Cassazione: andate e mandate a lavorare!

Quanto la Corte di Cassazione sia vecchia e fuori dal tempo e dalla realtà lo dice bene la recente sentenza (n. 16296/2015) sull’obbligo imposto ai nonni di pagare il nipote di ben trentacinque anni. Che la Corte di Cassazione e i suoi giudici si muovano nell’ambito di una società anch’essa vecchia non è una scusante né può essere una giustificazione.

Il caso è pugliese e riguarda un trentacinquenne che ha sostenuto che, essendo studente universitario, non poteva fare fronte al mantenimento della figlia, la quale era stata collocata sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello presso la madre, che aveva posto il contributo della stessa a carico dell’uomo, cioè il padre. Successivamente, nel ricorrere in Cassazione, l’uomo aveva sostenuto ancora che, preso dagli studi universitari, non avrebbe potuto provvedere al mantenimento della propria figlia e i magistrati gli avevano correttamente fatto osservare che avrebbe potuto provvedervi o mediante la vendita di un immobile di cui era proprietario o utilizzando l’aiuto dei familiari. Ecco dunque che i giudici di legittimità hanno così previsto l’afflizione in capo ai familiari, nel caso specifico ai nonni, di uno studente di tretacinque anni che, abile a procreare, è inabile al mantenimento degli effetti della procreazione, cioè i suoi stessi figli. Soggetto che ritiene che, rimanendo a studiare a trentacinque anni, tutto gli sia dovuto, a questo punto addirittura con l’avallo della Cassazione.

Un errore madornale che fotografa la situazione sociale, scalcinata e disgraziata, in cui ci troviamo, cioè da un lato si è prodotto soggetti che ritengono di non dover lavorare alla bella età di trentacinque anni e dall’altro si dà loro il diritto di poter costringere i nonni a occuparsi materialmente ed economicamente dei frutti della procreazione dell’eterno studente. Se un padre, va da sé, abbia l’obbligo di provvedere ad un figlio fino al raggiungimento dell’autonomia personale ed economica del medesimo, non si può certo chiedere più né al padre così come tantomeno al nonno di provvedervi oltre misura.

La decisione della Cassazione è deviante e strampalata perché devìa la società stessa, facendole un pessimo servizio. E cioè, distribuendo diritti ed obblighi incurante della realtà vera, devìa la nostra stessa società costringendo adesso financo i nonni a sobbarcarsi il mantenimento dei figli e dei nipoti. Ciò rasenta il ridicolo, se il tutto non fosse drammatico. È tragico perché rivelatore del fatto che i giudici di Cassazione sanno benissimo che in Italia oggi i nonni godono di pensioni spesso non corrispondenti affatto a quanto versato, dunque sono i reali detentori di ricchezza e, con tale pronuncia, obbligano la società a incancrenirsi e a non risolvere le proprie criticità. Si deve cioè rivedere la pensione esosa, e far funzionare il mercato del lavoro, non sentenziare su obblighi dei nonni perché diano da mangiare a figli e nipoti. Di fatto con questo tipo di sentenze si incancrenisce il problema italiano. Da adesso in poi l’uomo pugliese, come tantissimi altri, cercherà con tutte le sue forze di rimanere a pensione non terminando per esempio l’università - che da tempo sarebbe dovuta essere conclusa o desistita - e metterà tutto sul conto dei nonni, ai quali suggeriamo sin d’ora di non rispettare la sentenza.

C’è un detto latino che dice habilis ad nuptias, habilis ad nuptiarum consequentias, ovvero capace di sposarsi, capace di fare fronte alle conseguenze del matrimonio. Sicuramente il trentacinquenne avrà bypassato il matrimonio, ma il detto deve essere oggi interpretato in tal modo: capace di procreare, capace di far fronte agli effetti (i figli) della procreazione. Altro che obbligo in capo ai nonni! Ai nonni italiani deve essere rivista la pensione secondo il criterio contributivo, e cioè che devono beneficiare di quanto effettivamente versato, non altro.

Fatto ordine in tal senso, si vedrà quanti nonnetti avranno voglia di sorridere al figlio quarantenne studioso a vita, di fronte alla bella notizia del fatto che ha messo al mondo figli che non è in grado di mantenere. Responsabilizzare la società, non contribuire a incancrenire i problemi sociali, a questo potrebbe ispirarsi anche la Cassazione. Ma anche lì sono troppo vecchi, lottano infatti per non andare mai in pensione, e chissà quanti di loro dettano ancora legge in casa propria approfittando del fatto che tutti i familiari giovani sono morti di fame perché senza lavoro. Quando si sottoporranno anche i giudici a responsabilità per quanto fatto, detto e scritto, come avviene per tutti i tipi di professionisti lavoratori privati, anche la Cassazione, dovendosi guadagnare il pane come tutti gli altri (e in maniera decisamente più ridotta di quanto viene oggi versato dallo Stato), farà due conti e non dirà tali fandonie campate per aria. Anche la Cassazione e i suoi giudici, prima o poi, dovranno essere condotti a vivere sulla Terra, tra noi tutti comuni mortali.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 22:24