Striscia di Gaza: tra diritto e forza
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Una parola è entrata nel linguaggio di ogni giorno con la naturalezza di un verdetto già emesso: “genocidio”. La si legge nei titoli, la si grida nei cortei, come se designasse una cosa evidente a chiunque guardi Gaza. Eppure, nelle aule dove quella parola ha un peso non retorico ma giuridico, le cose stanno in modo assai meno limpido, e la prima scoperta è che le sedi in cui la vicenda è trattata non sono una sola, né dicono la stessa cosa.

Sono tre. La Corte internazionale di giustizia giudica gli Stati e applica la Convenzione del 1948: da quando, nel dicembre 2023, il Sudafrica ha citato Israele, l’accusa esiste in forma rigorosa. Ma la Corte non ha stabilito che a Gaza sia in corso un genocidio: ha ordinato misure provvisorie, cautelari e non una sentenza, e chi vi ha letto una condanna ha scambiato il sospetto che apre un’indagine per la prova che la chiude. La Corte penale internazionale giudica invece gli individui, e i mandati del novembre 2024 contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro Yoav Gallant non riguardano il genocidio, ma i crimini di guerra e contro l’umanità di affamamento, omicidio e persecuzione: chi li cita come prova del genocidio attribuisce alla Corte un’accusa che essa non ha formulato.

La terza voce è quella che più alimenta l’uso corrente: nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta dell’Onu ha concluso, per la prima volta, che a Gaza si consuma un genocidio, dopo analoghe posizioni di Amnesty International e dell’associazione mondiale degli studiosi di genocidio. Ma sono accertamenti privi di forza vincolante, e quella risoluzione fu approvata da appena 129 dei circa 500 membri, di cui quasi 200 ne chiesero poi il ritiro: autorevoli, dunque, ma pronunciamenti, non giudizi. Chi segue solo le piazze ode una voce unanime, dove parlano invece tre voci distinte, e tenere insieme ciò che quelle sedi separano è la premessa di ogni leggerezza.

Che cosa esige, in diritto, perché vi sia genocidio? Non è la somma dei morti, per quanto immenso sia il numero: è una fattispecie che poggia su due pilastri. Il primo è l’atto, e la Convenzione ne enumera cinque, tassativi, dall’uccisione alle condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo: la fattispecie guarda cioè alla distruzione fisica di un gruppo in quanto tale, non alla sua oppressione né all’esodo. Ma nessun atto basta da solo, perché le medesime uccisioni integrano anche il crimine di guerra o contro l’umanità: ciò che distingue il genocidio non sta nell’atto, ma in ciò che lo muove.

Ciò che lo muove è l’intenzione, e non una qualsiasi. Il diritto la chiama dolus specialis: non basta aver voluto uccidere, né averlo voluto sapendo di colpire civili, occorre aver voluto quelle morti come mezzo per distruggere il gruppo in quanto tale. È la differenza fra lo sterminare uomini e lo sterminare un popolo negli uomini che lo compongono, e provarla è arduo, perché l’intenzione non si vede: per questo i tribunali hanno fissato una soglia quasi inarrivabile, essendo obbligato il giudice, quando la condotta ammette più spiegazioni ragionevoli, a scegliere quella che esclude il genocidio, e a riconoscerlo solo se l’intento distruttivo è l’unica inferenza possibile. Non la più probabile. L’unica.

Se ne trae una conclusione ferma. In senso giuridico proprio, a Gaza oggi un genocidio non sussiste: non perché l’orrore manchi, ma perché nessuna delle corti che potrebbero affermarlo lo ha fatto, e quella competente non ne ha ancora esaminato il merito. Che possa un giorno esservi accertato è lecito dubitarne, non per riguardo verso chi fa la guerra, ma per la natura della prova, soglia che nella storia pochissime vicende hanno varcato. Ciò non toglie che a Gaza si consumi una tragedia immane, fatta di morti, di fame e di macerie: che il diritto non possa chiamarla col nome più grave dice del diritto, non dell’atrocità, che resta intera.

Molti, qui, scrolleranno le spalle: basta guardare Gaza per saperlo, la verità è sotto gli occhi di tutti. È la reazione più comprensibile e la più debole, perché dà per scontato ciò che il nostro tempo ha messo in soffitta: una verità assoluta, valida per tutti, che stia sopra le opinioni e le giudichi. L’Occidente l’ha congedata da tempo, sicché nessuno può più sostenere “è un male in sé” attendendosi che l’altro vi si inchini. Ecco perché il diritto torna come l’unico terreno rimasto: venuta meno la verità che fondava l’accusa, solo la norma può sorreggerla, non come specchio del giusto, ma come patto condiviso. Non vale più perché vero, ma perché convenzionale.

È la lezione di Max Weber: il diritto non è voce della giustizia, ma un ordine che vige in quanto un apparato può imporlo, e lo Stato è ciò che rivendica con successo il monopolio della forza legittima su un territorio. Togliete quella forza e la norma resta flatus vocis: non un diritto più debole, ma nessun diritto, perché dove nulla obbliga non vi sono reati né colpevoli. Ma sopra gli Stati quella forza non esiste, e le sentenze dell’Aja valgono quanto la buona volontà di chi dovrebbe eseguirle: il genocidio, come fattispecie che condanna, non è ancora pienamente diritto, perché manca la potenza che ne farebbe un reato e non un nome.

E questa impotenza non è un difetto da correggere: è la verità del nostro tempo allo scoperto. In un mondo che ha congedato ogni verità, a decidere non è mai il giusto, che nessuno sa più dire, ma la forza, e se tutto è mezzo, anche la norma suprema, quella che custodisce l’esistenza dei popoli, diventa strumento nelle mani di chi ha la potenza di maneggiarlo. La “comunità internazionale”, allora, è una finzione cui manca il braccio che impone: l’unico che somigli a uno Stato planetario è l’egemone, gli Stati Uniti, che dominano gli oceani e custodiscono l’arsenale militare nucleare e convenzionale che nessun rivale eguaglia. E gli Usa quei tribunali non li riconoscono e colpiscono con sanzioni i giudici che sfiorano loro o i loro alleati. Né è un caso che Israele sia legato a Washington da un vincolo che non dipende dai governi di turno, ma dalla struttura permanente degli interessi americani: ecco perché i mandati restano lettera morta e le immunità valgono secondo la forza di chi le invoca, non secondo il diritto.

Rimane l’indignazione di chi grida all’ingiustizia, e nessuno ha il diritto di spegnerla, poiché nasce davanti a una tragedia che permane oltre ogni verdetto. Ma essa ignora la propria radice: crede di attingere a una giustizia che sovrasti le potenze, mentre quella giustizia è ciò che l’epoca ha congedato insieme a ogni verità eterna. Tolto il fondamento, giusto e ingiusto non nominano più il bene e il male, ma la vittoria e la sconfitta, e chi non ha più il vero e vuole imporre la propria ragione non ha altra strada che la violenza, e la invoca anche quando crede di invocare la giustizia. È questa la contraddizione che la vicenda di Gaza lascia affiorare: un mondo che ha dismesso la verità e chiama giustizia la propria impotenza a disporre della forza altrui.

Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 14:40