AGID e il nuovo corso

Istituita con decreto legge 22 giugno 2012, nasceva l’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) sottoposta alla vigilanza di cinque dicasteri (Presidenza del Consiglio dei ministri, ministero dell’Economia e delle Finanze, ministero della Pubblica amministrazione e Semplificazione, ministero dello Sviluppo economico e ministero di Istruzione, Università e Ricerca). Compito principale della struttura contribuire alla digitalizzazione del Paese, della pubblica amministrazione e favorire l’armonizzazione dell’Agenda digitale italiana all’interno degli obiettivi della Digital Agenda for Europe (Dae). Nel novembre 2012 l’allora ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, aveva designato Agostino Ragosa direttore generale della neonata agenzia.

Ma una volta istituita è stata abbandonata a sé stessa. Il suo statuto è stato approvato dalla Corte dei conti soltanto a febbraio. Nel mentre l’Italia è rimasta fanalino di coda nello scoreboard (tabella di valutazione) europeo. Lo stesso Ragosa ha più volte rimarcato il ritardo italiano rispetto ad una serie di obiettivi chiave quali la digitalizzazione del Paese, lo sviluppo dell’e-commerce, la diffusione di connettività e banda larga. Tutte questioni assai spinose per la nostra penisola. Basti pensare che dati recenti hanno rivelato che, a fine 2013, ben 2,1 milioni di cittadini risultavano ancora esclusi dalla copertura della banda larga e che è stato rinviato di un anno l’obiettivo di azzerare il digital divide. Ben 12 su 20 le regioni italiane che ancora evidenziano un divario digitale, oltre che una carenza infrastrutturale, superiore alla media, soprattutto al centro-sud. Senza contare che l’Osservatorio della Commissione europea sullo sviluppo digitale ha fotografato un Paese ancora molto arretrato: sei italiani su dieci non hanno competenze digitali, il 34 per cento della popolazione non ha mai usato il web, solo il cinque per cento delle piccole e medie imprese è online.

Insomma, a quasi due anni dall’istituzione dell’Agid, l’Italia non sembra aver fatto significativi passi avanti e in molti si sono domandati quale fosse l’effettivo ruolo di questa struttura.

Agostino Ragosa avrebbe potuto fare di più e meglio? Forse sì, forse no. Certo è che senza neppure uno statuto l’Agenzia non aveva molti margini di manovra. Il primo maggio scorso Ragosa è decaduto a causa “di una serie di inadempienze amministrative, per non aver presentato il bilancio di previsione nei termini stabiliti dalle norme (legge 98/2011), mettendo di fatto l’agenzia nell’impossibilità di operare”. Le dimissioni di Ragosa, rassegnate il 4 giugno, sono state accompagnate da voci di un possibile commissariamento guidato da Elisa Grande; l’ipotesi sembra sfumata, ma la Grande resterebbe in pole per la dirigenza.

Quella dell’Agid sembra essere una storia infinita. Dopo la fusione in un unico organismo di quattro entità -l’Agenzia per l’innovazione, DigitPa (Ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione), parte dell’Istituto superiore delle Comunicazioni e il dipartimento per la Digitalizzazione e l’Innovazione della Pubblica amministrazione - l’Agenzia non è mai stata effettivamente in grado di affrontare le sfide poste dagli obiettivi dell’Agenda digitale europea. Inoltre, a marzo, trascorso un mese dall’approvazione dello statuto, una analisi promossa da Paolo Coppola (Partito democratico) ne ha evidenziato il sostanziale fallimento: di cinquantacinque adempimenti previsti ne erano stati realizzati appena diciassette.

Piace qui ricordare la breve parentesi di Francesco Caio, nominato commissario nel giugno 2013 dall’allora Premier Enrico Letta, per raccordare politicamente l’Agenzia alla presidenza del Consiglio e superare in parte le difficoltà di una “affollata” cabina di regia. Con la guida di Caio tre provvedimenti, per quanto ‘vetusti’, hanno ottenuto lo status di decreti: anagrafe nazionale, identità e fatturazione elettronica. Adesso la partita sembra essere in mano a Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione, da pochi giorni responsabile dell’Agenda digitale italiana.

Perdere altro tempo potrebbe essere fatale. Ci si augura dunque che la Madia possa rapidamente agire per il “new deal” di una struttura pensata per favorire competitività e crescita occupazionale, puntando proprio sull’innovazione tecnologica.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 20:03