Insopportabili contrari

Non capiranno mai, non cambieranno mai, stanno finendo e non lo sanno, sono rimasti soli su un palcoscenico che sprofonda, continuano a blaterare a una platea che sta sfollando. Chi sono? Sono quelli del pensiero radical chic, del cattocomunismo ipocrita, dei salotti del “sinistra disegno” del progressismo seta e cachemire, santoni e sciamani, che hanno fatto dell’invidia sociale, dell’onnipotenza morale della superiorità culturale e della prevalenza ideologica il loro unico scopo di vita. Parliamo di gente che va in televisione, scrive libri e articoli, circola in politica, opera nella finanza e nell’impresa, arringa dalle cattedre universitarie. Parliamo di quelli, insomma, che se la ricchezza è di sinistra è giusta mentre se è di destra è un furto; di quelli che se il consenso è di sinistra è democratico se è di destra è populismo becero; se la vittoria è di sinistra è lecita se è di destra è sempre viziata. Parliamo infine di quei tribuni per i quali il mondo che va a sinistra corre verso il paradiso, mentre se va a destra rischia il fascismo, il razzismo e la catastrofe economica. Sono, in buona sostanza, tutti gli uomini e le donne che in queste ore nel commentare la straordinaria vittoria di Donald Trump, non volendoci stare, la dipingono dei colori più foschi, effimeri, imperfetti e dissoluti che la tavolozza possa contenere.

È da martedì notte, da quando cioè la vittoria repubblicana in America prendeva corpo e slancio, che devastati dalla bile fin sopra e dentro il cervello, mitragliano di critiche, paure, dubbi, vizi e difetti il successo di Trump, aizzando gli agit-prop. Lo chiamano “il miliardario”, il “playboy”, il “plurifallito”, lo chiamano in tutti i modi tranne che “il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America”, come se chiamarlo Presidente fosse un titolo immeritato, rubato, estorto grazie al voto di americani rozzi, inconsapevoli e incapaci di cogliere la superiorità di Hillary Clinton. Una sequela di commenti propinati a valanga che dall’alba di mercoledì ha invaso i media come un fiume in piena di bile e di veleno contro il risultato delle elezioni negli Usa.

Insomma, non ci stanno, non si rassegnano, non si danno pace, che la democrazia sia proprio questa e non quella loro, che il popolo resta popolo comunque voti, che la destra liberale abbia pari dignità e opportunità che la sinistra liberale. Per questo hanno perso e perdono, per questo stanno morendo e non lo sanno, per questo l’auditorium si svuota mentre parlano a vanvera. Eppure il fallimento dell’Europa avrebbe dovuto insegnargli qualcosa, il risultato della Brexit ammonirli, il disastro del comunismo ravvederli, il vento di un pensiero contrario farli riflettere. Niente, sono impermeabili a tutto e l’unica cosa che li permea è il liquido venefico di una ipocrisia morale, storica, culturale, che non li abbandona e che li rende insopportabili e perdenti. Nel corso dei decenni e sempre di più fino ai giorni d’oggi, le hanno provate tutte pur di suggestionare e falsificare la realtà; lo hanno fatto sui libri, nei teatri, nelle aule, nell’informazione, ovunque. Come Fregoli si sono cambiati abito, come i migliori attori hanno cambiato vocabolario, come grandi pittori hanno modificato i colori; insomma, la qualunque pur di mantenere un predominio falso, bugiardo e antidemocratico. Sono sempre stati convinti che il “popolo” fosse una cosa loro, che le masse sociali un’esclusiva di sinistra, la società reale “un’entità a disposizione” e che il verbo potesse uscire solo dalle loro bocche.

Non era così, non è così, non sarà così, “We the people” è universale, appartiene all’umanità, allo scibile libero di tutti, al pensiero dell’uomo e la democrazia appartiene a tutti grazie a Dio. E in America, che piaccia o no, ha vinto la democrazia, che non è lo strapotere dei giornali, della finanza, delle lobby ad usum delphini, ma la volontà popolare di scegliere in libertà. Se ne facciano una ragione gli “insopportabili”, anzi si preparino alla prossima, ci vediamo il 4 dicembre.

Aggiornato il 06 aprile 2017 alle ore 17:15