L’eredità scomoda di Bildu
Foto: Arkaitz Rodríguez (Ansa)

Il segretario di Azione politica della coalizione indipendentista basca Eh Bildu (Euskal Herria Bildu, Unire i Paesi Baschi), Arkaitz Rodríguez, durante un comizio, ha lanciato un appello a “far esplodere le strade di Bilbao” nella manifestazione che si terrà il 14 novembre sotto lo slogan Badatorren Euskal Herria defendatu (Difendiamo il Paese basco che sta per venire) per “mandare un messaggio molto chiaro al blocco reazionario: Non avete potuto, non potete e non potrete”.

Il 12 ottobre, diversi rappresentanti di Eh Bildu si sono riuniti di fronte a quella che fu la sede del primo Governo basco per rendere omaggio e riconfermare l’impegno di “quella generazione”, rivendicando che “tutti i diritti di cui si gode attualmente si devono all’organizzazione, alla mobilitazione e alla lotta”. Rodríguez, affermando che l’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona, si appella alla generazione di Telesforo de Monzón, cioè uno dei fondatori nel 1978 della coalizione Herri Batasuna, il braccio politico dell’organizzazione terroristica Eta (Euskadi Ta Askatasuna, Paesi baschi e libertà) che assassinò 853 persone. E Bildu continua sulle sue orme, poiché non si tratta di nostalgia ma di continuità; tra le sue fila spiccano proprio Arkaitz, condannato al carcere per aver tentato di ricostruire la cupola di Batasuna sotto le direttive dell’Eta (caso Bateragune), l’eurodeputato Pernando Barrena Arza condannato per appartenenza a organizzazione terroristica e, tra gli altri, il segretario generale di Bildu, Arnaldo Otegi, che accumula condanne per sequestro, apologia del terrorismo e il caso Bateragune.

Lanciando un appello a ricreare una cintura di ferro – come quella del 1936 contro il franchismo, caduta un anno dopo per mano delle Brigate di Navarra appoggiate dalla Legione Condor tedesca e dall’aviazione italiana – Bildu mette in guardia dal “tempo di autentica eccezione” provocato dal blocco reazionario e minaccia che se questo finisse per imporsi perderanno le donne, i lavoratori, i giovani, i pensionati, i migranti e “Euskal Herria perché il suo autogoverno, le sue istituzioni e la sua lingua nazionale, senza dubbio alcuno, finiranno nel mirino”.

Certo, per gli indipendentisti con Pedro Sánchez tutto va meglio. Da quando è arrivato al Governo ha firmato 50 accordi di trasferimento di competenze a tutte le comunità autonome, di cui 10 con la Catalogna e 24 con i Paesi Baschi, spiccando la gestione delle carceri: dall’ottobre 2021, è stato concesso il regime di semilibertà/terzo grado a più di 90 detenuti membri dell’Eta (circa il 20 per cento è stato successivamente revocato dai giudici dell’Audiencia Nacional o dalla Corte suprema). I carnefici escono mentre le vittime continuano ad aspettare, perché ci sono ancora 379 omicidi irrisolti.

Indubbiamente, se il Governo cambiasse colore dopo le prossime elezioni, lo farà anche nelle strade dei Paesi Baschi, a cominciare dalla bandiera spagnola che, continuando a essere considerata – come da Otegi – un simbolo imposto ed estraneo, oggi non sventola in alcuni comuni baschi e navarresi, e proseguendo con la lingua (le iscrizioni in castigliano nella scuola dell’infanzia e primaria rappresentano circa il 2 per cento e nella scuola secondaria di primo grado il 5 per cento).

Sicuramente cambierà anche la rotta di gruppi come Jardun Koordinadora – che considerano Bildu troppo moderato – i quali pubblicano sul loro sito web fondamenti ideologici secondo cui “gli Stati spagnolo e francese mantengono il loro carattere di occupazione, negando la libertà nazionale dei Paesi Baschi”; soprattutto dopo che due dei loro membri, che disponevano di informazioni su agenti della Guardia Civil, su caserme e mappe di ubicazione di nascondigli appartenuti all’Eta, sono finiti in carcere per presunti reati di terrorismo. Non avevano la capacità reale di portare a termine attentati, ma avrebbero potuto pianificare azioni di rivendicazione più aggressive. A quanto pare, il terreno di coltura non si è seccato, ha soltanto cambiato forma. Arriverebbero al punto di riportare la violenza nelle strade se la destra conquistasse l’Esecutivo?

Da Bildu esortano ad agitare le bandiere del femminismo, del socialismo, del diritto a pensioni e abitazioni dignitose, della Palestina e dei Paesi Baschi, esattamente come dall’Italia fanno Fratoianni, Schlein, Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista) o Sardigna Natzione Indipendentzia/Liberu. Ma Bildu non è un partito come gli altri; è l’eredità politica di un’organizzazione che ha seminato il terrore per decenni e che, lungi dall’operare una rottura totale con quel passato, lo rivendica, lo omaggia e lo strumentalizza. “Far esplodere le strade” non è una metafora innocente quando esce dalla bocca di chi viene da dove viene.

Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 17:44