La quinta colonna di Mélenchon
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“Dove si vede, dove si cieca”, recita un antico proverbio napoletano che non pare abbia bisogno di traduzione. E si addice particolarmente a certe vicende del giornalismo e della politica contemporanei. Per definire “Cavallo di Troia” degli interessi russi in Italia il generale Roberto Vannacci si è scomodata la voce della City, il Financial Times, limitandosi peraltro a rilanciare lo studio di un pensatoio europeo – l’European Council on Foreign Relations – foraggiato da George Soros attraverso “Open Society Foundations”, che certo non brilla per imparzialità. Viceversa, nessuno studio (e nessun articolo) è dedicato a un politico divisivo e potente, quale il francese Jean-Luc Mélenchon, che potrebbe andare al ballottaggio nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. E che – lo testimoniano le sue stesse parole – ha una posizione spiccatamente filo-cinese, una posizione molto pericolosa dal momento che Pechino sta assumendo comportamenti sempre più aggressivi in economia e in politica nei confronti dell’Occidente.

La Cina è un soggetto che ricorre regolarmente nei discorsi che il leader di La France Insoumise (Lfi) dedica alla politica internazionale. D’abitudine esordisce spiegando che la Cina “è la più antica civiltà mondiale” e che i cinesi sono “un grande popolo… inventore delle principali cose di cui oggi disponiamo”. Punti di vista rispettabili, anche se forzati, se non fosse che Melenchon non si ferma certo a valutazioni del genere.

Nel corso di un recente convegno dedicato a “La Nouvelle Geopolitique” (organizzato dal pensatoio di Lfi) Melenchon ha affermato che Pechino non pratica politiche imperialiste. Una dichiarazione in netta contraddizione con la realtà, basti pensare alla conquista del Tibet; a che cosa dichiarano i leader cinesi sul futuro di Taiwan; alle rivendicazioni relative al controllo del Mar Cinese Meridionale, ricco di idrocarburi e solcato da navi che trasportano l’equivalente del 30 per cento dei commerci mondiali, già rigettate dalla Corte permanente dell’arbitraggio dell’Aja ma sul quale la Marina cinese continua ad avere atteggiamenti aggressivi nei confronti di navi civili e militari di Paesi più deboli, quali le Filippine.   

Passando alla politica, Mélenchon si dichiara grande sostenitore del popolo cinese anche perché “è riuscito a liberarsi dal capitalismo”. Tale liberazione sarebbe proceduta purtroppo “a tentoni”, ha sostenuto – bontà sua – per giustificare i milioni di morti per fame, esecuzioni, assassini durante la riforma agraria e la cosiddetta “rivoluzione culturale”. Così come non una parola il leader della sinistra (estrema e non solo) francese ha pronunciato sulle persecuzioni della minoranza Uiguri, l’etnia di origini turche e religione musulmana confinata nella regione dello Xinjiang, di cui un paio di milioni sono internati in campi di detenzione, definiti di rieducazione. Eppure, gli Uiguri sono musulmani, ma evidentemente alla sinistra francese (e non) gli unici musulmani che interessano sono quanti vivono in Europa.

Le simpatie di Mélenchon sono comuni a tutto il suo partito. Lfi, in un proprio rapporto parlamentare molto filo-cinese, ha asserito di “non considerare la Cina una dittatura” e ha preso posizione a favore di Pechino rispetto a Taiwan, paventando piuttosto “una minaccia giapponese” da indagare, e che giustificherebbe quindi la reazione della Cina, un argomento tipico dei documenti di politica internazionale del Partito comunista. Non sono le uniche fandonie che l’estrema sinistra propala per difendere la sua posizione filo-cinese.

Riferendosi alla politica energetica, Lfi ha spiegato che il mix energetico cinese è una strada da seguire anche per la Francia e l’Occidente, evitando di precisare (per ignoranza o per sfrontatezza) che nel mix energetico cinese il carbone conta per il 55 per cento. A questo punto ci si dovrebbe interrogare, a livello giornalistico prima che politico, a quale futuro Mélenchon e il suo partito pensano per la Francia e l’Europa, considerato che si sperticano in lodi per una dittatura spietata.

Nel momento in cui la Cina può essere considerato il principale nemico (economico) europeo, si può facilmente ipotizzare quali potrebbero essere le politiche di una Francia o di una Europa con questa trazione. Altro che “Cavallo di Troia”. In questo caso siamo di fronte a una “quinta colonna” che agisce perdipiù a viso aperto.

Aggiornato il 18 settembre 2026 alle ore 14:35