Parola d’ordine: rimettere la casa e la scuola al centro! Così chiedono le folle spagnole e francesi che sono scese in piazza in questi giorni. Ma se le prime si basano esclusivamente sulla forza dei numeri, le seconde invece sfasciano, bruciano e si abbandonano a violenze di piazza, praticate soprattutto dalle seconde e terze generazioni immigrate. C’era un proverbio famoso di una volta che recitava: “Voglia di studiar saltami addosso, ma fammi faticar meno che posso!”. Diciamo che la cosa è talmente vera che tutti si sono adattati, studenti e insegnanti, all’aurea mediocritas (esattamente il contrario di quanto fa il sistema scolastico superiore cinese!), per cui vale il detto dell’impiego statale, secondo il quale “lo Stato ti do poco, ma ti chiedo poco”. Cosicché valgono sempre meno, sul piano della qualità e della preparazione, i diplomi di scuola media superiore rilasciati da istituti scolastici pubblici, avendo di fatto abolito la selezione meritocratica. Il tutto ricorda il giochino che si faceva da bambini, per cui a un certo punto c’era qualcuno che gridava “tutti giù per terra!”, e che nessuno emerga! Dalla macchina pedagogica, per cui non si boccia più nessuno, né lo si esclude se turbolento, si sono originate tendenze catastrofiche come quella dello psicologo in classe (ma prima, generazioni di studenti normali, come facevano?), o di adeguare le classi al livello di insegnamento medio-basso, per non discriminare chi fa fatica negli studi. Questo sistema d’istruzione a perdere è divenuto, nel tempo, un’azienda floridissima per assorbire la disoccupazione intellettuale, in quanto da noi, ad esempio sono andati in cattedra Ope legis (con le famose sanatorie) un numero altissimo di insegnanti che non avevano superato alcun concorso di merito.
Quindi, quel che si grida nei cortei è vero: il blocco dell’ascensore sociale è anche colpa di una scuola di scarsa qualità, fattore quest’ultimo che ha favorito al massimo una nuova selezione per ceto e censo, che rovescia tutti i finti canoni democratici. Le famiglie di professionisti e, in genere agiate, infatti, investono una parte non indifferente del loro reddito per far studiare i propri figli in scuole di élite a pagamento, per poi inviarli nelle più prestigiose università estere, americane ed europee. Nelle periferie francesi e londinesi, del resto, i licei pubblici sono infestati da droghe e violenze di ogni tipo (in particolare verso i docenti!) alle quali nessuno si sogna di porre rimedio. Un po’ perché questa azione di risanamento, soprattutto edilizio e funzionale, ha costi altissimi del tutto inutili, visto che gli stesi edifici risanati saranno di nuovo rapidamente degradati. Mentre d’altra parte le pietre d’inciampo di una pedagogia invasiva vietano di applicare sanzioni radicali, come l’espulsione dei violenti dalle scuole di ogni ordine e grado. Ma, come si rimedia alla dequalificazione degli Istituti scolastici pubblici, fenomeno che in America ha raggiunto il suo apice, ai tempi del Woke e del Politically correct? L’uovo di Colombo sarebbe di portare gli insegnamenti allo stesso livello dei licei più performanti, secondo una benefica azione di benchmarking, per cui si cerca di stare al passo con coloro che fanno meglio di te, premiando con ogni forma di incentivi chi riesce a salire negli standard di qualità e prestazione. Questo in astratto, perché poi c’è da confrontarsi con la popolazione scolastica reale che, in assenza di adeguata motivazione, si rifiuta di fare i necessari sacrifici per affrontare percorsi scolatici sempre più impegnativi.
La Francia del mondo della scuola che oggi scende in piazza sta attraversando una severissima crisi di attrattività della professione di docente, dato che, a causa del calo dei candidati nei concorsi pubblici, il Ministero dell’Educazione è costretto a ricorrere prevalentemente ai contractuels (supplenti precari), fenomeno quest’ultimo che conosciamo molto bene anche qui in Italia. In molti casi, per coprire le cattedre vuote all’inizio dell’anno scolastico, persone semplicemente laureate vengono assunte tramite brevi colloqui (i cosiddetti “job dating”), e inviate in classe senza alcuna formazione preventiva didattico-pedagogica o tirocinio. Malgrado siano superiori a quelli italiani, i salari d’ingresso dei docenti francesi sono considerati bassi rispetto al livello di studi richiesto (Master) e al costo della vita. Questa perdita di potere d’acquisto e di riconoscimento sociale scoraggia i neolaureati più brillanti, che preferiscono orientarsi verso il settore privato, impoverendo il bacino dei candidati all’insegnamento. D’altra parte, il sistema scolastico francese è stato investito da continue riforme strutturali negli ultimi anni, che hanno generato frustrazione e disorientamento tra il personale, come stanno a dimostrare le forti tensioni sociali che attraversano il mondo della scuola. L’ondata attuale di proteste da parte di studenti e insegnanti ha bloccato numerosi licei in tutto il Paese, per denunciare classi sovraffollate, edifici degradati e una cronica carenza di personale di ruolo. Lavorare in contesti complessi (come le scuole delle periferie difficili, le Zep - Zones d’éducation prioritaire) senza un supporto formativo specifico aumenta il tasso di burnout, e favorisce il sempre più frequente abbandono della professione.
Ma se l’angoscia del futuro semina il panico tra i giovani studenti come pure nelle loro famiglie, perché si continua a dare credito a diplomi che non garantiscono uno sbocco lavorativo alla fine del percorso di studi? Oggi, infatti, a che serve la scuola di ieri di fronte all’ondata di piena dell’AI (Artificial Intelligence), che spazza via per sempre la figura dell’impiegato mezze maniche (l’imbrattacarte) e un po’ fannullone, per lavorare h24 scrivendo una corrispondenza perfetta e gestendo scorte di magazzino in pochi secondi? Tanto più che mentre i “babyboomers” si tengono strette le loro pensioni, quegli altri delle generazioni più giovani rischiano di non vederla mai! Per capire meglio il dramma in atto, seguiamo il grido di dolore di un giornale conservatore come Le Figaro, che attribuisce la responsabilità dell’attuale sfacelo della scuola francese (ma l’esempio calza a pennello anche per quella italiana!) a tutti coloro che oggi fanno finta di indignarsi. “Loro, che in passato, hanno tenuto a squalificare i saperi, degradare la lingua francese, ridurre al minimo le conoscenze matematiche, reinventare la Storia nazionale, organizzare il caos e la discesa costante dei livelli di conoscenza, il tutto sotto il “pretesto dell’inclusione”. Una scuola ridotta in cenere, in senso lato e figurato, non più in grado di combattere la disuguaglianza facendo leva sul merito”. Ma chi rompe non paga, se fa parte dei casseur che hanno gli uffici al Ministero dell’Istruzione e governano la piattaforma “Parcoursup” (di cui riparleremo).
Aggiornato il 07 ottobre 2026 alle ore 15:07
