Tra il primo gennaio e il 30 aprile del 2012 sono stati 32 gli imprenditori suicidi in Italia. 10 di loro soltanto in Veneto, dove è particolarmente radicata la realtà delle piccole e medie imprese. Quasi uno ogni tre giorni, con un tasso di mortalità che nelle statistiche della cronaca nera è divenuto inferiore ormai soltanto più a quello delle vittime della strada.
Colpa della crisi economica, ma solo in parte. In Italia il vero problema resta sempre quello di una pressione fiscale che si è fatta insostenibile: tra il 1980 ed il 2011, infatti, il carico fiscale sui contribuenti è aumentato di oltre 11 punti percentuali, dal 31,4% di 30 anni fa al 42,5% dello scorso anno. Solo nell'ultimo decennio, la pressione dello stato sui contribuenti è aumentata di 5 punti percentuali. Non è tutto. Tolto il sommerso, che per sua stessa definizione non paga le tasse, il sistema tributario grava in realtà sui cittadini e le imprese oneste per il 52% dei loro redditi, e il prossimo anno peserà addirittura per il 54,5%. A questo si devono sommare gli oltre 70 miliardi di euro (quasi 90, secondo le stime più pessimistiche) che lo stato deve ancora pagare alle piccole e medie imprese che hanno lavorato per la pubblica amministrazione. Emolumenti tutti già fatturati (e quindi già tassati) ma mai riscossi per colpa di uno stato che vuole lottare l'evasione ma si fa evasore a sua volta. È così che le aziende chiudono, i posti di lavoro scompaiono, e con loro, troppo spesso, anche gli imprenditori e i lavoratori.
Era ormai solo questione di tempo prima che qualcuno, in questo esercito di disperati abbandonati a se stessi senza più l'ombra di una prospettiva, sfogasse rabbia e frustrazione non più contro se stesso ma contro il "nemico", lo stato Leviatano inflessibile con tutti tranne che con i propri obblighi, il mostro insaziabile divoratore di risorse, il satrapo sprecone. E così è stato con l'episodio di Luigi Martinelli, l'imprenditore della bassa bergamasca ridotto sul lastrico dai debiti che due giorni fa ha tenuto in ostaggio per diverse ore sotto la minaccia delle armi i dipendenti di una filiale dell'Agenzia delle Entrate. Il fatto che l'epilogo della vicenda sia stato felice e non abbia condotto a conseguenze drammatiche non deve dare adito ad illusioni sulla reale portata dell'episodio. Tutto fa temere che quanto accaduto non resterà un isolato caso di cronaca, ma rischia seriamente di fare da apripista a tanti episodi simili.
Lo racconta soprattutto l'assenza quasi totale di parole di condanna nei commenti dei concittadini del Martinelli per il suo gesto. C'è stata invece tanta solidarietà, se non addirittura plauso e sostegno. Addirittura da parte dei sequestrati, nessuno dei quali se l'è sentita di dipingere il loro carceriere come un criminale. E c'è stata anche indignazione, quella sì, per uno stato che con i sequestratori e i terroristi è sempre disposto a scendere a patti e pagare lauti riscatti, ma che contro un disperato in cerca di attenzione non ha esitato un solo minuto a schierare i Gis, il meglio del meglio delle forze speciali dell'Arma.
Su Facebook è già nata la pagina "Luigi Martinelli eroe nazionale", che ha superato i 300 "mi piace" in meno di 20 ore dalla sua apertura. Non si può certo ancora dire che stia spopolando, ma nemmeno che sia passata inosservata. Anche perché i "fan" dell'imprenditore improvvisatosi sequestratore di coloro che aveva individuato come aguzzini di stato sono persone normali, di varia estrazione sociale e differenti simpatie politiche. Nulla a che vedere dunque con gli esaltati che sostengono le tante pagine del social network dedicate ai superlatitanti della camorra o ai boss di Cosa Nostra. Sintomo anche questo di una crescente insofferenza verso l'istituzione statale, sempre più identificata come sfruttatrice e aguzzina. Tanto da fare di un uomo armato fino ai denti un'icona nella quale immedesimarsi.
Aggiornato il 04 aprile 2017 alle ore 15:52
