Saremmo degli sciocchi se non ammettessimo che la pandemia ha sostanzialmente ridisegnato gli equilibri mondiali. È una guerra che ha generato molti morti e che ha radicalmente modificato i modi di vivere, le abitudini, il mondo del lavoro, il welfare e le politiche pubbliche. Siamo al cospetto di un evento epocale, di fronte al quale è difficile credere di poter fornire soluzioni, tanto più univoche. L’unico approccio possibile è quello per successive approssimazioni, senza però che ciò funga da manleva o attenuante per gli enormi errori e le catastrofiche omissioni che da più parti hanno pesato come un macigno sui destini delle persone. Queste ultime sembrano essere le uniche a doversi assumere la colpa della pandemia come se il peccato originale non fosse quella zona grigia nella quale si è formato e diffuso un virus del quale si è taciuto fino a renderlo fenomeno mondiale. Sembra quasi che il problema sia l’incoscienza di chi si reca al ristorante e non la scarsa tempestività dei governanti, i provvedimenti errati, il mancato potenziamento della sanità, lo scarso coordinamento internazionale o le scarse pressioni sulla Cina all’inizio di questa immane tragedia.
Il basso tenore del dibattito pubblico, lo scarso spessore dei leader e la drammatica assenza di una comunità scientifica degna di questo nome hanno compiuto il miracolo di farci sentire tutti virologi, decisori, statisti e clinici. D’altronde quando le figure di riferimento politiche e scientifiche sono così “terrene” (per non dire “terra terra”), l’uomo comune pensa che, se parla uno come Vincenzo De Luca, Domenico Arcuri o gli scienziati da salotto televisivo, allora nel mondo c’è uno spazio qualificato anche per le opinioni della signora Elvira del settimo piano. Ed è così che il dibattito ha subito una semplificazione enorme: da una parte gli autonomi o chi ha paura che l’economia muoia e dall’altra chi teme di morire e vorrebbe tirare avanti a lockdown e ristori universali. Da una parte, insomma, chi vede nel Mes o nel Recovery fund l’occasione per far “pagare pantalone” e dall’altra chi reputa che dietro i soldi stampati ci debba essere un valore altrimenti è la catastrofe. Noi, più modestamente, riteniamo che tra il bianco e il nero ci siano una serie di sfumature che prescindono dal problema sanitario.
Mentre in Cina il Covid sembra misteriosamente sparito in un lampo e l’economia comincia a riprendere il volo, conquistando pericolosamente posizioni di mercato, l’occidente è fermo, paralizzato e per giunta seduto su una montagna di debito pubblico. Chi pensa che la facile soluzione sia quella di bloccare i motori e contrarre ulteriori debiti non pensa al domani. Domani – seppur a un tasso vantaggioso – tutto questo denaro offerto con la faciloneria tipica degli strozzini andrà restituito. Nel caso in cui gli Stati che hanno già un debito nazionale molto elevato dovessero cedere al popolo e accedere a questi fantomatici strumenti finanziari, sarebbe default e blocco di ogni politica pubblica, sociale o di investimenti. Al cospetto il default della Grecia sarebbe una bagatella. Siamo certi che, coloro i quali oggi pretendono che lo Stato paghi pane e gnagna per tutti, saranno gli stessi che, finita la pandemia, scenderanno in piazza a manifestare perché lo Stato continui a finanziare pane e gnagna, usando soldi che sono già impegnati a ripagare i debiti. Il tutto a patto che esista ancora un gettito e che nel frattempo l’economia non si sia desertificata. Diranno che il capitalismo ha fallito e che la speculazione ci ha impoverito. In realtà, la parte del leone l’avrà fatta come al solito la perversa spesa pubblica fatta a furor di “pueblo unido”. Siamo tutti socialisti con il gettito degli altri.
Aggiornato il 11 novembre 2020 alle ore 10:30
