Coltan, cloud e transizione energetica

Per anni ci siamo raccontati una bugia rassicurante: l’idea di un progresso tecnologico pulito, in qualche modo scollegato dalle dinamiche politiche ed economiche che governano il mondo. Il telefono si aggiornava, noi ci adattavamo, e intanto qualcosa restava fuori dal nostro – ormai – immenso campo visivo: l’intero sistema produttivo che rendeva possibile la velocità della connessione con cui parlavamo al mondo. Erano gli anni Novanta: le telecomunicazioni macinavano progresso in maniera esponenziale, Apple e gli smartphone avrebbero conquistato il pianeta di lì a poco, l’Africa bruciava e noi imparavamo a non guardarla. Si dovette aspettare il biennio 2008‑2009 perché nei salotti progressisti maturasse una presa di coscienza degna di questo nome; ma da lì in avanti, le bugie diventarono due. A questo punto è necessaria una digressione.

Una quota significativa del coltan estratto in Africa non è entrata, e non entrerà mai, solo in uno smartphone, in un computer, in un tablet. Una parte importante ha alimentato anche l’immensa infrastruttura globale di telecomunicazione – router, switch, server, ripetitori – costruita proprio per connettere quel miliardo (tanti se ne sarebbero prodotti) di telefoni e di computer tra loro.

In altre parole, alle multinazionali chiedevamo di costruire una rete “globale”: e questo rendeva quasi irrilevante, sul piano delle materie prime, che i singoli dispositivi fossero piccoli e relativamente ottimizzati. Era il sistema che li teneva insieme a essere brutale nella sua semplicità: servivano tonnellate su tonnellate di router, switch, server farm, fibra ottica, ripetitori. Ogni pezzo di hardware doveva essere prodotto, assemblato e inserito in una catena interdipendente fatta di altri miliardi di pezzi di hardware sparsi per il mondo.

Così si aprì la stagione della comunicazione globale istantanea; e la domanda di materie prime, prevalentemente semiconduttori e componenti avanzati, schizzò a livelli difficili anche solo da immaginare, intrecciando fin da subito elettronica di consumo e infrastrutture di rete invece di tenerle davvero separate.

Abbiamo gli strumenti per smontare la prima bugia: il progresso dell’umanità – che ieri passava per la comunicazione globale istantanea e oggi passa per la transizione energetica e l’auto elettrica – è tutt’altro che vantaggioso per tutte le parti. Comporta sempre vincitori e vinti. Se da un lato cresce la platea di chi accede a tecnologie più efficienti, dall’altro il peso materiale del progresso si concentra sui Paesi esportatori di minerali, i quali ospitano, spesso senza potere contrattuale, l’estrazione più sporca e più rischiosa. A pagare il prezzo più alto sono stati gli stessi Paesi africani storicamente relegati al ruolo di fornitori di materie prime e storicamente destabilizzati sia dalle ingerenze esterne, sia dalla corruzione cronica delle élite e delle milizie post‑coloniali.

Come anticipato, la storia rischia di ripetersi con la nuova transizione energetica, particolarmente intensiva in semiconduttori e metalli critici: davanti a noi si profila un intero sistema poggiato su hardware pesanti, dalle auto elettriche ai data center che alimentano intelligenza artificiale e servizi cloud.

Le auto elettriche, in particolare, richiedono per la loro realizzazione una quantità sensibilmente maggiore di semiconduttori rispetto ai veicoli con motore a combustione interna, perché affidano a chip e sensori la gestione del motore, della batteria, della sicurezza e della connettività.

La promessa “green” rischia così di poggiare su una nuova fame di minerali, spesso estratti negli stessi territori già sfruttati per il vecchio ciclo tecnologico. Stroncata la prima bugia, possiamo passare alla seconda. Il forte ridimensionamento dell’estrazione di coltan e di altri minerali “da guerra” in alcune aree africane intorno al 2010 non è in alcun modo legato in via diretta – o quantomeno in via prevalente – ai reportage tardivi né ai dossier delle Ong. Questo non è uno stratagemma per screditare l’operato di chi, sull’Africa, ha avuto interessi umanitari prima che politici ed economici, ma una constatazione necessaria davanti alle continue decontestualizzazioni delle sintesi “instagrammabili” degli ultimi anni: a chiudere – o rendere economicamente meno convenienti – molte miniere sono state soprattutto le dinamiche di prezzo, di domanda industriale e di gestione delle scorte, più che le coscienze inorridite dell’Occidente. Questo non significa che norme come i “conflict minerals” nel diritto statunitense o alcune iniziative di tracciabilità abbiano contato zero; significa piuttosto che le norme si sono innestate su un andamento dei mercati che aveva già rallentato il consumo di semiconduttori.

Non fu una scelta idealista né redistributiva: non c’era nessuna intenzione di risarcire le vittime del banchetto. Eppure fu altrettanto efficace nel trasformare l’emorragia in una ferita che cominciava a rimarginarsi, almeno in certi distretti minerari e per alcuni minerali specifici. Ad oggi sappiamo che gran parte del rallentamento avvenne perché davanti al deteriorarsi delle ragioni economiche dell’estrazione (vi era un aumento marginale del prezzo della materia prima al ridursi della sua presenza nel Paese), gli oligopolisti imboccarono anche un’altra strada: un periodo di intensi investimenti in ricerca e sviluppo, che avrebbe presentato all’umanità una nuova frontiera tecnologica. Qui il nesso non è meccanico (non è esistito un vero progetto di allontanamento dallo sfruttamento dei semiconduttori), ma è comunque reale nella misura in cui la stessa logica di massimizzazione del valore ha spinto le grandi aziende a spostarsi verso servizi e architetture più scalabili, meno esposte a singoli colli di bottiglia minerari e più redditizie nel lungo periodo.

Nasceva così il Cloud, un sistema che permette di accedere via Internet a risorse informatiche – dati, programmi, potenza di calcolo – senza doverle conservare o gestire fisicamente sul proprio computer, ma appoggiandosi a grandi centri dati remoti che forniscono questi servizi su richiesta. Nel giro di pochi anni l’intero mercato della tecnologia occidentale fu rivoluzionato, senza però uscire da una situazione di capitalismo sfrenato. Non vennero solo smantellate le mostruose attrezzature ormai obsolete: se ne costruirono di nuove, concentrate in data center giganteschi che richiedono, a loro volta, enormi quantità di metalli, componenti elettronici, sistemi di raffreddamento.

Più che ridurre drasticamente la quantità di materie prime domandate agli Stati africani, il passaggio al Cloud ha spostato e riconfigurato quella domanda lungo altre filiere, mentre la corsa all’Ai e alla transizione energetica continua ad alimentare la fame globale di minerali. Non si trattò quindi di una mutazione nella dialettica tra vincitori e vinti – i vincitori restarono le multinazionali, i vinti restarono i Paesi esportatori – ma di un cambio di scala, di geografia e di narrativa dello sfruttamento. Da un lato, resta vero che il realismo più intransigente del mercato ha inciso sulla realtà più dell’idealismo ben intenzionato; dall’altro, sarebbe comodo assolversi dicendo che l’indignazione non serve a nulla, quando in realtà norme, campagne, pressioni sociali hanno almeno contribuito a spostare soglie di tollerabilità e a rendere più visibile ciò che prima era totalmente invisibile.

Di questa storia ci resta il solito paradosso: il realismo più intransigente del mercato ha inciso sulla realtà molto più dell’idealismo ben intenzionato. Almeno, se misuriamo le cose non a colpi di like, ma in termini di corpi che, forse, non sono più costretti ogni giorno a scendere in un tunnel di coltan.

Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 13:27