Ma l’Alleanza tra sauditi, turchi e pakistani non ha mosso un dito
Appena sei settimane fa Riad, Ankara e Islamabad hanno siglato un’intesa - il cosiddetto Accordo della Mecca - con cui hanno proclamato che “un attacco contro uno è un attacco contro tutti”, un accordo stile Nato che però, al primo vero banco di prova, ha mostrato di essere un mero atto simbolismo e non un vero impegno concreto.
La sera del 15 settembre le difese aeree saudite hanno individuato un drone ostile prima che entrasse nello spazio aereo riservato della città più sacra dell’Islam, La Mecca, lo hanno intercettato e distrutto.
Riad ne ha immediatamente attribuito la responsabilità agli Houthi, che pure hanno negato di aver preso di mira la città. Quale che sia la ricostruzione definitiva, il messaggio è inequivocabile: la Mecca stessa è ormai a portata di tiro. E l’Alleanza che ne porta il nome non ha fatto altro che diffondere comunicati.
La natura solo simbolica dell’Accordo si è offerta in tutta la sua crudezza. L’Accordo di difesa congiunta della Mecca, con le sue chiare evocazioni alla Nato, è stato firmato il 7 agosto 2026 proprio nella città sacra dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.
La clausola centrale è semplice: qualsiasi attacco armato contro uno dei tre Stati è considerato un attacco contro tutti. La scelta della sede voleva segnalare la natura non solo simbolica dell’intesa militare: il messaggio implicito era rivolto ai musulmani di tutto il mondo. La stessa Riad ha peraltro definito il drone una provocazione verso i musulmani ovunque essi siano.
Eppure, se una minaccia al luogo simbolo per eccellenza non è bastato a spingere i partner pakistani e turchi oltre le parole, è legittimo chiedersi che cosa potrebbe mai farlo.
La Turchia ha offerto una risposta sincera e in fondo rivelatrice. Ankara ha ammesso che l’Alleanza non è ancora vincolante e che dunque qualsiasi reazione agli attacchi degli Houthi richiederebbe una ratifica e meccanismi congiunti che ancora non esistono. Nella lettura della diplomazia turca, il patto riguarda una deterrenza collettiva di lungo periodo, non una risposta militare rapida a ogni crisi. Insomma, alla prova dei fatti, per Ankara l’Accordo della Mecca è per ora solo una dichiarazione d’intenti, non una garanzia di sicurezza.
Nello stesso senso va il clima interno alla politica turca, che vede sempre più forti le posizioni di contrarietà a qualsivoglia coinvolgimento diretto di Ankara nel pantano yemenita e a qualsiasi confronto con gli Houthi. Per i sauditi, dovrebbe essere chiaro che un alleato che considera la difesa del proprio partner come una trappola a cui sfuggire, difficilmente sarà presente nei momenti cruciali.
Ancora più ambigua, se possibile, è la posizione del Pakistan. Immediatamente dopo l’attacco del 15 settembre, il ministro della Difesa ha lasciato intendere che gli attacchi Houthi contro l’Arabia Saudita potrebbero attivare le disposizioni del patto. Il giorno dopo, il ministero degli Esteri ha dichiarato che al momento non è in discussione alcuna azione militare in base all’accordo, limitandosi ad aggiungere che il Pakistan agirà “quando sarà il momento”. Nel frattempo, Islamabad ha trasmesso a Teheran un avvertimento saudita affinché freni gli Houthi: un ruolo da mediatore, più che da alleato, spinto dalla consolidata riluttanza pakistana a incrinare i rapporti con l’Iran.
Questa ambiguità di posizioni, sia nella formula turca che in quella pakistana, nasconde il pericolo vero: un’Alleanza che promette molto e mantiene poco può addirittura alimentare l’escalation.
Gli Houthi sembrano aver colto il segnale. L’escalation ha portato allarmi aerei a Gedda, Taif e alla Mecca, feriti nel sud dell’Arabia Saudita e la sospensione temporanea delle attività in diversi impianti petroliferi danneggiati. Insomma, ogni attacco che resta senza risposta da parte dell’Alleanza abbassa il costo percepito del successivo.
C’è poi una domanda scomoda per Riad. Cercando garanzie in capitali lontane, l’Arabia Saudita potrebbe aver trascurato lo scudo più vicino: i vicini del Golfo, che ne condividono la geografia, le minacce e l’esigenza di una difesa aerea integrata. L’ambizione di guidare un più ampio blocco di sicurezza musulmano può essere andata a scapito di un fronte del Golfo più compatto. Se Riad avesse investito quel capitale politico nella coesione del Golfo (peraltro un blocco con un maggiore grado di fiducia e compatibilità con i principali partner occidentali), moderando la propria ricerca del primato regionale, avrebbe forse affrontato questa escalation con una coalizione più vicina, più rapida e più determinata, e probabilmente con perdite minori nel breve periodo.
I difensori del patto della Mecca obietteranno che le difese hanno intercettato gran parte dei missili, che gli Houthi negano l’attacco, che ufficialmente Riad non ha invocato pubblicamente il Trattato e che dunque un accordo di appena due mesi merita tempo. Osservazioni legittime. Ma la deterrenza si regge sulla percezione, e le alleanze si giudicano dal loro primo banco di prova, non dalla cerimonia di fondazione. Su questo metro, il patto della Mecca finora non ha retto.
Se non sarà presto tradotto in obblighi ratificati, strutture di comando condivise e capacità credibili, l’Alleanza della Mecca rischia di restare soltanto inchiostro sulla carta, incapace di proteggere perfino la città di cui porta il nome. E questa non sarebbe una buona notizia per nessuno, nemmeno per l’Europa.
(*) Già europarlamentare britannico e capo della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con l’Iraq
Aggiornato il 22 settembre 2026 alle ore 10:28
