Il sottile filo che unisce Trump ed il “No”

Unire la vittoria a sorpresa (sorpresa per chi si ostinava a vedere solo quello che veniva veicolato dai media mainstream, in Italia ed all’estero) di Donald Trump negli Usa con il prossimo referendum sulla riforma costituzionale in Italia sembrerebbe un esercizio azzardato o, nella migliore delle ipotesi, piuttosto provinciale, visto che compara un fenomeno di rilevanza mondiale e con ripercussioni negli equilibri geopolitici globali con il voto per una modifica di alcuni assetti costituzionali in un Paese occidentale periferico ed in declino come è il nostro.

Ed invece una logica c’è. È la stessa logica che ha portato oggi al crollo in apertura dei mercati finanziari e che porta a schierarsi per il sì al referendum italiano importanti banche d’affari nordamericane, membri della Commissione europea, i principali esponenti del governo tedeschi, la nostra Confindustria, l’ambasciatore americano e lo stesso Barack Obama quando era ancora Presidente, insomma il gotha finanziario e politico, non solo europeo. Perché questa attenzione?

La vittoria di Trump ed una possibile, e secondo i sondaggi probabile, vittoria dei “No” al referendum costituzionale sono due forti schiaffi alle élite finanziarie ed il segnale che non hanno in mano i destini del mondo come credevano. Il nostro referendum è considerato uno snodo fondamentale per il progetto europeista e quindi neoliberista: dopo l’esperimento riuscito della Grecia, Paese totalmente asservito, ridotto alla fame e quindi pronto per essere interamente privatizzato e spogliato di ogni risorsa (come evidenzia la vendita del demanio, isole, porti, ecc.), ma tutto sommato economicamente irrilevante e politicamente ininfluente, l’Italia era il bersaglio grosso, la preda ricca da spogliare. Gli attacchi al suo sistema economico, tramite l’austerity di Mario Monti, e bancario, tramite le regole di Basilea e la direttiva Brrd, sono state azioni volte ad indebolirne la forza produttiva e la fonte del suo finanziamento, quindi la sua pericolosità come principale concorrente della Germania. Un parziale risultato è stato ottenuto: l’Italia ha perso con la crisi quasi il 30 per cento della sua capacità produttiva; ha visto crollare il Pil, interrompendo un percorso di recupero che era simile come andamento a quello dell’Inghilterra, proprio a partire dal 2011, quando sono iniziate con Giulio Tremonti le manovre di contenimento della spesa ed aumento delle tasse, poi portate avanti da Monti, Letta ed ora da Renzi; ha subito l’attacco ai diritti dei lavoratori, prima con l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, poi con il Jobs Act, che ha precarizzato tutto il lavoro a tempo indeterminato, indebolendo la posizione contrattuale del lavoratore e permettendo così l’abbassamento dei salari; ha visto erodersi man mano i diritti che credeva acquisiti alla sanità pubblica e gratuita, alle pensioni, all’istruzione, alla giustizia civile (diventata semplice contrattazione fra le parti dei loro diritti, grazie alla mediazione obbligatoria ed alla negoziazione assistita).

Ma non è stato sufficiente: il risparmio italiano è comunque consistente ed ha permesso al Paese di resistere agli attacchi al reddito. Le Pmi, pur se penalizzate dalle regole europee, grazie all’aiuto delle banche popolari e delle Bcc (non a caso oggetto di una riforma che le snatura) hanno resistito e, con l’Euro debole, stanno comunque esportando fuori dall’Unione europea. Il Paese è ferito, ma vivo ed il tentativo di privatizzare le utilities è stato respinto dal voto popolare. Pur con governi che hanno fatto di tutto per eseguire gli ordini, prima della Bce, poi dei grandi gruppi finanziari, gli italiani non sono stati domati come i greci ed anzi aumenta la forza dei partiti e dei movimenti contrari all’Euro ed all’Europa, alla cessione di sovranità per un progetto, quello dell’Unione europea, che non cattura i cittadini, che ha mostrato i suoi limiti nella gestione dell’immigrazione e che, grazie alla stupidità e protervia dei suoi rappresentanti, ha deluso ed alienato le simpatie anche di chi sognava una più stretta unione.

In questo quadro la riforma costituzionale, suggerita ed auspicata da uno studio di J. P. Morgan del 2013 sul processo di integrazione europea, diventa l’ultima arma per piegare il popolo italiano: la modifica del procedimento legislativo, messo in pratica in mano all’Esecutivo, con buona pace del principio di separazione dei poteri; la riduzione del Senato ad una Camera di nominati che, in pratica, devono controllare l’attuazione delle normative della Ue sui territori; l’accentramento di competenze nelle mani dello Stato centrale con clausola di supremazia sulle Regioni; i tempi ristretti per il dibattito parlamentare che comprime la possibilità di ridiscutere norme evidentemente già confezionate aliunde, sono tutti metodi per intervenire sul tasso di democraticità del sistema e compiere surrettiziamente un superamento della forma di governo e quindi di Stato, vietato espressamente dall’articolo 139 della Costituzione, rendendolo più in linea con gli interessi dei gruppi finanziari e delle multinazionali, che vogliono rapidità decisionale, stabilità e nessuna ribellione alle norme liberiste che favoriscono i loro investimenti.

Se non riuscissero in questo intento, fallendo nel controllo della seconda economia europea ed il terzo Paese più grande della Ue, allora tutto il progetto di dominio economico verrebbe compromesso e le spinte nazionaliste già presenti in altri Paesi europei, come la Francia e l’Austria, si farebbero ancora più forti, interrompendo quel processo di riduzione del peso del voto democratico a favore di élite burocratiche non elette che è in atto.

Le reazioni scomposte dei portavoce delle élite dopo l’elezione di Donald Trump (vedi il tweet di Rondolino sul suffragio universale) già viste in occasione della Brexit, fa capire che il neoliberismo si sente non più forte e dominante: una vittoria dei “No” al referendum in questo contesto sarebbe un segnale forte, forse addirittura con un eco che supererebbe il peso economico e politico del nostro Paese.

Ecco perché i poteri “forti” internazionali si sono spesi e si spendono per Renzi e la sua riforma ed ecco perché c’è un sottile filo rosso che lega il gigante Usa con il piccolo Bel paese.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 22:02