Missili BrahMos tra India e Filippine
Foto: Ansa

La deterrenza nell’Indo-Pacifico non è solo una fornitura d’armi.

Il negoziato avanzato tra India e Filippine per l’ampliamento della fornitura di missili supersonici BrahMos, stimato tra i 700 e gli 800 milioni di dollari, non rappresenta un mero accordo commerciale o una svolta bellicista. Ci troviamo di fronte a un tassello di una strategia più ampia di riforma amministrativa, industriale e di deterrenza difensiva che merita un’analisi scevra da semplificazioni ideologiche. Come europeisti e riformisti, dobbiamo guardare a questi equilibri non con la lente della contrapposizione muscolare, ma valutando la capacità di uno Stato sovrano di difendere il proprio territorio attraverso l’autonomia strategica e il rispetto del diritto internazionale, a partire dalla Convenzione di Montego Bay.

Il dossier in discussione evidenzia la maturazione di una Strategic Partnership firmata nel 2025, che unisce la base manifatturiera indiana alle esigenze di protezione arcipelagica di Manila (Comprehensive Archipelagic Defense). L’errore da evitare è confondere il sea denial – ovvero la capacità di negare all’avversario l’uso sicuro di determinate aree marittime – con il controllo totale delle rotte. Un missile supersonico non risolve magicamente le frizioni quotidiane nel Mar Cinese Meridionale, né cancella le zone d’ombra della coercizione non bellica esercitata dalle guardie costiere. Tuttavia, costituisce uno strumento di dissuasione credibile per riequilibrare un’asimmetria di potenza. Ciò che emerge con forza da questa trattativa è la complessità geopolitica del quadrante. Da un lato, Nuova Delhi persegue una lucida diplomazia industriale, proiettando la propria tecnologia e consolidando i propri canali commerciali nel Sud-est asiatico nel solco di una storica e gelosa autonomia strategica. Dall’altro, la presenza di una componente tecnologica russa nel consorzio BrahMos e il contesto dell’alleanza di ferro tra Manila e gli Stati Uniti impongono un esercizio di realismo: la diversificazione dei fornitori non erode l’architettura di difesa occidentale, ma richiede un onere amministrativo e logistico non indifferente in termini di interoperabilità.

Pechino legge legittimamente in queste acquisizioni un incremento del proprio rischio operativo, alimentando quel classico dilemma della sicurezza in cui ogni misura difensiva preventiva viene percepita come una minaccia offensiva. Eppure, la contestuale ripresa dei canali diplomatici tra le diplomazie dimostra che deterrenza e negoziato non sono alternativi, ma complementari. La vera sfida per le Filippine non risiede nel numero di missili acquistati, ma nella loro integrazione sistemica con reti di sorveglianza, capacità satellitari e catene di comando trasparenti e resilienti.

Per il riformismo liberale, la stabilità dell’Indo-Pacifico si regge sulla forza del diritto e sulla credibilità delle istituzioni democratiche regionali, come l’Asean. La risposta alle tensioni globali non è il disarmo unilaterale né l'escalation incontrollata, ma la costruzione di architetture di sicurezza cooperative e basate su regole certe. L’intesa indo-filippina, spogliata dalla retorica degli armamenti, ci ricorda che la sovranità si tutela con la modernizzazione amministrativa, la stabilità economica e la capacità di fare rete tra democrazie aperte.

Aggiornato il 06 novembre 2026 alle ore 13:39