Perché è giusto liberalizzare il vaccino

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha proposto di liberalizzare i vaccini anti-Covid, ossia di abolire la proprietà industriale (il famoso brevetto) sulle ricette dei sieri contro il Coronavirus, imponendo così alle grandi aziende farmaceutiche di condividerle con quelle che ne sono sprovviste, aumentando così la produzione e la capacità di rispondere al fabbisogno mondiale. La proposta del presidente americano ha suscitato entusiasmo in alcuni leader mondiali, come il premier indiano Narendra Modi, e perplessità in altri. Tra questi, la principale oppositrice rispetto a questo piano è la cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale respinge la proposta americana, sostenendo che non è in questo modo che si aumenterà la produzione e la distribuzione su larga scala: la proprietà intellettuale – dice la Merkel – è una fonte di innovazione e deve quindi essere difesa anche in previsione di analoghe contingenze per il futuro.

Il fattore limitante nella produzione dei vaccini – continua la cancelliera – è la capacità di realizzarli assieme agli elevati standard qualitativi che questo tipo di farmaci richiedono. Nulla a che vedere coi brevetti, insomma. Scettica sulla proposta anche l’Unione europea, che si pronuncia sulla questione per bocca della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – che si dice disponibile a discutere su una parziale revoca dei brevetti, sebbene ritenga sia meglio puntare sull’aumento della capacità di produzione – e del commissario allo Sviluppo, Gerd Muller, che come la cancelliera Merkel sostiene che il “know how” avrebbe delle ripercussioni negative sulla competitività e la capacità di innovazione delle aziende farmaceutiche.

Secondo il commissario sarebbe meglio concentrarsi maggiormente per garantire una produzione più efficiente e una distribuzione più rapida dei vaccini da parte delle aziende produttrici. Mario Draghi sceglie di adottare una posizione prudente: pur non chiudendo alla proposta di Biden, manifesta anch’egli un certo scetticismo sull’ipotesi liberalizzazione, in quanto essa non garantirebbe automaticamente l’aumento della produzione, né tanto meno la sicurezza del prodotto, comunque molto complesso da realizzare. Draghi aggiunge che prima di pensare a qualunque ipotesi di liberalizzazione del vaccino, bisognerebbe rimuovere il blocco delle esportazioni adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Ora, la proposta di Biden non è sicuramente animata da una sincera fiducia nel libero mercato e nella sua capacità di realizzare un’allocazione ottimale di beni e risorse. La posizione del presidente americano sui brevetti discende dalla constatazione che ci sono ancora intere popolazioni pressoché sprovviste di vaccino e impossibilitate – per ragioni economiche – a procurarselo, e che dunque vengono falcidiate in massa dalla malattia: è il caso dell’India, ma anche dell’Africa e di altre realtà afflitte dal sottosviluppo e dalla povertà.

Tuttavia, la proposta di Biden è condivisibile anche secondo una logica liberale e libertaria. Le ragioni di questo si intuiscono facilmente. Anzitutto, la possibilità di produrre un bene su larga scala – attraverso l’abbattimento di ogni ostacolo monopolistico – determina realmente una più larga disponibilità del bene in questione, nonché un netto abbassamento del prezzo causa competizione tra un numero maggiore di aziende produttrici. In secondo luogo, chi teme che questo potrebbe avere delle ripercussioni sulla sicurezza dei vaccini, dovrebbe semplicemente pensare che essi continuerebbero ad essere soggetti all’approvazione delle autorità preposte e che, anche in assenza di questo tipo di controlli, il vaccino incriminato verrebbe automaticamente estromesso dal mercato, in quanto penalizzato dalla scelta dei consumatori o ritirato dal commercio come prodotto pericoloso. In terzo luogo, chi difende il brevetto in quanto fonte d’innovazione, la cui abolizione scoraggerebbe le industrie farmaceutiche a investire in ricerca – posto che sono i contribuenti a investire, dal momento che molti dei finanziamenti provengono dalle casse dello Stato – non è affatto vero che l’innovazione è stimolata dall’esistenza dei brevetti: semmai, a incentivare le aziende a investire in questo senso è la prospettiva di immettere sul mercato un bene capace di attrarre una ampia domanda, quindi di realizzare profitti.

È il mercato in se stesso che stimola l’innovazione, non i residuati protezionistici come la difesa della proprietà intellettuale. Da ultimo, il concetto di proprietà intellettuale è in se stesso fallace: si basa sull’analogia con la proprietà fisica, per cui come si recinta un terreno per segnare e proteggere l’esclusività di possesso e utilizzo da parte del proprietario, allo stesso modo si deve proteggere un’idea o un’invenzione da parte del suo ideatore. Ma tale analogia non sta in piedi: sono le cose fisiche e concrete quelle che possono realmente essere possedute. Le cose astrattecome le idee – non sono possedute in senso stretto, bensì si possiedono le cose fisiche che le producono: nel caso delle idee, i cervelli.

Inoltre, le idee – a differenza dei beni fisici – non sono caratterizzate dalla scarsità, e senza scarsità non può esservi nemmeno proprietà. La riproduzione e la diffusione della conoscenza – a differenza delle risorse materiali – può essere riprodotta e copiata senza limiti e senza costi. La conoscenza, una volta raggiunta, diventa disponibile gratuitamente a beneficio di tutti, ed è in questo modo che si favorisce il progresso generale: quando le scoperte di alcuni vengono emulate da altri che li seguono. Ogni volta che un produttore introduce qualcosa di nuovo, automaticamente regala ai suoi concorrenti quella conoscenza sulla base della quale ha avuto successo e che, da quel momento in poi, diviene suscettibile di imitazione. Nessuna idea è mai del tutto nuova: tutti attingiamo alle idee e alle esperienze di qualcun altro. Noi non facciamo altro che ricomporle per fini diversi o integrarle con conoscenze nostre.

La conclusione è che la proprietà intellettuale, oltre ad essere priva di fondamento e di utilità, non è che un dispositivo monopolistico posto a tutela degli interessi delle grandi aziende rispetto alla potenziale concorrenza che l’abolizione di tale dispositivo determinerebbe. Il tutto col benestare della classe politica, alla quale i monopoli garantiscono la possibilità di controllare l’economia.