Qui trovate tutto. Potete sentirlo con le vostre orecchie. Fatelo con molta attenzione se decidete che valga la pena. In questi 42 minuti infatti è contenuto un passaggio storico per la futura, o post, democrazia. Il manifesto ideale di uno stato giustizialista. Autoritario. Gestito dalle varie procure della repubblica che credono di avere “una missione per conto di Dio”.
Tutte insieme agli house organ mediatici di riferimento. Che applaudono solo perché conviene loro economicamente, a mo’ di scorciatoia imprenditoriale.
Antonino Di Matteo nel proprio intervento al workshop intensivo dei grillini alla Camera sulla giustizia (31 maggio scorso) almeno non ci gira intorno. Per lui Andreotti e Berlusconi sono dei quasi sicuri mafiosi al di là delle inchieste e delle condanne e o delle prescrizioni. Renzi è peggio di tutti perché tratta proprio con gente simile negli stessi giorni in cui si discute in Parlamento una legge per limitare la navetta giudici – politica e ritorno, invece di “pensare a nuove norme anti corruzione”.
Una delle quali dovrebbe prevedere sequestro e confisca dei beni dei soli indagati e sospettati per corruzione. Con procedimento che come nei casi di violazioni dell’articolo 416 bis di associazione mafiosa può portare a confisca definitiva e irreversibile del bene prima del processo penale. E che viene confermata anche se, dopo processo in giudicato, il sospettato risultasse innocente. Inoltre ci sono dei dogmi e dei teoremi da adorare sennò è chiaro che si è amici della mafia: i servizi segreti dietro Capaci e via D’Amelio, il ruolo di Contrada, l’agenda rossa di Borsellino (di cui sinora sembrava essere certo solo il fratello Salvatore), le ipotesi di Spatuzza, il ruolo die fratelli Graviano e ancora Berlusconi, la trattativa stato mafia tuttora in corso ecc. ecc.. Passando per elenco di cattivi e di buoni.
In questi 42 minuti da one-man-show alla Camera dei deputati però, ciò che rimane impresso (come già per il precedente intervento di un altro mattatore, più scanzonato e ironico, cioè Piercamillo Davigo) è l’atmosfera di approvazione generale da parte dell’uditorio. Sono gli applausi del pubblico, selezionatissimo, alla Camera dei deputati a fare paura. Applausi e gridolini isterici, maschili più che femminili, grida di “bravo” stile platea di talk show e ovazioni da stadio ogni qual volta Di Matteo fa capire che al di là del reato stesso, Berlusconi era un mafioso , uno che trattava con la mafia come minimo, e che al Parlamento non è degno di stare. Sono le tricoteuses due punto zero.
Antonino Di Matteo è già un leader politico senza saperlo. Le sue granitiche certezze, la assoluta mancanza di dubbi, il fine da raggiungere ben chiaro nella testa, sconfiggere non solo la mafia ma anche la politica e “tutto il marcio che c’è nel paese”, fanno di lui un grande player nell’arena della domanda giustizialista di politica. Beppe Grillo è in pole position nella campagna acquisti estiva, ma anche il Pd renziano che crede di curare omeopaticamente lo strapotere dei pm, potrebbe piazzare il colpo a sorpresa.
Player come Di Matteo poi non hanno procuratori neanche giornalistici da tenere a bada. Decidono tutto da soli. Resta il dettaglio del giudizio sulle cose affermate: come il permanere, da ratificare con giuramento politico solenne, dell’ergastolo ostativo e del 41 bis come dogmi di fede anti mafiosa. Che poi le misure possano o meno essere ragionevoli e universalmente condivisibili è questione secondaria. L’importante è il marchio. E questo è il manifesto di una nuova fede politica. E Di Matteo, molto più di Ingroia nel 2013, sembra ormai il “brand” più forte.
Aggiornato il 05 giugno 2017 alle ore 21:19
