Emergenza rifiuti a Roma, una maionese impazzita

Sulla questione dell’emergenza rifiuti a Roma e nel Lazio è impazzita la maionese e non capisco cosa aspetti il ministro della Transizione ecologica a proporre al Governo la nomina di un commissario. Nonostante i tavoli tecnici, le riunioni ministeriali e quelle dal Prefetto, Regione e Campidoglio continuano a darsele di santa ragione invece di collaborare insieme, perché quella dei rifiuti è materia complessa e le competenze sono distribuite equamente, senza una netta divisione dei compiti.

Nicola Zingaretti pubblicamente attacca Virginia Raggi sull’apertura della discarica di Albano ma nella sua ordinanza c’è scritto invece, a chiare lettere, che il presidente della Regione “ordina ad Ecoambiente”, gestore della discarica di Colle Fagiolara, “di prendere i rifiuti di Roma”. Capisco che ha mal digerito l’ordinanza della Raggi, perché probabilmente nessuno dei suoi lo aveva avvertito che anche la sindaca della Città Metropolitana potesse firmare ordinanze sui rifiuti, così come il presidente della Regione. Zingaretti, dopo aver gridato per mesi che commissariava la Raggi se non indicava la discarica dentro i confini del Comune di Roma, all’improvviso si è trovato commissariato. Era evidente che l’emergenza non si risolveva con l’indicazione della discarica da parte della Raggi, perché per costruire una discarica serve almeno un anno se non due, e l’emergenza ha bisogno di risposte immediate. Allora occorre aprire gli impianti che sono chiusi.

La discarica di Albano ha un residuo di capienza di meno di 90mila metri cubi, per cui ha una durata limitata di due tre mesi. Per questo è una boccata di ossigeno, perché la discarica di Civitavecchia a breve chiude e quella di Viterbo ha un residuo di capienza di 125mila metri cubi, ma non una soluzione per l’emergenza. Occorre aprire subito la discarica di Colleferro, chiusa da Zingaretti per compiacere il Partito Democratico quando aveva ancora una capienza di oltre 500mila metri cubi, attivare le procedure per completare il “V” invaso di Roccasecca per altri 400mila metri cubi e verificare l’utilizzo del residuo di Malagrotta per oltre 300mila metri cubi.

Questo darebbe tempo necessario al nuovo sindaco della Capitale, come è giusto che sia, di individuare il sito definitivo per la discarica di servizio di Roma. E senza andare troppo lontano si potrebbe riprende il progetto della discarica di Testa di Cane, una ex cava vicino Malagrotta, dove c’è un sito già sperimentato per 200mila metri cubi ma con un invaso che può arrivare in pochi mesi a 1 milione di metri cubi di capienza. Così come allo stesso tempo occorrerebbe aprire il Tmb (Trattamento meccanico biologico) di Guidonia, risolvendo la questione dell’accesso bloccato dalla Sovrintendenza con un vincolo inesistente, che può lavorare 180mila tonnellate all’anno di rifiuti e il gassificatore di Malagrotta, che con una piccola modifica può produrre idrogeno.

Dunque, gli impianti per evitare l’emergenza ci sono, basta aprirli. Occorre poi mettere subito mano al Piano regionale dei rifiuti che è stato di fatto bocciato dal Mite (Ministero della Transizione ecologica), nella stessa riunione del tavolo tecnico ministeriale nella quale è stato chiesto alla Città metropolitana di presentare le tavole delle aree bianche, dove si possono costruire gli impianti. Aree che dovevano essere presenti nel Piano rifiuti, che è la sommatoria dei piani provinciali e che non ci sono perché il piano fu approvato a cavallo del pasticciaccio della Regione sul Ptpr (Piano territoriale paesistico regionale) approvato in un modo, osservato dalla Corte costituzionale e riapprovato definitivamente in un altro, grazie all’intesa Partito Democratico-Cinque Stelle, con vincoli su gran parte del territorio. Per cui Zingaretti e il Pd possono prendersela solo con loro stessi se all’interno del perimetro del Comune di Roma non ci sono aree bianche.

Peccato che alla Pisana l’opposizione del centrodestra dimostra un eccesso di connivenza, avendo anche approvato insieme a Zingaretti alcune norme del Piano come l’obbrobrio del sub Ato (Ambito territoriale ottimale) Roma, che ora si rivolterà contro il futuro sindaco e non abbia ancora chiesto un Consiglio straordinario per revisionare il Piano nel più breve tempo possibile.

Siamo in una situazione nella quale sono tutti contro tutti e la protesta divampa ovunque venga indicato un sito. Il presidente della Regione e la sindaca di Roma non sono credibili quando fanno qualche proposta, perché in questi anni hanno sempre detto che non servivano nuove discariche e impianti: fautori della teoria dei rifiuti zero pensavano che questi sarebbero scomparsi con la bacchetta magica e hanno lisciato il pelo a qualsiasi tipo di proposta.

Abbiamo una classe politica imbelle, salvo rare eccezioni, che in questi ultimi anni non si è assunta nessuna responsabilità e non ha mai avuto il coraggio di spiegare ai cittadini che i rifiuti non scompaiono con la bacchetta magica e neanche con la raccolta differenziata, che differenzia i rifiuti ma non li fa sparire, ma servono impianti dell’umido, di multimateriale, Tmb e Termovalorizzatori, che ci sono in tutte la capitali del mondo e solo a Roma è proibito addirittura parlarne.

È paradossale che la Raggi durante il suo intervento nel corso del Consiglio straordinario in Campidoglio abbia citato i dati delle altre Regioni in quanto a numero di discariche e termovalorizzatori, proprio lei che insieme a Zingaretti ha sempre detto “no” al termovalorizzatore. Anzi, proprio nelle Regioni del Nord, dove la raccolta differenziata è più alta che nel Lazio, ci sono il maggior numero di termovalorizzatori: Lombardia 13, Veneto 2, Emilia-Romagna 8, Toscana 7. Nel Lazio 1. A dimostrazione di come sia una balla l’assunto che la raccolta differenziata elimina la termovalorizzazione.

Così come un’altra balla che si racconta a Roma è che la crisi sia dovuta al fatto che la raccolta differenziata sia rimasta costante o si sia abbassata. La realtà è che mancano gli impianti per l’umido, a Roma abbiamo un fabbisogno di 300 mila tonnellate annue rispetto a un impianto da 30mila, ed è evidente che bisogna prima costruire gli impianti per l’umido e poi aumentare la differenziata. Altrimenti non si fa altro che aumentare la crisi come è successo in questi anni.

Nel Lazio nessun Ato è autosufficiente ed è paradossale che abbiamo una classe di amministratori locali che protesta subito appena si individua il proprio territorio come sito di impianti, in piena crisi da sindrome nimby, ma non dicono dove portano i rifiuti del loro territorio. L’altro pomeriggio tanti sindaci dei Castelli, capitanati da pezzi da novanta del Pd, erano sotto il Campidoglio a protestare per Albano, ma nessuno di loro ha avuto l’onestà intellettuale di dire che oggi i rifiuti dei loro territori vanno a Aprilia (Latina), anzi andavano perché ora l’impianto è in manutenzione, per poi andare a Viterbo. Non c’è nessuno che dice che oltre 50 Comuni della provincia portano i rifiuti a Roma. Li porta nella Capitale anche il Comune di Fiumicino che ha visto nei giorni scorsi il sindaco protestare anche lui contro la scelta di Albano. C’è bisogno di qualcuno che dica ai cittadini la verità: ecco perché serve un commissario del Governo, che sia autorevole e abbia le idee chiare e capacità decisionale.

Ha fatto bene Carlo Calenda a presentare in Parlamento una mozione per chiedere al Governo la nomina di un commissario, mi auguro venga approvata e che trovi un ampio sostegno in Aula. Il problema dei rifiuti, della sporcizia di Roma e del tanfo generale che ormai pervade la Città Eterna è il primo nodo da affrontare. È inutile parlare di turismo e di ripresa: la sporcizia di Roma fa scappare i pochi turisti che vengono.

Per questo è auspicabile che anche gli altri candidati alla fascia tricolore la smettano di nascondersi dietro parole generiche e dicano come vogliono risolvere il problema, in maniera che i cittadini abbiano chiare le posizioni e si assumano le oro responsabilità con il voto, senza continuare a prendersela con il destino cinico e baro.