ad una certa sinistra e personaggi come Boato e Ronchi che penetrarono la componente verde e la scelta anti-nuclearista? Boato noto sessantottino che fondò Lotta Continua, confluito poi in Democrazia Proletaria con Adriano Sofri. Altresì di non poco conto sarebbe affrontare e comprendere quale rapporto ci sia stato tra Toni Negri e Corrado Simioni, rappresentati di quella sinistra parlamentare solo per fare qualche esempio, e il Circolo Hyperion, nota scuola di lingue fondata nel 1977 a Parigi. Scuola che è stata sospettata essere il centro di indirizzo e gestione di diversi servizi segreti! Come mai questa scuola con sede a Parigi annovera tra i fondatori personaggi di spicco come Renato Curcio, Renato Franceschini e Mario Moretti, noti esponenti delle Brigate Rosse? Come mai questa scuola aveva poco prima del rapimento di Aldo Moro un ufficio di rappresentanza a Roma, in via Nicotera, nel medesimo stabile dove risulta ci fossero alcune società coperte del Sismi?

Ma la domanda che intendo porre è: chi ha finanziato le campagne anti-nucleari che hanno bombardato il Paese? Campagna portata avanti con ogni mezzo, senza badare a spese, portando a una vittoria schiacciante un movimento verde appena nato, con poche risorse? Perché mai il presidente di Legambiente Chicco Testa, folgorato sulla via di Damasco, promotore del referendum anti-nucleare, oggi è passato dall’altra parte della barriera ed è oggi nuclearista convinto? Anche Patrick Moore, fondatore di Greenpeace, il 19 aprile 2006, ha rivisto la sua posizione sul nucleare, dichiarando quanto segue: “All’inizio, nei primi anni Settanta, pensavo al nucleare come qualcosa di terribile, ma a distanza di trent’anni il mio punto di vista è cambiato, poiché ritengo che il nucleare potrebbe essere la sola fonte energetica in grado di salvare il nostro pianeta dal disastro. Ritengo pertanto che il “no” al nucleare è stato un grosso errore. Il carbone è responsabile dell’effetto serra nel nostro pianeta, il gas è troppo costoso ed è una energia che non durerà per sempre, impianti eolici e solari offrono una erogazione intermittente e scarsamente prevedibile. Il nucleare oltre a costare poco è ad oggi l’unica energia pulita ed economica. Siamo stati contagiati dal terrore, ma non avevamo elementi a sufficienza per una analisi obiettiva. Per quanto riguarda lo smaltimento delle scorie radioattive, queste vengono impropriamente definite scorie ma, in realtà, sono combustibili nucleari che dopo essere stati utilizzati per un ciclo al 95 per cento dell’energia potenziale, possono essere riutilizzate per un nuovo ciclo e quindi smaltite”.

Fatte queste premesse, una certezza: abbiamo rinunciato ad anni di studi, ricerche, sacrifici, investimenti e non possiamo nascondere che per il nostro Paese sarebbe stato determinante dotarsi di una autentica politica energetica. Indipendenza energetica che il buon Enrico Mattei aveva tentato di portare avanti in tutti i modi, pagando con la sua vita tale scelta fortemente invisa in ambiti internazionali. Mattei che cercò rapporti e contatti con vari Paesi, dall’Iran alla Russia a molti Stati del Nord Africa per rendere l’Italia libera sotto il profilo energetico. Mattei che, ad esempio, finanziò l’Algeria, cercando di contrastare i sogni imperialisti dei francesi (fonte Limes, rivista di Geopolitica, articolo pubblicato l’11 luglio 2019, che da sempre nutrivano un forte interesse per i suoi giacimenti petroliferi. Non è un caso che, di recente, alcune inchieste hanno riportato all’attenzione pubblica una lettera proveniente dall’Organisation de l’Armée secrete. Una lettera di minaccia recapitata al Presidente dell’Eni la sera del 25 luglio 1961, proveniente da una nota forza clandestina francese, operante in Algeria per impedirne l’indipendenza che perpetrò assassini ed omicidi di ogni tipo. E forse questo filo è in qualche modo connesso con quanto occorso nel 2011, con la sortita di Nicolas Sarkozy e l’intervento in Libia, come ci lasciano supporre la declassificazione di circa 3000 e-mail dell’ex segretario di Stato Americano Hillary Clinton diffuse nel 2016, non per fini umanitari ma meramente di interessi economici e geopolitici. Azioni che hanno avuto probabilmente pesanti ricadute e conseguenze per il nostro Paese, sia sul piano politico che economico. Come sempre i veri interessi in campo erano approvvigionamenti petroliferi ed indipendenza energetica e non certo azioni umanitarie. Senza energia non c’è futuro, tutto il resto non conta. Pertanto una cosa è certa: l’indipendenza energetica di un Paese è strettamente connessa a interessi economici e di sviluppo, che sono preminenti e strategici, secondi a nessuno.

Ma vediamo come altri Paesi sono riusciti a posporre la grana Chernobyl, promettendo sin dalla fine degli anni Ottanta l’abbandono e il disuso delle loro centrali. Ad esempio Stati come la Germania hanno sempre rinviato la chiusura delle loro centrali. Anche di recente la Germania ha stilato un accordo economico per chiudere entro il 2022 tutte le centrali. Il risarcimento deciso ammonta a 2.428 miliardi di euro, ed è scaturito a seguito delle numerose controversie legali successiva alla decisione di abbandonare il nucleare a favore delle seguenti società, la Rwe, Vattenfall, EnBW-Eon, PreussenElektra. Nel 2020 il Bundestag tedesco ha approvato una legge e si è impegnato entro il 2030 a produrre il 65 per cento con le rinnovabili e zero Co2 entro il 2050!!!

Ma è proprio vero che la Germania e altri Paesi sono in procinto di abbandonare il nucleare? Ebbene no. Ben altri sono gli scenari. L’Italia, pur avendo abbandonato le ricerche entro i suoi confini, è per nostra fortuna in prima fila con il Dtt, il Tokamak made in Italy, sviluppato nei laboratori dell’Enea mentre a Frascati si lavora per la realizzazione del centro per lo studio e la fusione nucleare. Dunque non tutto è perduto. Il Governo inglese ha finanziato un progetto con circa 220 milioni di sterline. La Germania, pur avendo chiuso un accordo transattivo per la chiusura delle vecchie centrali nucleari, è impegnata per il nucleare di nuova generazione finanziato al venti per cento dall’Europa per il suo Wendelstein 7 Stellarator. La Francia per il 2025 ha programmato l’accensione dell’“International Thermonuclear experimental reactor nel centro di ricerca di Cadarache in Provenza.

Cfs spin off del Mit, di cui Eni è principale azionista dal 2018, ha condotto il primo test al mondo del magnete con tecnologia superconduttiva Hts. Ebbene, con una bottiglietta di acqua si potrà alimentare una centrale da 150-200 Mw. Saranno impianti di nuova generazione, sicuri, efficienti e con una forte riduzione dei costi. Eni è anche partner insieme ad Enea del progetto Tokamac. Dunque l’Italia è stata costretta ad investire con le sue società all’estero, ma non ha fortunatamente dismesso ricerca e sviluppo nel settore dell’energia nucleare.

Ma non ci sono solo i governi. Sono molte le società private che stanno investendo nel nucleare. La canadese General Fusion con alle spalle il patron di Amazon, Jeff Besos e la stessa Microsoft. La Tae technologies ha raggiunto i 700 milioni finanziata dalla Goldman Sachs e molti altri. Per capire il futuro ed affrontare la paura del nucleare, è fondamentale fare chiarezza senza nasconderci come gli struzzi, e dunque è d’obbligo un passo indietro, cercando di capire quali sono stati i diversi interessi in campo e fare chiarezza su diverse vicende meno note al grande pubblico, tornando agli anni Cinquanta. Non tutti sanno che l’Italia, in quegli anni, sorprese il mondo intero con una scoperta unica, il reattore nucleare Cirene. Pur uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, ancora politicamente instabile e ovviamente sotto il controllo delle super potenze vittoriose del conflitto, non a caso era stata smilitarizzata, giammai avrebbe potuto avviare delle ricerche sul nucleare, appannaggio solo delle superpotenze vincitrici. Ma ecco che la storia incontra sulla strada il genio italiano.

Tre ricercatori italiani, Mario Silvestri, Carlo Salvetti e Giorgio Salvini, appoggiati da Vittorio De Biasi, consigliere delegato della Edison e dal professor Giuseppe Bolla, ordinario alla facoltà di Fisica dell’ateneo milanese, coinvolgono Fiat e altri produttori di elettricità, come Montecatini e Sade. Da questo raggruppamento nasce nel novembre del 1946 il Centro Informazioni Studi ed esperienze, ovvero il Cise, a cui aderiranno successivamente Pirelli, Falck, Terni e Comune di Milano. Inoltre, verranno acquisite le consulenze di diversi fisici dell’Università della Sapienza, tra cui Edoardo Amaldi, Gilberto Bernardini e Bruno Ferretti che avevano lavorato con Enrico Fermi.

Nel frattempo gli Usa, nel 1955, promuoveranno la prima conferenza internazionale sugli usi pacifici dell’atomo dal titolo “Atomo per la pace” avendo ben compreso che, non potevano impedire ricerche di altri Paesi in tal senso e, ponendosi come obiettivo non dichiarato, di acquisire una leadership sul piano tecnologico ed industriale! In Italia la ricerca sul nucleare viene affidata subito dopo la conferenza promossa dagli Usa al Cnrn, Comitato nazionale per le ricerche nucleari, che sposa la politica americana delineata dalla conferenza atomi per la pace, acquistando il primo reattore americano, sviluppato all’Argonne National Laboratory in costruzione ad Ispra, presso Varese. Le differenze e le strategie tra il Cnrn e il Cise con il progetto Cirene non sono di poco conto, sia sotto l’aspetto politico, geopolitico ed economico. Il Cnrn dipendeva totalmente dal know out della ricerca e sviluppo nel nucleare dell’industria americana, acquistando i suoi reattori e l’uranio arricchito e dunque da una totale dipendenza dagli Stati Uniti, mentre il Cise punta ad un totale affrancamento con un suo progetto unico ed indipendente. Nel 1959 il centro di Ispra viene ceduto alla Comunità atomica europea (Cea), mentre il Comitato nazionale per l’Energia nucleare (Cnen), trasformatosi in Cnrn viene spostato all centro ricerche della Casaccia, vicino Roma.

Ma perché il Cise ha fatto scuola? Perché ha rappresentato per l’Italia una opportunità unica che abbiamo saputo con grande disprezzo abbandonare? Il problema di fondo era uno e non secondario. L’Italia era uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, per produrre energia nucleare doveva ricorrere al processo di arricchimento dell’uranio e tale strada le era preclusa, poiché tale processo propedeutico alla costruzione di armi nucleari! Ma c’è sempre una soluzione e in questo caso il genio di alcuni talentuosi ingegneri italiani, con il Cirene, spiazzeranno l’intera Comunità internazionale con un brevetto che avrebbe reso autonoma l’Italia. Ma tale tecnologia contrastava e confliggeva con la tecnologia americana, perché intenzione di questi ultimi era di vendere i loro reattori ed il loro uranio arricchito!

Cirene era un evidente ostacolo a tali politiche e fu boicottato in ogni modo. Cirene rappresentava un prodotto competitivo, alternativo rispetto alle filiere americane, non solo sul mercato interno, ma anche su quello estero!! Ma in cosa era unico il progetto Cirene? Ebbene era un reattore, il primo in assoluto al mondo che non aveva bisogno di uranio arricchito, ma naturale, moderato ad acqua pesante e refrigerato ad acqua leggera in cambiamento di fase. L’idea unica, geniale, inconfondibile dei nostri ingegneri, alla base del Cirene è il raffreddamento cosiddetto a nebbia. Raffreddando con acqua naturale, vi sarebbe stato un forte assorbimento dei neutroni e il rendimento del reattore non sarebbe stato economicamente sostenibile.

Il genio italiano impresse ancora una volta una svolta e, se la distillazione dell’acqua pesante era per il resto del mondo un forte ostacolo tecnologico, l’Italia, sostenuta anche da una fortissima ed avanzatissima industria chimica, trovò la quadra, prima tra tutte le nazioni! Purtroppo, pur avendo trovato una soluzione unica, il Cirene poteva potenzialmente essere utilizzato anche per produrre plutonio, e questo era fortemente inviso da tutte le superpotenze che detenevano tali segreti con conseguenze in ambito militare. Nel frattempo il Cise, intorno agli anni Sessanta, venne portato sotto l’egida pubblica dello Stato ed il progetto accantonato. Si costituisce l’Enel, l’Ente nazionale per l’energia elettrica. Successivamente con la morte di Mattei e l’uscita di scena di Felice Ippolito, fautori di una politica di indipendenza energetica, l’Italia subisce un duro contraccolpo. Solo nel 1973, all’affacciarsi della prima crisi energetica, il ministro dell’Industria, Carlo Donat-Cattin, rilancia il nucleare con un progetto ambizioso, ovvero la costruzione di venti centrali nucleari. Dall’estero arrivano numerose richieste all’Italia e vengono presi accordi preliminari tra Iraq, Indonesia e Kuwait. Non fu casuale allora che tale successo richiamò l’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che riprese in più occasioni l’Iraq per i suoi tentativi di acquistare un reattore con tecnologia Cirene, in quanto si pensava che fosse preliminare per sviluppare plutonio.

Purtroppo nel 1987 l’Italia ha abbandonato con un Referendum la via del nucleare. Ma oggi pur costretti a portare avanti studi e ricerche fuori dal territorio nazionale, siamo ancora in gioco. Bisogna renderci conto che il nucleare potrebbe essere per l’intera umanità una risorsa unica per risolvere le numerose controversie e tensioni geopolitiche, che minano la pace nel mondo. La ricerca non deve essere abbandonata in quanto le vere scoperte, quelle che hanno rivoluzionato la storia, sono avvenute sempre e solo portando avanti studi ed investimenti e, spesso, casualmente. Pertanto, non possiamo prevedere quali e quante nuove scoperte produrrà la ricerca in tale direzione. È opportuno anche affrontare e capire quali implicazioni possa avere in ambito geopolitico, e quali opportunità per la pace dei popoli e per evitare guerre energetiche! Tornando alla storia del nucleare in Europa, per comprendere i risvolti, un forte contraccolpo si ebbe in Italia quando nel 2004 la Germania e l’Inghilterra entrarono a pieno titolo, al nostro posto, nel progetto Eurodif, per la produzione di uranio arricchito destinato alle centrali nucleari per produrre elettricità.

La vecchia alleanza tra Francia ed Italia, con il progetto Eurodif , con impianti a diffusione gassosa per la produzione di uranio leggermente arricchito che fu poi sostituito da un milione circa di centrifughe realizzate in Germania ed Olanda, ebbe un punto di arresto. Eurodif nasce in Francia nel 1973 dietro impulso di George Besse, laureatosi al Politecnico di Parigi ed esperto di nucleare. Già negli anni Cinquanta tra Francia ed Italia c’erano stati accordi in tal senso, con una nostra presenza, con una quota nella società Eurodif, che aveva come obiettivo la costruzione di un reattore a Tricastin, in Francia.

Gli americani in tale occasione, per contrastare la collaborazione franco-italiana, offrirono in cambio all’Enel uranio arricchito, per far funzionare le centrali previste dal Piano Energetico Nazionale.I francesi d’altro canto avevano bisogno dell’Italia, in quanto il Parlamento francese non avrebbe dato il via libera senza la partecipazione dell’Italia. Questa collaborazione era altamente strategica, perché prevedeva un patto segreto di collaborazione, in quanto l’Italia avrebbe partecipato non solo alle opere civili, ma anche alle parti tecniche, di sviluppo e ricerca, per l’arricchimento dell’uranio! Purtroppo l’Italia mantenne posizioni molto ambigue. Pertanto, anche a seguito del Referendum, sul nucleare, perse questa posizione di privilegio. Non dimentichiamo che le centrali a diffusione gassosa dell’Eurodif furono realizzate dalla partecipata, ovvero dalla società Nuovo Pignone che deteneva il 23 per cento. La Francia, alla fine degli anni Novanta, costituì la società George Besse due, alla quale aderirono, sottoscrivendo un trattato, Regno Unito e Germania, per la produzione di uranio leggermente arricchito. Non è un caso se nel 2010 sia il Regno Unito e che la Germania aderirono a pieno titolo alla società George Besse Due, per la produzione di uranio leggermente arricchito.

La nostra svolta anti-nuclearista e le nostre politiche a forni alterni portarono nel gennaio del 2019 alla firma, tra Francia e Germania, del trattato di Aquisgrana, già sottoscritto e ratificato da entrambi i Parlamenti e differentemente da quanto accadde nel 1963, con la firma del Trattato dell’Eliseo, in cui l’Italia era parte integrante dell’accordo con la Francia, oggi siamo stati completamente esclusi. Le considerazioni, sotto il profilo politico e geopolitico di questo nuovo accordo, non sono affatto da sottovalutare. La Francia si è fatta carico di traghettare la Germania all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove siedono a titolo permanente Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Russia e Francia, tutti con diritto di veto e tra le sole potenze nucleari. Grandi padri del passato, come Robert Schuman per la Francia, Konrad Adenauer per la Germania e Alcide De Gasperi per l’Italia, lanciarono nel 1950 la Comunità europea per il carbone e l’acciaio, che come sappiamo erano materie prime per l’industria bellica, ubicate soprattutto tra l’Alsazia e la Lorena e la Ruhr, territori che non a caso determinarono pesanti conflitti per l’approvvigionamento e, causa tra l’altro, delle due guerre mondiali.

La Francia comprese bene che acciaio e carbone nella nuova era nucleare non erano più determinanti, e sposarono e promossero un trattato di Comunità europea di difesa che non fu mai ratificato dal Parlamento francese. La speranza si riaccese quando l’Europa approvò l’Euratom, la comunità per lo sviluppo e la ricerca nel nucleare, con il fine di arrivare ad una arma atomica condivisa, anche se di fatto si tentò un accordo trilaterale e segreto con l’Italia e la Germania. Accordo disinnescato dagli americani che agirono separatamente sui governi italiani e tedeschi. A quel punto il generale de Gaulle avviò da solo le trattative e la Francia è oggi uno Stato militarmente e giuridicamente nucleare, come le altre grandi superpotenze e siede a pieno titolo nel Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’Onu.

Dunque appena l’Italia chiuse con il referendum la porta in faccia al Nucleare, nel 1987, la Francia cercò la collaborazione di altri Paesi, Germania e Inghilterra. Nel 2010 francesi e inglesi sottoscrissero il Trattato nucleare, rendendo entrambi disponibili il loro know out. Nel gennaio 2019 fu la volta dei tedeschi. Francia e Germania, infatti, sottoscrissero con il Trattato di Aquisgrana, un accordo politico ed economico di notevole importanza. Già diversi anni prima i tedeschi erano entrati a far parte della società George Besse due, al posto dell’Italia, per la produzione di uranio leggermente arricchito a Tricastin. Tra l’altro tale accordo contempla per la Francia la sponsorizzazione della Germania ad appoggiare la candidatura di questi ultimi come membro permanente con diritto di veto e Stato militarmente e giuridicamente nucleare, al pari delle altre cinque superpotenze.

Nonostante tutto, qualcosa si muove anche per l’Italia. Emmanuel Macron ha offerto al nostro Paese anche probabilmente per controbilanciare la Germania, di far parte di un Trattato bilaterale, denominato Trattato del Quirinale. Il presidente Mario Draghi, con chiaro riferimento a questo trattato, ha riferito davanti al Senato, il 17 febbraio 2021, di voler meglio strutturare le relazioni tra i due Paesi e che lo stesso sarebbe stato firmato entro il 2021. Macron in occasione della visita all’Eliseo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ribadito la stessa intenzione. Trattato storico oggi sottoscritto da Draghi e Macron.

Alla luce degli eventi fin qui raccolti appare illuminante una frase di Benedetto Croce che osservava “quando una nazione non sa fare politica estera è destinata a servire o a perire”. Con la scelta errata del “No” al Nucleare abbiamo perso peso sia geo-politicamente che economicamente. La politica nostrana, con un Referendum, ha scaricato la responsabilità sui cittadini che non erano stati adeguatamente informati dei pro e dei contro, con gravi conseguenze.

Il “fattore atomico” dunque alla luce degli eventi descritti è stato una discriminante di primo piano nell’orientare i rapporti internazionali durante la Guerra fredda e lo sarà anche in futuro se non cresciamo. Dobbiamo pertanto riaprire un dibattito, con più maturità rispetto a prima, chiedendoci se è giusto costruire una Europa unita anche in campo militare o dobbiamo lasciare questo ruolo definitivamente alla Francia ed alla Germania, ma che avrà per l’Italia ovviamente conseguenze internazionali. La recente ritirata degli Usa dall’Afghanistan ha messo in luce altre strategie geopolitiche, altre mire, altri interessi in campo. La domanda che ci dobbiamo porre, in uno scenario europeo e di integrazione anche di difesa comune, è una: l’Italia che ruolo vuole rivestire?

(*) Presidente Ecologisti