Il caso Pegasus e il diritto alla privacy

Un’inchiesta del Washington Post ha rivelato come il software di produzione israeliana “Pegasus”, originariamente creato e impiegato per il controllo e il monitoraggio di terroristi e soggetti potenzialmente pericolosi, sia stato usato impropriamente anche da vari governi autoritari per finalità che si situano ben al di là della sicurezza nazionale.

Tra questi, figura anche il Governo ungherese: il premier magiaro Viktor Orbán avrebbe utilizzato il sistema informatico per tenere sotto controllo i cellulari di giornalisti d’opposizione, attivisti per i diritti civili e direttori delle testate libere, ma anche di avvocati – rei di aver prestato assistenza legale ai “soggetti sgraditi” al Governo – e di magistrati, colpevoli di aver assolto persone che l’Esecutivo avrebbe voluto vedere in carcere.

I nomi che spiccano nella lista dei “controllati” sono quelli di Szabolcs Panyi e Andras Szabo, entrambi giornalisti d’inchiesta, fortemente critici nei riguardi di Orbán e della sua politica. Tutto questo – ovviamente – nell’ambito della battaglia contro le libertà civili – in particolare d’espressione, d’informazione e d’insegnamento – intrapresa dal Governo magiaro negli ultimi anni.

Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi avrebbero impiegato questo sistema: in particolare, per monitorare le conversazioni dei colleghi e degli amici più stretti di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post assassinato – si sospetta – proprio su mandato della monarchia saudita.

Quello che emerge dall’indagine è semplicemente agghiacciante: sarebbero quasi cinquantamila i numeri telefonici messi sotto controllo, anche se, come ammette lo stesso Washington Post, non si sa con certezza quanti di essi siano stati veramente “infettati”. Tra i nomi “illustri” della lista anche diversi capi di Stato, nonché giornalisti, redattori e direttori di testate ed emittenti televisive internazionali come la Cnn, Al Jazeera, Voice of America, Wall Street Journal, Financial Times, New York Times e altri.

Grazie a “Pegasus” i governi in questione hanno potuto avere accesso al contenuto di mail, foto e messaggi, anche quelli crittografati (come nel caso di WhatsApp), ascoltare le conversazioni telefoniche, accendere segretamente fotocamere e microfoni e localizzare i soggetti tenuti sotto controllo in ogni momento. L’azienda sviluppatrice del software, la Nso, respinge ogni accusa, sostenendo che la propria tecnologia sia stata creata per fini relativi alla sicurezza nazionale e spiegando come l’azienda non abbia alcun ruolo nella gestione e nell’impiego del sistema da parte dei governi. Al tempo stesso – probabilmente riconoscendo la pericolosità di un software di questo tipo nelle mani sbagliate – si è impegnata a indagare sulla questione: chissà che in futuro non si astenga dal mettere a disposizione simili tecnologie ai governi “poco affidabili”, come quello ungherese o quello saudita.

Ciononostante, la stessa azienda si rifiuta di fornire la lista dei suoi clienti governativi. Per adesso, l’unica replica all’accusa sollevata dalla testata americana viene proprio dal Governo ungherese, che per mezzo dei suoi portavoce si limita a ribadire che l’Ungheria è uno Stato democratico, che il Governo agisce secondo la legge e che gli strumenti in questione sono stati usati in maniera legittima. Strano concetto di democrazia, non c’è che dire.

In effetti, tutti i despoti agiscono conformemente alla legge (che coincide con la loro volontà e le loro determinazioni, quindi sarebbe difficile il contrario): il punto è se la legge sia veramente giusta o, in altri termini, se venga percepita come tale dai governati. Ma questi sono discorsi forse troppo “liberal-occidentali” per certe nazioni, i cui governanti sono simili a dei “domatori” che vedono i cittadini come “animali” da addestrare a suon di frustate.

Comunque, al netto delle considerazioni sull’operato delle autocrazie est-europee, il caso “Pegasus” ci fa capire quanto sia importante mettere a punto dei dispositivi volti a tutelare e a ribadire il fondamentale diritto alla privacy, soprattutto al fine di limitare l’azione dei governi e di conservare, rispetto a essi, l’integrità del diritto alla riservatezza delle persone. In altre parole, l’uso di queste tecnologie da parte dei governi deve essere regolamentato e limitato – magari sul piano internazionale o europeo – in maniera molto più severa e stringente, affinché l’autorità pubblica non possa in nessun modo avvalersi in maniera impropria di qualsivoglia strumento potenzialmente lesivo del diritto alla privacy o abusarne.

Certo, è difficile che i governi siano disposti a stabilire delle regole per limitare se stessi e il loro potere: salvo che a pretenderlo non sia un bel numero di persone contrariate e per nulla disposte ai compromessi, come nella miglior tradizione delle rivoluzioni liberali. Bisogna stabilire con maggior chiarezza entro quale misura i governi possono legittimamente invadere la sfera d’intimità dei cittadini per svolgere efficacemente i loro compiti, come la lotta alla criminalità o al terrorismo. Al di fuori di quei confini, però, ogni tentativo di controllare conversazioni telefoniche, mail o messaggi di privati cittadini deve essere considerato un abuso.

Il diritto alla privacy deve essere riconosciuto integralmente: la sua importanza è ancora maggiore in relazione ai pubblici poteri, al diritto di ciascuno di noi di non essere “spiato” dal proprio Governo. La maggior parte delle normative esistenti sono pensate più che altro per la protezione delle informazioni personali nei rapporti tra privati, quando sarebbe stato ancor più importante presidiare la riservatezza dei cittadini nel loro rapporto con lo Stato. La regolamentazione del diritto alla riservatezza rispetto all’autorità pubblica è ancora troppo debole. Chissà che la vicenda “Pegasus” non costituisca un incentivo a prendere dei provvedimenti o a rivendicare una maggior protezione della propria sfera di riservatezza rispetto ai governi.