Trattato del Quirinale: gli interessi dell’Italia e dell’Europa

Macron a Roma il 25 novembre per la firma

In linea generale è sempre legittimo e rientra nella prassi della diplomazia mantenere il riserbo sui testi in fase di stesura degli accordi internazionali. Ma nel caso del Trattato del Quirinale si potrebbe fare un’eccezione, e valutare una qualche dichiarazione ufficiale sui suoi contenuti. Se ne parla da quattro anni, e ora è stato reso noto che il presidente Emmanuel Macron il 25 e il 26 novembre sarà a Roma per la firma del Trattato. Ma l’annuncio è stato salutato da alcuni analisti ancora con qualche preoccupazione. Su alcuni giornali economici si è data voce alla tesi che questo accordo potrebbe risultare sbilanciato per l’Italia, che finirebbe con il regalare vantaggi competitivi alla Francia, posto che Parigi non sempre ha avuto riguardi per l’assetto finanziario italiano. Lo si è visto – dicono gli scettici sull’accordo – nella battaglia di Vivendi per il controllo di Tim e nel caso Fincantieri-Stx, in cui il gruppo triestino non ha potuto completare l’acquisizione degli Chantiers de l’Atlantique.

E ora che si annuncia “l’autonomia strategica” dell’Ue con lo Strategic Compass ed un nuovo esercito europeo, c’è il rischio di una nuova rincorsa dell’industria francese ad accaparrarsi i progetti di sviluppo negli armamenti. Per ultimo, si parla del rischio per l’italianità della Oto Melara che sarebbe in vendita alla franco-tedesca Knds. Altri osservatori hanno evidenziato che invece negli ultimi tempi le relazioni economiche con la Francia sarebbero più distese e incoraggianti, come si è verificato con la fusione tra Fiat e Psa in Stellantis, con l’ingresso della Cassa depositi e prestiti in Euronext, e anche nella collaborazione nel settore aereospaziale.

Al di là di tutto, vale comunque qualche considerazione di carattere generale. Un trattato non può contenere qualche clausola capestro che arrivi a condizionare le questioni riguardanti le acquisizioni finanziarie, a svantaggio di una parte. Già il titolo compiuto dell’accordo indica i fini: “Trattato fra la Repubblica francese e la Repubblica italiana per una cooperazione bilaterale rafforzata”. E quindi, guardando anche al modello di riferimento dello storico Trattato dell’Eliseo sottoscritto tra la Francia e la Germania, l’intesa dovrebbe prevedere un sistema di commissioni bilaterali su specifiche tematiche, incluse quelle delle politiche industriali e delle intese economiche, che servono proprio a prevenire i disaccordi tra le parti e a garantire la tutela dei rispettivi interessi.

Se così non fosse, un “accordo” non avrebbe senso. In ogni caso, uno Stato parte può recedere dai Trattati, e, beninteso, ogni Trattato internazionale di questo livello è soggetto ad una legge di ratifica del Parlamento, che ha tutti gli strumenti, anche attraverso le commissioni, per verificarne l’attuazione e che siano salvaguardati gli interessi del Paese. In definitiva, è meglio guardare con più convinzione all’iniziativa che si trascina da quattro anni, e che potrebbe segnare invece l’inizio di una maggiore intesa con la Francia. Insieme a Parigi e a Berlino, Roma potrà meglio sostenere una leadership nella Ue di fronte al blocco dei Paesi di Visegrád e dei c.d. frugali, su vari fronti, dalle politiche migratorie alla prosecuzione delle aperture sul patto di stabilità. E sul piano globale è bene che l’Italia e la Francia – come hanno già fatto al G20 e alla recente Conferenza sulla Libia – guardino insieme con le stesse prospettive alla transizione ecologica, alla difesa europea, alla lotta al terrorismo, alle crisi del Mediterraneo, del Sahel, e dell’Afghanistan. E rispetto alla contrapposizione dei blocchi e alle derive sovraniste, sostengano il modello dell’Europa dei diritti, della solidarietà e del multilateralismo.

(*) Membro dell’International Law Association, collaboratore de Il Giornale Diplomatico