Strage di Via d’Amelio, 29 anni dopo

19 luglio 1992-19 luglio 2021. Via D’Amelio, Palermo: ventinove anni dopo. Oggi ricorre l’anniversario della strage nella quale Cosa nostra uccide il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un fascio di luce tricolore avvolge l’albero di ulivo della strada teatro della mattanza. Il nuovo impianto di illuminazione artistica, proposto dal fratello del magistrato ucciso dalla mafia, Salvatore Borsellino, e voluto dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, si accenderà stasera alle 21.

Intanto, un nuovo murale ritrae il volto del giudice. Lo ha realizzato Andrea Buglisi nell’ambito del progetto Spazi Capaci-Comunità Capaci, un’iniziativa della Fondazione Falcone, con il contributo della Regione Lazio. L’opera copre una superficie di oltre novecento metri quadrati, su un palazzo di sei piani in Via Sampolo, vicino a Via D’Amelio. A poche centinaia di metri si trova l’Aula bunker in cui, tra il 1986 e il 1992 viene celebrato il Maxi processo che per la prima volta mette alla sbarra centinaia di boss accusati di crimini di mafia. L’opera di street art completa La porta di Giganti. Dall’altra parte della strada il volto di Giovanni Falcone, realizzato dallo stesso artista il 23 maggio, in occasione del 29esimo anniversario dalla strage di Capaci. “Due personalità differenti ma accomunate da un unico, forte e totalizzante obiettivo. Sorgono – dice Buglisi – dall’aula Bunker, tatuati sui palazzoni del sacco di Palermo che tanto hanno combattuto, ora per rassicurarci con la loro presenza, ora per sfidarci a non essere mai indifferenti”.

In un’intervista rilasciata all’Adnkronos, Salvatore Borsellino esprime tutto il suo pessimismo. “La verità su Via D’Amelio – sostiene amaramente – si saprà, purtroppo, solo quando tutti gli attori di questa scellerata storia saranno morti”. Parla del “depistaggio sulla strage”, anzi “dei depistaggi” e di chi “non vuole che venga fuori la verità su quanto accadde quella maledetta domenica. Tante volte – afferma – si dice che lo Stato non può processare se stesso. E sono stati proprio pezzi deviati dello Stato che hanno intavolato la trattativa. E quella trattativa, con Paolo ancora in vita, non sarebbe mai potuta andare avanti. Paolo doveva morire per potere portare avanti quella scellerata trattativa e doveva anche sparire la sua agenda rossa”. Secondo Salvatore Borsellino “il depistaggio comincia nel momento in cui un capitano dei carabinieri si allontana dalla macchina di Paolo con la sua borsa che poi viene rimessa nel sedile, sperando in un ritorno di fiamma dell’inferno che c’era in via D’Amelio. E sperando che andasse tutto perduto, compresa la borsa. Ma su questo non si è mai veramente indagato, perché se è vero che il capitano Arcangioli è stato assolto dal reato di avere sottratto l’agenda, a mio avviso si sarebbe dovuto indagare su che fine abbia fatto l’agenda di mio fratello e chi fine ha fatto prima che borsa venisse restituita alla moglie e alla figlia”.

Salvatore Borsellino parla anche della relazione della Commissione regionale antimafia all’Ars. A proposito del testo, pubblicato nei giorni scorsi dal presidente Claudio Fava, secondo cui i depistaggi non sarebbero mai finiti, Borsellino dice: “Con Fava, purtroppo, ho avuto dei dissidi su certe cose, le ha avute anche con il mio avvocato. Con la Commissione antimafia, che qualche volta mi è sembrata un trampolino per le aspirazioni di chi vuole diventare presidente della Regione, ma devo dire – spiega – che in questo caso sono assolutamente d’accordo con Fava i depistaggi continuano, e lo dimostra ad esempio, quell’inquinatore di pozzi di Maurizio Avola, che non voglio neppure chiamare collaboratore di giustizia, e sicuramente non può essere chiamato pentito”. Maurizio Avola è il killer che, raccontandosi nel libro del giornalista Michele Santoro Nient’altro che la verità, si è autocollocato nel commando che ha ucciso Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, ridefinendo i contorni della storia per com’era stata raccontata dal pentito Gaspare Spatuzza. Anche se le rivelazioni dell’ex killer di Cosa nostra sono state smentite dalla procura di Caltanissetta, ma anche dai figli di Paolo Borsellino e dallo stesso Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo, ucciso da Avola.

Per Salvatore Borsellino, “il libro avallato da Santoro e intitolato Nient’altro che la verità, si dovrebbe chiamare invece Nient’altro che un depistaggio. Perché di un depistaggio si tratta e di un depistaggio mirato che tende ad eliminare dalla scena della strage di Via d’Amelio quei servizi che sicuramente erano presenti in questa via, pronti per fare sparire l’agenda rossa. Probabilmente – dice – anche il Castello Utveggio ha avuto un ruolo. Se non è stato azionato il telecomando da lì, sono tate coordinate le operazioni, come dimostrano le telefonate intercorse tra il Castello e Via D’Amelio o le indagini di Gioacchino Genchi che furono fermate”.

Frattanto, Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone e presidente della Fondazione che del magistrato porta il nome, ha detto che “in questo 29esimo anniversario della strage di Via D’Amelio tornano alla mente le immagini terribili dell’attentato, degli effetti devastanti dell’autobomba. Per chi ha vissuto quei giorni la memoria di quell’orrore è indelebile, ma conforta che il ricordo delle vittime resti vivo a dispetto del tempo passato e che sia diventato patrimonio di tutti, anche di chi quel giorno non era nato”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrive in un messaggio che “l’attentato di via D’Amelio, ventinove anni or sono, venne concepito e messo in atto con brutale disumanità. Paolo Borsellino pagò con la vita la propria rettitudine e la coerenza di uomo delle Istituzioni. Con lui morirono gli agenti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. La memoria di quella strage, che ha segnato così profondamente la storia repubblicana, suscita tuttora una immutata commozione, e insieme rinnova la consapevolezza della necessità dell’impegno comune per sradicare le mafie, per contrastare l’illegalità, per spezzare connivenze e complicità che favoriscono la presenza criminale”.

Per la presidente del Senato Elisabetta Casellati, “a 29 anni dalla Strage di Via D’Amelio, l’Italia non dimentica il giudice Paolo Borsellino. L’esplosione che il 19 luglio 1992 uccise il magistrato e gli agenti della scorta ci ammonisce che nella lotta alla mafia nessun compromesso può essere tollerato. A quasi trent’anni di distanza è inaccettabile che non si sia arrivati a una reale ricostruzione dei fatti. Solo la piena verità può consentire alla giustizia di liberare l’Italia da questo peso doloroso e insostenibile”. Secondo il presidente della Camera Roberto Fico, “quando commemoriamo uomini come Paolo Borsellino, il dovere della memoria non deve essere fine a sé stesso, ma deve sempre richiamare il valore di una salda responsabilità civile, ispirata ai principi della Carta costituzionale, che faccia di noi una comunità sempre più unita nella solidarietà, nella giustizia e nel progetto, irrinunciabile, di un Paese finalmente libero dalle mafie”. Antonio Tajani invoca “l’esempio, il sacrificio, il coraggio. Questo – scrive su Twitter il coordinatore nazionale di Forza Italia – rappresentavano Paolo Borsellino e i 5 poliziotti che il 19 luglio 1992 vennero uccisi a Palermo dalla mafia. Uomini che hanno anteposto la difesa della giustizia e della legalità alla loro vita. Onoriamoli sempre”.

La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni scrive su Facebook: “Il 19 luglio del 1992, la criminalità organizzata sferrava un altro duro colpo al cuore dello Stato: pochi mesi dopo la morte del giudice Falcone, la mafia – con la sua furia criminale – uccise anche il giudice Paolo Borsellino. A distanza di anni, noi continuiamo a ricordare il sacrificio di chi ha donato la propria vita per difendere la Legalità e la Giustizia. La sua memoria, il suo esempio e il suo insegnamento resteranno impressi nelle nostre menti e nelle nostre coscienze. Paolo Vive, nel ricordo di tutte le persone perbene”.

Secondo il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Questa una delle frasi simbolo di Paolo Borsellino nella battaglia incessante alla mafia. Il 19 luglio 1992 il giudice fu assassinato e con lui i cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il vostro sacrificio non sarà dimenticato. Mai”.