Tv e talk-show: droga di una politica svanita

Seguendo un processo inarrestabile, la tivù, ovvero lo spettacolo, ha preso il sopravvento sulla politica. Basta vedere un talk-show qualsiasi, osservarne il pecorso, i canoni vecchi e quelli nuovi, i rapporti e le interazioni. Il cambiamento della comunicazione politica è drasticamente avvenuto con un rivolgimento che non riguarda soltanto gli attori classici della comunicazione politica - a loro volta trasformati nei loro tratti costitutivi - ma la stessa natura della dialettica.

Regole e presupposti su cui si fondavano il dialogo fra partiti e istituzioni, mass media, sindacati, leaders e cittadini, sembrano dunque sovvertiti. La scena pubblica e i comportamenti collettivi strutturatisi nel tempo, risultano come appartenere a un passato non lontano nel tempo, ma lontanissimo culturalmente e sociologicamente. La trasformazione della politica è così verificabile nelle sue forme e talmente manipolante nella sostanza, da imporre lo studio del neolinguaggio da approfondirne le motivazioni, da rendere come obbligatorio un corso supplettivo che integri modalità percettive depurandole, ove possibile, dalle scorie.

Il punto dolente sta nella scomparsa del soggetto politico consolidatosi nel tempo, cosicché la scomparsa dei partiti rende ineluttabile un salto, un abisso, una vertigine sulla quale ballano protagonisti e spettatori sotto la guida del conduttore. E conta fino ad un certo punto che il conduttore unico delle coscienze, ovverossia il talk-show, rappresenti una parte del tutto televisivo, poiché la sua intima sostanza fa compiere una torsione violenta alla comunicazione politica sottoponendola ad una brusca mutazione, capovolgendo cioè ruoli e modulazioni, forma e sostanza, realtà e spettacolo, informazione e fiction.

La logica dei media era ben distinta dalla logica dei media, figuriamoci da quella della pubblicità. Autonome queste tre direttrici ma sempre più convergenti e alla fine precipitate in quella vertigine di cui sopra, si sono mischiate in un abbraccio sempre più fatale giungendo alla irriconoscibilità dell’antica Civitas, in quel precipizio nel quale il prevalere dell’immagine, del marketing, dello spot e infine di Twitter ha marcato un distacco incolmabile fra il primo e il dopo, fra passato e presente.

Un sistema politico per lunghi decenni stabile e autorevole ha subìto un colpo mortale, un crollo più unico che raro nelle democrazie che conosciamo. Parallelamente, il sistema comunicativo è cresciuto, si è espanso, ha implementato autonomia e autorità fino a sottoporre la politica. Siamo al punto vero: alla pressoché totale dipendenza del sistema politico dalla comunicazione. Reso tossico dalla mancanza degli storici punti di riferimento, il sistema della politica ha perso la sua supremazia, la sua stessa ragion d’essere. E, infatti, quella raison d’étre, viene suffragata e sublimata proprio nella televisione, nei suoi talk-show, nello strumento principe, nelle sue logiche ferree aumentando la dipendenza e la subalternirtà. Che è reciproca, beninteso, giacché il tossico necessita del pusher, in un dare e avere in cui primeggia sempre il secondo con la sua dose spacciata quotidianamente, e di cui l’auditel è un indizio vistoso, a sua volta incrementato da altre pozioni secondo un minutaggio calibrato. Non è soltanto nelle fogne e nelle acque reflue delle nostre città che vanno scovati gli indizi probatori di una dipendenza che si è impennata paurosamente. Basta accendere la tivù.

 

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 22:36