Francia: un Paese malato in un continente malato
Foto: rivolte studentesche in Francia (Ansa)

“Chi non se lo sarebbe aspettato? Ah, già (...) i politici”, ha ironizzato su X l’utente The Great Gats.

Secondo quanto riportato, il governo sarebbe stato “colto di sorpresa” dalle rivolte studentesche esplose circa due settimane fa per denunciare le condizioni delle scuole: classi sovraffollate, edifici fatiscenti, infestazioni di ratti e altri parassiti, riscaldamenti e impianti di climatizzazione carenti o assenti, oltre alla cronica mancanza di insegnanti.

“Eppure,” scrive il giornalista americano Michael Shellenberger, “le scuole francesi dispongono oggi di più risorse per studente che in qualsiasi altro momento del passato”. Il governo francese destina all’istruzione il 4,5 per cento del prodotto interno lordo, contro il 3,7 per cento della Germania.

Le violente proteste, iniziate nell’Île-de-France e poi diffusesi in tutto il Paese, sarebbero state, secondo le indagini, fomentate da La France Insoumise (LFI), il partito della Sinistra radicale, guidato da Jean-Luc Mélenchon, candidato alle elezioni presidenziali francesi previste per la primavera del 2027. Il partito respinge le accuse. Secondo Shellenberger, tuttavia, “le prove dimostrano chiaramente che La France Insoumise (...) ha orchestrato e guidato le proteste”.

“La mobilitazione ha visto fin dall’inizio il coinvolgimento di esponenti eletti di LFI e di gruppi della Sinistra radicale”, ha riferito a Le Point un funzionario della sicurezza rimasto anonimo. Il resoconto della riunione di crisi del 1° ottobre convocata dal Primo Ministro, fornito a Reuters da una persona a lui vicina, definisce il movimento, sulla base di una “valutazione condivisa” dei servizi di intelligence, come “un’operazione organizzata da La France Insoumise e dai suoi gruppi fiancheggiatori dell’estrema Sinistra”, secondo la “valutazione concorde” dei servizi di intelligence.

“Genitori, attivisti di FLI, mobilitatevi e fate da scudo contro la brutalità della polizia”, ha esortato Mélenchon, attribuendo alle forze dell’ordine, e non agli studenti, la responsabilità delle violenze.

“A Marsiglia, centinaia di giovani hanno costretto i vigili del fuoco ad abbandonare il loro mezzo davanti a un liceo, per poi dargli fuoco. A Parigi, una decina di manifestanti ha inseguito una poliziotta, l’ha scaraventata a terra e presa a calci, al grido di ‘Uccidetela!’”.

“Non siamo nemmeno del tutto sicuri che si tratti effettivamente di studenti delle scuole superiori”, ha dichiarato il Ministro della Giustizia francese riferendosi alle persone arrestate.

La Sinistra francese ha condotto una battaglia contro la scuola, stringendo al contempo un’alleanza con esponenti islamisti che mirano a trasformarla radicalmente. Per entrambi, il terreno di scontro è innanzitutto l’istruzione. “È evidente che organizzazioni religiose e politico-religiose agiscono sugli studenti, talvolta fin dalla scuola primaria, influenzando anche le loro famiglie, il contesto sociale e il quartiere in cui vivono; alcune cercano inoltre di metterli in contrapposizione con l’istituzione scolastica”, si legge nel rapporto del giugno 2004 dell’Ispettorato Generale del Ministero dell’Istruzione francese sul fenomeno religioso in ambito scolastico.

Ciò che accomunerebbe gli islamisti e la Sinistra rivoluzionaria sarebbe l’obiettivo di smantellare la civiltà occidentale. Il rapporto del maggio 2025 del Ministero dell’Interno francese sui Fratelli Musulmani definisce il progetto del movimento in Francia come “un lungo processo di conquista politica”, caratterizzato da “investimenti sistematicamente prioritari a livello locale”.

“I figli degli immigrati musulmani sono spesso più radicali dei loro genitori. C’è innanzitutto una ribellione generazionale”, scriveva nel 2015 Olivier Roy, studioso francese dell’Islam, a proposito dei jihadisti francesi.

LFI cerca apertamente il consenso degli elettori musulmani e, secondo una commissione parlamentare d’inchiesta, questo la rende un obiettivo delle reti islamiste.

“‘La scelta di La France Insoumise di adottare una strategia clientelare nei confronti dell’elettorato musulmano potrebbe aver reso il partito un bersaglio privilegiato” delle reti islamiste, ha dichiarato nel dicembre 2025 Matthieu Bloch, relatore di una commissione d’inchiesta dell’Assemblea Nazionale sui partiti politici e le reti islamiste.

I sondaggi “indicano tutti che Mélenchon subirebbe una pesante sconfitta in un eventuale ballottaggio contro Marine Le Pen”, ha rilevato la BBC.

Finora sono stati arrestati circa 2 mila studenti e oltre un migliaio di scuole sono state coinvolte nelle proteste. Gli episodi di violenza hanno incluso “incendi appiccati nelle scuole, insegnanti aggrediti e cosparsi di benzina”.

Il presidente francese Emmanuel Macron, al suo secondo e ultimo mandato e impossibilitato a ricandidarsi, si avvia alla conclusione della sua presidenza in un clima di diffuso malcontento popolare. Secondo un recente sondaggio, appena il 21 per cento dei francesi approva il suo operato, una percentuale comunque in lieve risalita rispetto al 19 per cento registrato alcuni mesi fa.

Il calo di popolarità di Macron non stupisce, alla luce dei ripetuti atteggiamenti di disprezzo che il Presidente ha riservato alle fasce più povere della società francese.

A poche settimane dall’insediamento, nel maggio 2017, Macron aveva già suscitato polemiche distinguendo tra “quelli che ce l’hanno fatta” e “quelli che non sono niente”. Meno di un anno e mezzo dopo, nel novembre 2018, invocando la lotta al cambiamento climatico di origine antropica, egli aumentò ulteriormente le già elevate accise sui carburanti, innescando immediatamente la protesta dei “Gilet gialli”. Migliaia di cittadini francesi scesero in piazza, denunciando l’impossibilità di sostenere sia il costo del carburante per andare al lavoro sia quello dei generi alimentari per le proprie famiglie. Macron rispose che, pur riconoscendo le difficoltà economiche di una parte della popolazione, la sua priorità era scongiurare una minaccia ben più grande: “la fine del mondo”.

La mobilitazione dei “Gilet Gialli” si protrasse per più di un anno, attenuandosi soltanto nel gennaio 2020, con l’avvento della pandemia di Covid-19. Per tutta la durata delle proteste, Macron mantenne un atteggiamento sprezzante nei confronti dei manifestanti, anche non violenti, alle cui rivendicazioni si rispose con una dura repressione poliziesca che provocò morti e mutilazioni. Nel frattempo, secondo questa ricostruzione, il Presidente avrebbe lasciato mano libera a gruppi di agitatori di Sinistra infiltratisi nel movimento, consentendo loro di fomentare disordini e appiccare incendi senza che la polizia intervenisse. Ne derivò, in ampi settori dell’opinione pubblica francese, la percezione di un Macron inflessibile con chi manifestava pacificamente il proprio disagio sociale, ma assai più tollerante nei confronti di chi commetteva atti criminali, purché appartenesse all’area politica a lui più congeniale.

Durante la pandemia, Macron introdusse alcune delle misure restrittive più severe d’Europa. Ai francesi fu imposto di restare in casa, con la possibilità di uscire soltanto per un’ora al giorno e nel raggio massimo di un chilometro, previa compilazione di un’autocertificazione con nome, indirizzo e ora di uscita. La polizia, onnipresente, procedette a migliaia di controlli, arrestando e sanzionando pesantemente chi superava anche di poco la distanza consentita o si tratteneva fuori casa oltre il limite previsto. Persino le conversazioni all’aperto erano severamente vietate.

Gli anni della presidenza Macron sono stati inoltre caratterizzati da un profondo deterioramento dell’economia francese e da una significativa riduzione del tenore di vita. Nell’ultimo decennio, la ricchezza pro capite della Francia è scesa al di sotto della media dell’Unione Europea, attestandosi oggi anche al di sotto di quella di Cipro. Nel 2016, il Pil pro capite francese occupava il 23° posto nella classifica mondiale, oggi è scivolato al 33° posto. La disoccupazione, attualmente all’8.3 per cento, è in aumento, mentre tra i giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni raggiunge un livello particolarmente elevato, pari al 21,1 per cento.

La deindustrializzazione prosegue senza sosta. Le normative sempre più restrittive hanno contribuito a questo declino, senza che agli stabilimenti produttivi dismessi subentrino nuove attività economiche. A prendere il sopravvento è invece un sistema di welfare sempre più oneroso, che assorbe ormai oltre il 40 per cento della spesa pubblica complessiva. Nel 2025, il tasso di povertà in Francia è salito al 15,4 per cento, coinvolgendo 9,8 milioni di persone con un reddito inferiore al 60 per cento del livello mediano dei redditi nel Paese. Per milioni di francesi, arrivare a fine mese e riuscire a coprire anche le spese essenziali è diventato sempre più difficile.

A questo si aggiunge la crescita incontrollata della spesa pubblica, alimentata dai governi francesi che si sono succeduti negli anni. Tra il 2016 e il 2026, il Pil francese è cresciuto complessivamente del 13,17 per cento mentre la spesa pubblica ha registrato un incremento del 35,6 per cento. Un divario considerevole, che riflette una dinamica in cui le uscite dello Stato continuano a superare ampiamente le entrate. Il debito pubblico, in costante aumento, ha raggiunto il 117,5 per cento del Pil nel gennaio 2026 e, secondo le stime riportate, arriverà al 119,3 per cento entro la fine dell’anno. Gli interessi sul debito assorbono una quota sempre più consistente del bilancio annuale e, come negli Stati Uniti, superano ormai la spesa per la difesa nazionale. La differenza è che gli Stati Uniti potrebbero ancora riuscire a ridurre il peso del debito facendo leva sulla crescita economica, nonostante un indebitamento pari a 40 mila miliardi di dollari e oneri per interessi che ammontano a 7,1 miliardi di dollari al giorno. La Francia, al contrario, fatica a intravedere una via d’uscita, frenata da un apparato normativo soffocante che limita la crescita economica e riduce i margini per risanare i conti pubblici.

Su un altro fronte, nonostante nel 2020 Emmanuel Macron avesse denunciato il “separatismo islamista”, non sono state adottate misure efficaci per arginare, o quantomeno rallentare, l’espansione dell’islamismo in Francia. Da un decennio, il processo di islamizzazione del Paese prosegue a ritmo sostenuto. Milioni di persone provenienti dal mondo musulmano si sono stabilite in Francia, regolarmente o irregolarmente. Intorno al 2016, i cittadini musulmani e gli stranieri di fede musulmana residenti in Francia erano 5,7 milioni, pari all’8,8 per cento della popolazione. Oggi, le stime ufficiali indicano una cifra che potrebbe raggiungere i 7 milioni su una popolazione complessiva di circa 67 milioni, sebbene i dati reali siano certamente più elevati. Secondo i dati citati, la maggior parte dei musulmani residenti in Francia non si integra nella società francese e una quota crescente, pari a circa il 38 per cento, considera la legge islamica, la sharia, superiore alle leggi della Repubblica. La percentuale sale al 57 per cento tra i musulmani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.

Le leggi contro l’immigrazione illegale non vengono applicate. Ogni anno, solo il 7 per cento degli immigrati irregolari in Francia a cui la polizia ha notificato un provvedimento amministrativo, l’OQTF (con cui si intima di lasciare il territorio francese), viene espulso. Questa limitata efficacia dei provvedimenti di espulsione fa sì che oltre il 93 per cento degli irregolari rimanga nel Paese. Molti sono criminali. Alcuni degli omicidi più efferati commessi in Francia durante gli anni della presidenza Macron sono stati perpetrati da cittadini stranieri privi di un regolare permesso di soggiorno che avevano ignorato il decreto di espulsione. La dodicenne Lola Daviet, ad esempio, è stata violentata, torturata e uccisa in un appartamento di Parigi da Dahbia Benkired, una cittadina algerina senza fissa dimora con precedenti di piccola delinquenza comune. Il 21 agosto 2022, Benkired era stata arrestata, le era stato notificato un OQTF ed era stata poi rilasciata. Due mesi dopo, il 14 ottobre, ha ucciso la bambina.

Dal 2016, le cosiddette “no-go zones“, aree in cui imam radicali e bande criminali musulmane esercitano la propria influenza, si sono progressivamente estese, e oggi sono presenti nelle periferie delle principali città francesi. I membri delle bande criminali musulmane compiono incursioni e saccheggi più volte all’anno, soprattutto in occasione di eventi sportivi che coinvolgono squadre di calcio francesi e, più di recente, durante i Mondiali del 2025. Le forze dell’ordine hanno ricevuto disposizioni di limitare al minimo i propri interventi. Gli agenti che feriscono o uccidono un criminale musulmano rischiano di vedere compromesse la propria carriera e la propria vita personale. Il 27 giugno 2023, Nahel Merzouk, un giovane criminale musulmano, si rifiutò di obbedire a un agente di polizia, che aprì il fuoco contro di lui, provocandone la morte. Le rivolte, scoppiate in tutto il Paese, iniziarono a placarsi soltanto quando l’agente, Florian M., fu posto in custodia cautelare e incriminato per omicidio volontario di primo grado. L’uomo rischia ora una pena detentiva fino a vent’anni.

L’antisemitismo di Destra è in gran parte scomparso, lasciando il posto a forme di antisemitismo islamico e di Sinistra particolarmente virulente.

Dopo il massacro perpetrato da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, nel giro di pochi giorni furono organizzate manifestazioni di matrice islamista e di Sinistra a sostegno di Hamas e della “resistenza palestinese”. La France Insoumise descrisse il massacro del 7 ottobre come “un’offensiva armata delle forze palestinesi”, senza mai menzionare il fatto che Hamas è un’organizzazione terroristica. Rima Hassan, cittadina francese e una delle figure di spicco di LFI, si definisce “franco-palestinese”, anziché francese. Accusa ripetutamente Israele di “genocidio” e sostiene che “le azioni di Hamas sono legittime”.

L’ondata di aggressioni, minacce e insulti antisemiti, caratterizzata da un’impennata senza precedenti, prosegue ancora oggi.

Negli ultimi anni, Macron ha intensificato anche le pressioni sulla libertà di espressione, avvalendosi dell’Arcom, istituito nel 2022 per regolamentare e controllare il settore audiovisivo francese. Nel 2025, l’Arcom ha disposto la chiusura dell’emittente televisiva C8, motivandola ufficialmente con una presunta “mancanza di pluralismo” e con l’eccessivo spazio concesso a esponenti conservatori. Il 15 giugno 2026, un’altra emittente, CNews, ha ricevuto una diffida formale dalla stessa autorità, anch’essa motivata da una presunta “mancanza di pluralismo“. Anche CNews potrebbe presto essere costretta a chiudere i battenti. Si tratta dell’ultima grande emittente televisiva francese che continua a ospitare commentatori di centrodestra esclusi dai programmi di altre reti. Nel 2026, CNews è stata multata due volte: la prima perché un ospite ha affermato che il riscaldamento globale di origine antropica non esiste; la seconda perché un altro ospite ha dichiarato che “la storia dimostra che l’Islam è ancora una religione di conquista”.

Nel dicembre 2025, la Francia ha chiesto all’Unione Europea di sanzionare due commentatori, Jacques Baud e Xavier Moreau, per le loro “dichiarazioni filorusse”. I loro conti bancari e i loro beni all’interno dell’Ue sono stati congelati e le carte di credito revocate. È stato inoltre vietato loro di viaggiare all’interno dell’Ue. Chiunque fornisca loro assistenza finanziaria rischia a sua volta di essere sanzionato. Si tratta di misure adottate al di fuori di un procedimento giudiziario ordinario, contro le quali non sarebbe previsto alcun mezzo di impugnazione o ricorso.

Nel maggio 2024, il partito di Emmanuel Macron, Renaissance, subì una pesante sconfitta alle elezioni europee. Il principale partito della Destra francese, il Rassemblement National (RN), ottenne il 31,37 per cento dei voti, mentre Renaissance si fermò al 14,6 per cento. Macron reagì duramente al risultato, sciolse l’Assemblea Nazionale e indisse elezioni legislative anticipate. Al primo turno, il Rassemblement National ottenne più del 33 per cento dei consensi e si avvicinò alla conquista della maggioranza dei seggi al secondo turno. Macron promosse quindi rapidamente un’alleanza tra le altre forze politiche, con l’obiettivo di impedire la vittoria del RN. Invocò la necessità di un “fronte repubblicano“, lasciando intendere che il partito rappresentasse una minaccia per la Repubblica. Gli elettori orientati verso candidati centristi o della Destra moderata furono invitati a votare per candidati di Sinistra, qualora questi avessero maggiori possibilità di sconfiggere il RN. Allo stesso modo, agli elettori di Sinistra fu chiesto di sostenere candidati centristi o della Destra moderata laddove questi avessero maggiori possibilità di sconfiggere il Rassemblement National. Quest’ultimo risultò essere quello più votato, ma la mobilitazione del “fronte repubblicano” consentì alle forze politiche che vi aderirono di conquistare complessivamente il maggior numero di seggi all’Assemblea Nazionale. Il nuovo Parlamento si ritrovò così profondamente frammentato tra schieramenti contrapposti, nessuno dei quali in grado di disporre di una maggioranza assoluta e sufficientemente coesa per governare con stabilità. Da allora, la Francia ha avuto una successione di governi deboli e incapaci di imprimere una direzione chiara all’azione politica, con crescenti difficoltà nel prendere decisioni politiche di rilievo. La strategia adottata da Macron ha finito per rendere il Paese ingovernabile.

Macron potrebbe auspicare l’elezione di un successore disposto a proseguire, per quanto possibile, le sue politiche, ma questa prospettiva appare tutt’altro che certa. Per la prima volta nella sua carriera politica, Marine Le Pen è in testa ai sondaggi, che la vedono in vantaggio in vista delle elezioni presidenziali del 2027, con concrete possibilità di vittoria. Gli altri candidati provengono da partiti ormai associati al disastro in cui è sprofondata la Francia.

Marine Le Pen è stata persino sottoposta a procedimento giudiziario con l’accusa di aver consentito agli assistenti parlamentari degli eurodeputati del suo partito di svolgere a Parigi attività lavorative per conto degli stessi deputati che li avevano assunti. Quando il centrista François Bayrou e il leader della Sinistra Jean-Luc Mélenchon furono accusati di un reato analogo, le accuse nei loro confronti vennero archiviate. Per Le Pen, invece, l’esito è stato diverso. Il 31 marzo 2025, è stata condannata a quattro anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, una decisione che, presumibilmente, mira a impedirle di candidarsi alle elezioni presidenziali.

In seguito al ricorso presentato da Marine Le Pen, il 7 luglio 2026 la pena detentiva è stata ridotta a tre anni, di cui uno da scontare agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, mentre l’interdizione dai pubblici uffici è stata fissata a 45 mesi, 30 dei quali con la sospensione della pena. La nuova sentenza le consente di candidarsi alle elezioni. Le Pen ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, il massimo organo giurisdizionale francese, e l’esecuzione della condanna è stata sospesa. Non sarà quindi tenuta a indossare il braccialetto elettronico durante la campagna elettorale. La Corte dovrebbe pronunciarsi sul ricorso prima delle elezioni e potrebbe ribaltare la decisione. In tal caso, Le Pen sarebbe obbligata a indossare il braccialetto elettronico negli ultimi giorni della campagna elettorale e, qualora venisse eletta, anche una volta insediata all’Eliseo.

Le vicende giudiziarie che l’hanno coinvolta, tuttavia, non sembrano aver intaccato il consenso dei suoi elettori, che appaiono convinti che in Francia la giustizia sia ormai diventata uno strumento di lotta politica.

Se nel 2027 Marine Le Pen fosse la prossima inquilina dell’Eliseo, le ripercussioni si farebbero sentire in tutta Europa. Una sua presidenza sancirebbe la vittoria di un partito che si proclama difensore dei valori della civiltà occidentale e che tutti i leader attualmente al governo nell’Europa occidentale, ad eccezione di Giorgia Meloni in Italia, cercano con ogni mezzo di impedire che vada al potere.

In caso di vittoria, Le Pen si troverebbe ad affrontare una situazione economica, finanziaria e sociale estremamente difficile. Tutti i dati disponibili indicano che la Francia versa in una situazione di grave dissesto economico e finanziario, con criticità che investono pressoché ogni settore. Risollevare il Paese si preannuncia un’impresa estremamente complessa e difficile.

Numerosi esponenti di primo piano di La France Insoumise hanno già dichiarato che non accetterebbero una vittoria di Le Pen e che, in caso di sua elezione, inciterebbero alla rivolta. Secondo diversi analisti politici, una simile eventualità potrebbe provocare disordini su vasta scala in tutto il Paese, con il coinvolgimento di gruppi di Sinistra e bande islamiste.

Diversi altri esponenti politici francesi continueranno ad alimentare il clima di allarme, inasprendo progressivamente la loro retorica man mano che ci si avvicinerà alle elezioni. Non è affatto scontato, tuttavia, che questi tentativi di ostacolare Le Pen bastino a impedirne la vittoria.

Un recente sondaggio commissionato dalla Fondation pour l’Innovation Politique, di orientamento di centrodestra, rivela che il 78 per cento degli elettori ritiene che “il modo di vivere dei francesi, le loro tradizioni e le loro abitudini di vita sono minacciati”. I dati disponibili indicano, purtroppo, che questa percezione trova riscontro nella realtà. Un altro sondaggio mostra che l’85 per cento degli elettori considera la Francia un Paese in declino. Una convinzione tutt’altro che infondata: la Francia sta attraversando una fase di rapido declino, e la grande maggioranza dei francesi ne è consapevole.

La situazione della Francia non si discosta molto da quella del resto dell’Europa occidentale. Le politiche adottate dalla maggior parte degli altri Paesi dell’Europa occidentale non differiscono sostanzialmente da quelle perseguite da Macron e conducono agli stessi risultati.

Molti altri europei sono insoddisfatti dei propri leader tanto quanto i francesi. Assistono al declino economico, al progressivo processo di islamizzazione dei loro Paesi, alla minaccia rappresentata dalla Cina per le rispettive industrie automobilistiche e alla crescente difficoltà di affrontare determinati argomenti senza essere demonizzati o trascinati in tribunale.

Molti europei assistono all’avanzata dell’islamizzazione nei propri Paesi, sostenuta anche dai marxisti, convinti gli uni e gli altri di potersi reciprocamente favorire l’accesso al potere. Vedono i propri leader non fare nulla per porre rimedio a una situazione che è diventata sempre più allarmante. Sembrano dunque preferire una leadership disposta a proteggere e salvaguardare la civiltà occidentale.

In Europa occidentale, i partiti politici che propongono programmi simili a quelli del Rassemblement National di Marine Le Pen, come Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, stanno guadagnando consensi, nonostante i tentativi dei leader al governo e dei media di screditarli e demonizzarli.

Il 6 settembre scorso, alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, in Germania, l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, il doppio rispetto a cinque anni prima. Nel maggio 2025, il cancelliere tedesco Friedrich Merz era salito al potere alla guida di una grande coalizione, unita essenzialmente dall’obiettivo di arginare l’ascesa dell’AfD. Il suo governo non è riuscito né a contrastare la grave crisi del settore industriale tedesco né a risolvere i crescenti problemi di integrazione della popolazione musulmana residente nel Paese. La situazione è oggi ulteriormente peggiorata. Merz è attualmente più impopolare in Germania di quanto Macron lo sia in Francia: soltanto il 14 per cento dei tedeschi lo ritiene degno di ricoprire la carica di cancelliere. L’AfD è ormai il partito più popolare a livello nazionale. Secondo un recente sondaggio, il suo consenso ha raggiunto la cifra record del 30 per cento.

Nel Regno Unito, nel maggio 2026, il Reform Party ha ottenuto numerosi successi alle elezioni locali e municipali, infliggendo pesanti sconfitte sia al Partito Laburista al governo sia al Partito Conservatore. I sondaggi più recenti indicano che, se oggi si tenessero le elezioni parlamentari, il partito otterrebbe il maggior numero di seggi.

In Europa occidentale sta prendendo forma un movimento politico sempre più ampio, che gran parte dei commentatori dei media tradizionali bolla con sufficienza come “populista”.

“Quello che chiamano populismo”, ha scritto Éric Zemmour, ex editorialista e presidente del partito di Destra Reconquête, “è il grido delle popolazioni che non vogliono morire”.

(*) Guy Millière, insegna all’Università di Parigi ed è autore di 27 libri sulla Francia e l’Europa.

(**) Tratto dal Gatestone Institute

(***) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 27 ottobre 2026 alle ore 10:36