TTIP versus il diritto alla conoscenza

La L.I.D.U. Onlus sostiene pienamente la battaglia portata avanti dal Partito Radicale Non Violento e dalle associazioni Nessuno Tocchi Caino e Non c’è Pace senza Giustizia per l’affermazione del diritto alla conoscenza in sede delle Nazioni Unite che ha visto quale punto di partenza la Seconda Conferenza internazionale dal titolo “l’Universalità dei Diritti Umani per la Transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del Diritto alla Conoscenza”, tenutasi lo scorso 27 luglio a Roma, presso il Senato della Repubblica.

Un Diritto, quello alla conoscenza, che rappresenta il fondamento di qualsiasi Stato democratico. Anzi democrazia e conoscenza costituiscono un’endiadi inscindibile: infatti, poiché la democrazia si basa sul confronto fra opinioni diverse, è evidente che nessuna opinione può formularsi senza prima maturare una reale conoscenza dei fatti.

Come evidenziato da uno studio di Non c'è Pace Senza Giustizia del giugno 2015 intitolato “Norme sul Diritto alla Conoscenza e Segreto di Stato in otto paesi”, l’accezione più rilevante per il diritto alla conoscenza è rappresentato dalla nozione di libertà di informazione o diritto all’informazione, inteso come diritto dei cittadini di accedere alle informazioni disponibili. Oggi, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, esistono una pluralità di mezzi attraverso cui sviluppare una conoscenza su un determinato argomento. Tuttavia, nonostante siano incrementati i canali di comunicazione, spesso le informazioni che si vogliono veicolare non appaiono realmente libere ed indipendenti.

Emblema di questa forma di (dis)informazione è sicuramente il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti in corso di negoziato dal 2013 tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America, meglio noto con l’acronimo TTIP, il cui obiettivo è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Nonostante l’importanza delle tematiche concernenti il TTIP, se ci recassimo nelle principali piazze delle nostre città a chiedere cosa sia il TTIP in pochissimi saprebbero fornire una risposta adeguata. Eppure soltanto un mese fa più di 250mila persone sono scese in strada e in corteo a Belino per protestare contro il trattato. Nessun telegiornale italiano né alcun organo della carta stampata ha accennato a tale evento.

Inoltre, va rilevato come i colloqui alla base dei negoziati continuino a svolgersi in segreto, senza accesso del pubblico ai documenti negoziali chiave, in modo che quasi tutto ciò che sappiamo del loro contenuto passa attraverso fughe di notizie. Persino i parlamentari dei paesi coinvolti possono accedere alla documentazione, a patto di rispettare limitazioni particolarmente stringenti.

Dunque, i cittadini al momento sono tenuti all’oscuro dai media e dai governi stessi, nonostante le fortissime ripercussioni sociali e ambientali che tale trattato avrà sulle loro vite a causa della brusca deregolamentazione. Il riferimento nient’affatto implicito è alle differenze che tuttora intercorrono tra Ue ed Usa nelle regole in materia di protezione sanitaria, alimentare, di diritto d’autore e del lavoro. È noto, infatti, come in molti ambiti gli standard Ue, basati sul principio di precauzione, siano più stringenti di quelli Usa ed uno scivolamento verso i livelli di deregolamentazione americani diverrebbe la conseguenza più naturale del TTIP. L’esempio più eclatante riguarda le limitazioni che la Ue impone all’uso ed all’importazione degli Ogm e delle carni trattate con ormoni o sterilizzate tramite l’uso di cloro che sino ad oggi hanno impedito che prodotti di questo tipo fossero commercializzati nei supermercati europei. Una particolare attenzione andrebbe poi riposta sui rischi che gravano sul settore sanitario europeo che rischia di trasformarsi in terreno di conquista per le grandi imprese americane. Così come le norme ambientali europee ci hanno sin qui tutelato dagli Ogm e dalle carni trattate, il Reach (Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, entrato in vigore il 1° giugno 2007 con lo scopo di regolamentare il mercato dei prodotti chimici nella Ue) ha consentito ai cittadini di tutelarsi dall’invasione di prodotti chimici e farmaceutici che per le autorità europee sono potenzialmente nocivi per la salute umana e animale. Grazie al TTIP, nondimeno, nascerebbe la possibilità per gli investitori stranieri, qualora volessero contestare una regolamentazione statale o comunitaria troppo stringente, di costringere i governi nazionali ad accettare un arbitrato privato vincolante, dotandosi così di un potente mezzo per il contrasto di politiche e leggi democraticamente adottate ma divergenti dalle loro strategie aziendali. Appare, pertanto, evidente come questo accordo miri a manipolare le relazioni commerciali e d’investimento dei suoi firmatari in nome e per conto delle più potenti lobby dei singoli paesi; impedendo ai governi di svolgere le loro funzioni essenziali di tutela della salute e delle sicurezza dei cittadini. Infatti, come ci suggerisce il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz in un articolo pubblicato sul settimanale “Internazionale”, proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se queste norme fossero state in vigore quando sono stati scoperti gli effetti letali dell’amianto. Anziché chiudere le fabbriche e costringere i produttori a risarcire le vittime, i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per non uccidere i cittadini. I contribuenti sarebbero stati penalizzati due volte: prima pagando per i danni alla salute provocati dall’amianto, poi dovendo risarcire i produttori per i mancati profitti dopo l’intervento regolatorio del governo.

Alla luce del contesto appena descritto battaglie come quella per l’affermazione del diritto alla conoscenza a livello internazionale acquistano un’importanza fondamentale anche solo perché rappresentano un tentativo volto a risvegliare l’opinione pubblica dal proprio torpore rassegnato. Infatti, siamo sicuri che se i cittadini europei conoscessero realmente i contenuti del trattato, meditando sulle ragioni di chi lo accusa di servire solo gli interessi delle multinazionali, non tenterebbero di impedire la fine di quel che rimane dei diritti civili e sociali conquistati in Europa e già ampiamente smantellati dalle politiche di austerity di questi anni, spingendo magari i governati a premere le istituzioni europei una rinegoziazione dello stesso, pena la perdita totale di un consenso già flebile?

Aggiornato il 06 aprile 2017 alle ore 15:19