“La migliore vittoria è quella per cui non dobbiamo combattere”: ha richiamato un canone dell’Arte della guerra dello stratega Sun Tsu, del V secolo a.C., Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato nel commentare la nuova dottrina Nato intitolata Theory of Victory. Nulla di nuovo, perché la forza − almeno nelle autentiche democrazie liberali e secondo la Costituzione italiana − serve a impedire la guerra, ma ci sarebbe un corollario da aggiungere: sempre che la politica riesca a trovare la strada per affermare la pace.
In realtà, il contenuto della “teoria della vittoria”, illustrata dal comandante supremo alleato in Europa, Alexus Grynkewich, al Warsaw Security Forum, è più cauto del titolo: si fonda sulla capacità di contenere un’aggressione e impedirne l’estensione. È una prospettiva comprensibile, soprattutto di fronte alla minaccia russa e alla necessità di proteggere il fianco orientale della Nato. Peraltro, il generale Grynkewich è stato chiaro nel delimitare l’obiettivo politico-strategico. La Nato non mira a infliggere una sconfitta “strategica” al nemico, in una guerra che si traduca in invasioni del territorio russo o nel perseguire il crollo della Federazione Russa. L’obiettivo dichiarato è impedire l’occupazione e assicurare il mantenimento del territorio alleato, rendendo necessario sconfiggere sul piano esclusivamente “tattico e operativo” le forze impiegate nell’aggressione.
Questa distinzione introduce un elemento di misura rilevante nella definizione di “vittoria”. La finalità è negare all’aggressore la possibilità di conseguire gli obiettivi per cui ha avviato il conflitto, non già di imporgli una trasformazione politica, né perseguire un risultato illimitato. Impedire a un avversario di conquistare territorio non equivale a perseguire la distruzione della sua capacità statuale. Una strategia difensiva può richiedere operazioni militari incisive, ma non per questo deve necessariamente assumere come obiettivo il collasso politico o strategico del Paese da cui proviene l’attacco. La prospettiva è essenziale: si mira a circoscrivere la guerra ai suoi obiettivi difensivi, evitando che la risposta militare si annunci in una strategia di trasformazione geopolitica, minaccia che − secondo la dottrina reattiva della Federazione Russa – rischierebbe di estendere il conflitto oltre la soglia nucleare e renderebbe più difficile una conclusione negoziata.
Cionondimeno, Grynkewich ha voluto rispondere alle ultime rivendicazioni espresse dalla Federazione Russa circa possibili piani della Nato di isolamento dell’exclave di Kaliningrad. Il generale ha quindi confermato la presenza di forze statunitensi in Polonia e lungo il fianco orientale, ribadendo l’impegno degli Stati Uniti nell’Alleanza in difesa di quell’area.
La preparazione militare diventa così uno strumento di prevenzione, volto a dissuadere un potenziale aggressore e a preservare lo spazio politico e diplomatico necessario per una soluzione negoziata delle controversie. La scelta del generale Grynkewich, espressa a nome di 32 Paesi Nato, è dunque convincere il potenziale aggressore a non estendere il conflitto ai territori dell’alleanza, dichiarando che in caso di necessità si è pronti a combattere con tutti gli strumenti necessari.
In sostanza si mira a delineare una linea di fermezza, che, tra l’altro, si pone pragmaticamente − in qualche misura − anche al di là delle torsioni del presidente Donald Trump: oggi appare persino remissivo nei confronti della Russia, fino a frenare l’imposizione di nuove sanzioni e a prospettare la riapertura di canali di approvvigionamento petrolifero. Si tratta di soluzioni che, secondo diversi analisti, hanno una portata limitata per la scarsa disponibilità di risorse petrolifere russe da destinare al mercato americano. La deterrenza della Nato, in questa prospettiva, cerca di affermare una propria continuità strategica, fondata sulla credibilità della difesa collettiva e sulla capacità di reagire a un’aggressione, indipendentemente dalle oscillazioni della politica americana sul quadro politico e negoziale complessivo.
Su questa prospettiva generale, ci sono tuttavia alcune conseguenze da valutare. L’articolo 5 del Trattato Nato non prescrive una risposta militare identica per tutti gli Stati, non elimina le responsabilità nazionali, né rende superfluo il processo politico attraverso cui vengono definite le risposte a una crisi secondo le specifiche esigenze di una nazione. Anche per questo è irrealistico insistere sul modello dell’unanimità dei 27, per cui appare più credibile un’avanguardia aperta e inclusiva − sul modello dell’E4 (Francia, Germania, Polonia e Regno Unito) o di un E6 (con Italia e Spagna) − alla quale gli altri Stati membri possano aderire sulla base di impegni concreti, mantenendo un collegamento strutturale con la Nato. In questa prospettiva, la “teoria della vittoria” solleva dunque una questione che riguarda l’intero sistema europeo di sicurezza: la capacità di sostenere una difesa collettiva dipende non soltanto dalla volontà politica, ma soprattutto dalla disponibilità di risorse, dall’organizzazione industriale e dalla continuità degli impegni nel tempo.
C’è poi il tema delle responsabilità, su cui occorre essere chiari: non si tratta di sostenere che tutte le responsabilità siano equivalenti o che la difesa e l’aggressione siano giuridicamente assimilabili. La responsabilità di chi avvia un attacco resta distinta da quella di chi esercita la legittima difesa. Tuttavia, Stati e autorità politico-militari responsabili debbono considerare un’altra prospettiva: anche quando la finalità difensiva è legittima, la gestione delle percezioni, delle comunicazioni e delle crisi rimane decisiva per evitare che un confronto militare degeneri.
Sullo sfondo permangono anche due incognite. Da un lato incideranno le priorità strategiche degli Usa che, per come sono delineate nella Strategia nazionale di sicurezza 2025, subordinano il teatro europeo agli scenari dell’emisfero americano e dell’Indo-pacifico. Dall’altro rimarrà il margine di larga indeterminazione di possibili incidenti e diversità di interpretazione di risposte proporzionate a nuove tipologie di “attacchi ibridi” o asimmetrici, come l’annunciata prospettiva anche di assassinii mirati a manager dell’industria della difesa.
Vale allora muoversi con lungimiranza perché “la migliore vittoria” possa compiersi effettivamente nel “non dover combattere”. La forza non può diventare un valore in sé, né la politica estera ridursi a una successione di risposte militari. L’esperienza europea insegna che la pace richiede diplomazia e istituzioni in grado di impedire che i rapporti di forza prevalgano sul diritto. In sostanza, la linea ora dovrebbe essere netta: il vertice militare della Nato ha dato la sua prospettiva di deterrenza ‘proattiva’, ora tocca alla leadership politica promuovere con altrettanta determinazione una iniziativa negoziale per fermare la guerra. L’Europa, in particolare, non si curi più di tanto di Donald Trump: attinga piuttosto ai principi di diritto della sua civiltà giuridica per esercitare fino in fondo la propria responsabilità. È necessario difendere l’Europa di fronte a minacce reali, ma vanno mantenuti saldi i principi del multilateralismo e della democrazia. È sul percorso del diritto internazionale ed europeo, costruito sull’esperienza delle tragedie del Novecento, che si può promuovere ancora il confronto per un negoziato credibile e contribuire a costruire le condizioni di una “pace giusta e duratura”, per troppo tempo invocata solo a parole.
(*) Membro dell’International Law Association
Aggiornato il 15 ottobre 2026 alle ore 14:14
