Riad senza Usa: addio mercenari
Donald Trump (Foto Ansa)

In fondo, “Chi la fa l’aspetti!”. Se Donald Trump aveva invano sperato che Riad fosse dalla sua parte nella partita per la vita contro l’Iran e il suo mortifero regime, oggi a ruoli invertiti l’Arabia Saudita non può ragionevolmente aspettarsi un aiuto militare dagli Usa per la sua nuova guerra contro gli Houthi yemeniti, super armati da Teheran. Del resto, questi fondamentalisti con i sandali impolverati combattono come tigri sul terreno, mentre i sauditi hanno il terrore di dover intervenire con i propri soldati, mettendo così a nudo la fragilità militare del regime waabita che senza i “mercenari” della Us-Army non sa difendere da solo la manna dal cielo dei petrodollari. Oggi, però, pecunia olet, dalle parti di Washington, dato che per i seguaci di Maga il sangue dei marines americani vale molto più del denaro saudita, ed è un patrimonio così prezioso che non può essere messo a disposizione dei despoti del petrolio, dato che da questo punto di vista gli Stati Uniti hanno raggiunto da un bel pezzo l’autosufficienza energetica. Però, qui potrebbero accader cose davvero strane, con il beneplacito di Trump, a seguito del tentativo di costituire una mini-Nato sunnita tra Arabia Saudita, Pakistan (nuclearizzato) e Turchia. Perché in questo caso il sogno di rinascita dell’Impero ottomano di Recep Tayyip Erdoğan potrebbe avere il suo battesimo di fuoco con un qualche forma di intervento militare, o per ora soltanto tecnologico, con la fornitura di droni avanzati e l’invio di consiglieri militari a sostegno di Riad. Del resto, vista la determinazione degli Houthi a colpire basi e interessi americani nella regione del Golfo, gli Stati Uniti non sono nella condizione di aprire un secondo fronte in Medio Oriente, anche perché scarseggiano le riserve di antimissili Patriot a copertura degli avamposti Usa e dei siti strategici sauditi, come aeroporti e impianti industriali per la raffinazione e lo stoccaggio di prodotti petroliferi.

Si può osservare come questo la dica lunga su quanto colpevole può essere stato l’Occidente nel chiudere gli occhi di fronte all’imponente riarmo dell’Iran sciita, in grado come la Russia di Vladimir Putin di sfornare missili balistici come fossero proiettili da mortaio, in quantità tali (come ben si vede!) da inondare i depositi di tutti le tre le “H di Hell” dei suoi proxy mediorientali, Hezbollah, Houthi e Hamas. Per lo Yemen, è chiaro che a meno di tre settimane dalle elezioni di midterm Trump sia restio ad aprire le porte a una ennesima “guerra che non finisce mai” (“endless war”), intervenendo ancora una volta contro gli Houthi, dopo aver (grazie alla mediazione del sultanato di Oman) faticosamente negoziato con loro a primavera 2025 un cessate il fuoco, dopo 52 giorni di bombardamenti americani sulle roccaforti ei ribelli. Il che la dice sulla capacità dei combattenti in ciabatte e kalašnikov a sostenere anche durissime perdite in uomini, mezzi e basi logistiche. Per chi ha buona memoria, la stessa cosa accadde in Afghanistan, prima con i Russi, e poi con l’intervento alleato contro gli studenti di Dio (talebani), per domare i quali non servì spaccare le montagne in due, visto che dopo vent’anni di occupazione sono tornati al potere più forti di prima. Sarà bene poi ricordare come gli Houthi di religione zayda, la cui numerosa comunità è stata messa da decenni ai margini della vita politica, sociale ed economica, siano in realtà i rappresentanti di un imamato millenario, che ha da sempre governato lo Yemen, fino ai primi decenni del XX secolo.         

Forse, se avessimo studiato di più gli aspetti etnologici, religiosi e culturali dei territori e delle loro genti alle quali abbiamo creduto di dover “esportare” il nostro modello di democrazia, saremmo rimasti a casa nostra, progettando soluzioni politiche e aiuti ben più concreti dei “boots-on-the-ground”! Da parte sua Riad ha ben ragione di lamentarsi dell’inaffidabilità del suo alleato americano, che già nel 2019, quando presumibilmente l’Iran attaccò con una salva di missili l’installazione petrolifera saudita di Khurais, si spese a parole senza intervenire militarmente contro il nemico giurato di tutto l’Occidente. Oggi, se possibile, malgrado le telefonate dirette del principe ereditario Mohammed Bin Salman (Mbs) a Trump, le cose si sono fatte ancora più drammatiche, dato che i sauditi si sono trovati confrontati alla guerra israelo-americana contro Teheran, senza essere stati preventivamente informati sugli obiettivi e sulla tempistica degli attacchi. Subendo però i contrattacchi di ritorsione (essendo gli alleati più fedeli degli Usa nel Golfo) con lanci di missili dall’Iraq e dall’Iran, che hanno causato danni incalcolabili alle sue infrastrutture. E oggi Riad si trova a reagire in solitudo alle provocazioni degli Houthi, che hanno colpito siti petroliferi strategici del regno e bloccato lo Stretto di Bab al-Mandeb dove transita gran parte del petrolio saudita. Ed è così che anche Mbs e i suoi consiglieri hanno iniziato a percepire gli Stati Uniti non soltanto come il principale garante della sicurezza del Paese, ma anche come una notevole fonte di rischio geopolitico.

Del resto, la strategia di Trump è chiara: gli alleati dell’America devono rendersi autonomi nella difesa dei propri interessi e territori, senza più dipendere, né fare sistematicamente ricorso alla protezione americana che costa molto cara a Washington. Riad ha capito la lezione, e si sta dando da fare per stringere rapporti sempre più stretti con i grandi Paesi sunniti della regione, come Egitto, Turchia e Pakistan, addirittura rendendosi disponibile a reclutare mercenari (come volevasi dimostrare!) siriani per sbloccare la situazione in Yemen. Tuttavia, per il futuro prossimo non ci sarà nessun cambiamento vero nei rapporti tra americani e sauditi. La ragione è chiara, dato che gli investimenti di Riad all’estero (migliaia di miliardi di dollari) si concentrano prevalentemente negli Stati Uniti, mentre l’élite saudita ha studiato nelle migliori università Usa. E anche i suoi armamenti avanzati vengono sempre da lì, come gli F-35, di cui Washington ha approvato la vendita per quelli di quinta generazione, correndo il rischio (visti i buoni rapporti esistenti tra Riad e Pechino) che la Cina possa accedere a questo tipo di tecnologie sensibili. Per non parlare dei modelli di intelligenza artificiale, e del recente accordo sul nucleare civile, che prevede la costruzione di due reattori da installare nel regno. Se Gaza non ha fatto divorziare Trump e Mbs, certo non ci riusciranno né Teheran, né gli Houthi!  

 

Aggiornato il 02 novembre 2026 alle ore 14:08