Il ministro della Deregolamentazione illustra il piano economico del Presidente argentino come un progetto destinato a ridefinire le fondamenta dello sviluppo del Paese.
Il primo mandato presidenziale di Javier Milei potrà essere ricordato per molte ragioni: per aver riportato il Paese sulla strada della crescita dopo dodici anni di stagnazione, per aver ridotto la povertà e l’inflazione o per aver posto fine al disavanzo pubblico. Potrà essere ricordato per averci salvato dal diventare il Venezuela, oppure per un periodo irripetibile di autentica Repubblica (mai i poteri dello Stato sono stati così indipendenti). Ma ciò che intendo sostenere in queste righe è che, probabilmente, non sarà ricordato tanto per quanto accaduto durante il suo governo – un compito più simile a quello di un pompiere, imposto dall’eredità ricevuta – quanto per aver gettato le basi del ritorno del Paese alla prosperità.
Il triangolo costituito da equilibrio fiscale, libertà economica e rispetto dei diritti di proprietà rappresenta il fondamento concettuale della nuova Argentina. Ma i principi sono una cosa, la realtà un’altra. Promettere l’equilibrio dei conti pubblici è facile, realizzarlo è un’impresa durissima: significa costringere il ministro dell’Economia allo scomodo compito quotidiano di dire di no e i responsabili della deregolamentazione a scendere nelle fogne della normativa per condurre una guerra di logoramento contro gli interessi costituiti.
Ma ciò che a questo governo certamente non manca è la capacità di trasformare le idee in realtà. E, al di là dell’equilibrio fiscale e del programma di deregolamentazione, di cui si discute molto sulla stampa, il Presidente ha promosso una serie di riforme strutturali che rappresentano la chiave per trasformare l’Argentina in un Paese sviluppato. A volte queste riforme vengono oscurate dal rumore di fondo e passano inosservate, ma sono proprio esse a essere davvero importanti. “Non fidarti dei tuoi occhi, ti ingannano”, dice Obi-Wan Kenobi a Luke Skywalker. Guardiamo dunque quelle cose che abbiamo davanti, ma che ancora non abbiamo saputo vedere.
Cominciamo dalla Ley Bases, perché conteneva una riforma fondamentale che spiega l’intero boom energetico successivo: la liberalizzazione delle esportazioni, che ha portato all’eliminazione del cosiddetto “barile criollo”, il prezzo interno del petrolio fissato politicamente. Il kirchnerismo aveva trasformato i prezzi delle esportazioni energetiche in una decisione politica. Il risultato è stato che, per anni, pur conoscendo le risorse di cui disponevamo, nessuno investiva un peso. Una cosa è il rischio dei mercati, ben altra, e assai peggiore, è il rischio rappresentato da un politico. Eliminata quella restrizione, riaffermati i diritti di proprietà e migliorato il quadro fiscale, la produzione petrolifera raggiungerà quest’anno quasi un milione di barili al giorno, un record storico, superiore del 90 per cento rispetto al 2020. Per il 2035 si stimano esportazioni energetiche per 47 miliardi di dollari. L’Argentina si avvia a diventare un protagonista di livello mondiale nel settore dell’energia. E pensare che con il kirchnerismo importavamo energia!
La legge sui ghiacciai, che avevamo cercato di riformare con la Ley Bases ma che ha dovuto attendere due anni, ha prodotto effetti analoghi sul potenziale minerario argentino. È difficile comprendere come qualcuno abbia potuto pensare che vietare un’attività estrattiva capace di raddoppiare le esportazioni, portando occupazione e ricchezza in tutto il Paese, potesse giovare all’Argentina. Il Cile esporta risorse minerarie per 60 miliardi di dollari, un riferimento evidente per valutare il potenziale minerario argentino. Eppure, quando Milei è arrivato alla presidenza, l’Argentina ne esportava soltanto per 4 miliardi (per il 2026 ne prevediamo già 10). Come sarebbe oggi il nostro Paese se non ci fossimo vietati, negli ultimi trent’anni, 60 miliardi di dollari di esportazioni annuali? Fortunatamente, quella stagione è finita. Con esportazioni previste per 42 miliardi di dollari nel 2035, l’Argentina sta emergendo come un gigante anche in questo settore.
Per quanto riguarda l’agricoltura, abbiamo riconfigurato il sistema di tutela della proprietà intellettuale delle sementi, affinché possano arrivare nel nostro Paese le innovazioni genetiche utilizzate nel resto del mondo. Oggi la resa del cotone in Brasile è tre volte superiore a quella della provincia argentina del Chaco. Nel caso delle fragole, una varietà californiana consente di quintuplicare la produzione. Da decenni la produttività della nostra soia cresce a una velocità pari soltanto al 60 per cento di quella del resto del mondo. Limitatamente alla soia e al grano, questo ritardo tecnologico ci costava 4 miliardi di dollari all’anno. Con il nuovo sistema di controllo che abbiamo già introdotto e il consenso costruito attorno a una nuova legge sulle sementi, abbiamo aperto la strada per colmare questo divario di produttività. Sono stati inoltre ampliati considerevolmente i mercati internazionali per la carne argentina. Due esempi sono sufficienti: la quota di accesso della carne bovina al mercato statunitense è stata quintuplicata, mentre il mercato giapponese è stato aperto e ampliato per le nostre carni avicole e bovine.
Si parla continuamente degli elevati costi logistici del nostro Paese. Oltre alle numerose deregolamentazioni nel settore dei trasporti (i soli autotreni a doppio rimorchio hanno ridotto i costi del trasporto su gomma tra il 20 e il 30 per cento), è stata appena completata la gara per l’affidamento della nostra rete stradale principale, pari a 9.000 chilometri, cui si aggiungeranno prossimamente concessioni e ampliamenti per altri 6.000 chilometri di tratti ancora non affidati in concessione (riguardanti le strade 3, 9, 11, 12, 14, 16, 22, 25, 26, 33, 34, 35, 38, 50, 60, 81, 86, 89, 120, 121, 122, 151, 158, 228 e 237). Infine, si stanno valutando interventi per realizzare carreggiate separate nei tratti a maggiore traffico, richiesti da decenni (per esempio sulle strade 3, 5 e 7, oltre che sull’autostrada 0017 nell’area metropolitana di Buenos Aires).
È stata inoltre avviata la gara per l’affidamento della ferrovia merci Belgrano Cargas, che potrebbe determinare una trasformazione decisiva della logistica nazionale. Anche adottando stime molto prudenti, consentirebbe una riduzione del 40 per cento dei costi di trasporto sulle distanze di 1.000 chilometri e del 60 per cento su quelle di 500 chilometri. Il sistema sarà organizzato secondo il principio dell’open access, ossia dell’accesso aperto alla rete, evitando così il fallimento delle concessioni degli anni Novanta, che avevano concentrato l’attività su un unico operatore senza mai estenderla all’intera economia regionale. Ora qualsiasi impresa di logistica potrà utilizzare i binari, dando vita a un ecosistema che sarà certamente molto dinamico.
Ma tutto questo non potrebbe sviluppare pienamente il proprio potenziale senza mercati nei quali collocare i nostri prodotti. Durante questa amministrazione, l’Argentina ha compiuto progressi nell’apertura commerciale superiori a quelli degli ultimi decenni. È dovuto arrivare Milei perché l’accordo con l’Unione europea, approvato grazie ai voti decisivi dell’Italia, entrasse in vigore dopo venticinque anni di tergiversazioni. Se in un solo giorno i nostri produttori di miele, uova e riso hanno esaurito i contingenti esenti da dazi previsti dall’accordo con il Mercosur, chissà fin dove potrà portarci questo trattato. A esso si sono aggiunti gli accordi con l’Efta e Singapore. L’intesa con gli Stati Uniti, anch’essa frutto di un intelligente riposizionamento geopolitico del presidente, procede nella sua attuazione su tutti i fronti e ha consentito un accesso preferenziale al mercato nordamericano, in quello che l’Economist ha definito l’accordo più favorevole mai sottoscritto dagli Stati Uniti con un altro Paese.
Passando al funzionamento delle imprese, non possiamo non ricordare l’approvazione della legge sulla modernizzazione del lavoro, un tentativo di riconfigurare il mercato occupazionale, che consente la contrattazione collettiva a livello aziendale (di cui vedremo presto i primi esempi), garantisce una maggiore rappresentatività nei contratti collettivi e mira a ridurre il contenzioso del lavoro in un mercato che, dopo il Covid, si era già flessibilizzato di fatto attraverso la diffusione del lavoro autonomo nel regime semplificato del monotributo.
È stata inoltre realizzata la più importante riforma del mercato dei capitali dall’approvazione della legge sul mercato dei capitali del 2012, eliminando la necessità di autorizzazioni per l’emissione di azioni, obbligazioni o quote di fondi comuni d’investimento e restituendo piena libertà a un mercato che in precedenza era stato soffocato dal peso della propria regolamentazione. Ogni giorno riceviamo notizie di piccole e medie imprese alle quali questa nuova opportunità sta consentendo un accesso ai finanziamenti impensabile prima della riforma. Un progetto di legge, che sta per essere trasmesso al Congresso, amplierà ulteriormente la libertà di finanziamento istituendo un registro nazionale delle garanzie, destinato ad agevolarne la gestione privata e a rivoluzionare il credito assistito da garanzie mobiliari. L’approvazione del nuovo Statuto della Banca centrale, che restituisce indipendenza all’istituzione, rafforza a sua volta il quadro di stabilità macroeconomica raggiunto.
Restano da ricordare tre iniziative fondamentali già all’esame del Congresso. La prima riguarda il Trattato di cooperazione in materia di brevetti (Pct), già approvato dalla Camera dei deputati, che consentirebbe il più grande salto in avanti degli ultimi decenni per la nostra industria tecnologicamente avanzata e per il sistema scientifico e tecnologico. La seconda è la riforma del diritto societario, che introduce un quadro di ampia libertà per la gestione delle imprese e propone il primo sistema normativo realistico al mondo, con la necessaria supervisione umana, per le società che utilizzano applicazioni di Intelligenza artificiale. Entrambe queste iniziative sarebbero decisive per trasformare il nostro Paese in un polo di innovazione e investimenti. Se vogliamo che Buenos Aires assomigli almeno in parte a Dubai o a San Francisco, queste due riforme sono indispensabili. Infine, il progetto che definisce i diritti di proprietà sui crediti di carbonio, già esaminato favorevolmente in commissione al Senato, potrà generare entrate potenziali per miliardi di dollari a favore dei produttori argentini.
Dovremmo anche ricordare che, lentamente ma con passo sicuro, procede il programma di privatizzazioni del governo. Entro la conclusione del primo mandato presidenziale, lo Stato si sarà ritirato dalla gestione di praticamente tutte le proprie attività nel settore energetico (con l’eccezione di Ypf), avrà affidato in concessione la rete delle vie navigabili interne, le strade, le ferrovie e la società di gestione delle acque dell’area metropolitana. Con un po’ di fortuna, riusciremo persino a liberarci di Intercargo. E non vi sarà progresso più grande nella lotta alla corruzione che quello di potersi disfare di queste imprese.
A tutto ciò si aggiungono trasformazioni strategiche in preparazione, di cui non riusciamo ancora a comprendere pienamente la portata. I governatori delle province settentrionali stanno promuovendo norme che permetteranno di sbloccare la navigazione fluviale, riducendo i costi di quasi il 10 per cento per tutte le attività produttive della regione. Possiamo inoltre ricordare l’ampliamento della rete dei gasdotti nel centro del Paese, recentemente annunciato dalla società Tgn, che ridefinirà la competitività dell’industria nelle province di Córdoba e Santa Fe, con la possibilità di ridurre il prezzo dell’energia a un terzo per una parte significativa dell’anno. Senza contare che Bahía Blanca si sta preparando a diventare un polo petrolchimico e di produzione di fertilizzanti di livello mondiale. Tutto questo conferma quanto il Presidente ha sempre sostenuto: le infrastrutture devono essere sviluppate dal settore privato, non dal vecchio e corrotto sistema delle opere pubbliche, nel quale perfino un’operazione semplice come acquistare tubi finiva per costare il doppio del loro prezzo effettivo.
Se la liberalizzazione della navigazione fluviale riduce i costi complessivi del 10 per cento, se gli autotreni a doppio rimorchio riducono del 20 per cento il costo del trasporto terrestre, se l’integrazione della rete dei gasdotti porta il prezzo del gas a un terzo, se l’importazione di macchinari usati consente di acquistarli a un sesto del costo, se le ferrovie riducono le spese di trasporto tra il 40 e il 60 per cento, comincia a diventare evidente la dimensione delle opportunità che ci attendono. Non a caso, l’Argentina sta vivendo un processo di crescita trainato dalle esportazioni che non si vedeva dalla fine del XIX secolo. È un risultato coerente con l’azione di un governo che ha già realizzato 17.600 interventi di deregolamentazione. Per questo non sorprende neppure che il biennio 2024-2025 abbia registrato, secondo stime private, il maggiore incremento della produttività dagli anni Ottanta.
La maggiore libertà e stabilità favoriscono ogni giorno la nascita di iniziative sorprendenti: un ponte a Bernardo de Irigoyen per consentire alla produzione di soia dello Stato brasiliano di Santa Catarina di transitare attraverso la provincia di Misiones; la moltiplicazione dei mercati di esportazione dell’erba mate; la via navigabile del Río Negro; l’irrigazione in Patagonia; la maricoltura, eccetera. E potremmo continuare. L’Argentina prospera verso la quale ci stiamo dirigendo sarà molto diversa da quella attuale. Quattro milioni di argentini lasceranno la periferia metropolitana di Buenos Aires per trasferirsi verso le opportunità di lavoro e la migliore qualità della vita che offriranno le regioni interne del Paese. I capoluoghi provinciali si riempiranno di progresso, grattacieli e collegamenti.
Fra trent’anni si discuterà certamente di ciò che avrà funzionato meglio, di ciò che avrà funzionato peggio e di quanto si sarebbe potuto fare diversamente. Ci saranno stati successi ed errori. Ma, se questo processo si consoliderà, la presidenza di Javier Milei sarà ricordata non tanto per il modo in cui avrà trasformato il presente del Paese, quanto per avergli offerto l’opportunità di un futuro.
(*) Federico Sturzenegger è ministro della Deregolamentazione e della Trasformazione dello Stato della Repubblica Argentina.
(**) Articolo pubblicato originariamente sul quotidiano argentino La Nación il 18 ottobre 2026, con il titolo “El futuro de Milei”. Traduzione italiana pubblicata per gentile concessione dell’autore e di La Nación, previa autorizzazione comunicata da Mariano Rodríguez Ribas, responsabile della comunicazione del ministro Federico Sturzenegger.
Aggiornato il 06 novembre 2026 alle ore 10:28
