Il nuovo obiettivo geopolitico di Donald Trump è quello di riunificare la Libia. Dal 2011, data della sventurata deposizione di Muammar Gheddafi, favorita da un’operazione di destabilizzazione politica per interessi “geo-economici”, con regia soprattutto francese, Washington ha assunto un atteggiamento tendenzialmente marginale circa le questioni legate alle varie dinamiche sia economiche che politiche del Paese; ma dopo 15 anni le strategie stanno mutando. Ora l’inquilino della Casa Bianca decisamente non soddisfatto dei “fatti iraniani”, punta a una riunificazione degli antagonisti governi della Tripolitania e della Cirenaica, il primo artificiale con a capo Abdel Hamid Dbeibah imposto dai Paesi occidentali e il secondo capeggiato da Khalifa Haftar militare dotato di leadership naturale e “guida” riconosciuta anche da molti capi tribù del Fezzan. Tuttavia anche se lo spirito trumpiano è quello della riconciliazione delle autorità dell’Est e dell’Ovest, da realizzarsi tramite una rete di accordi sulla gestione del potere sul territorio, con negoziati tra i più accreditati leader locali, questo programma sta rimettendo in discussione i precari equilibri, anche internazionali, formatisi in quindici anni. Infatti tali incontri, spesso preceduti da laboriosi accordi segreti, stanno portando gli attuali poteri a riallinearsi con altri parametri, mostrando la precarietà delle alleanze fino ad ora costituite da entrambe le parti.
Lo “Stato delle Masse”, ovvero la Grande Jamahiriya, è tramontato con Gheddafi, da allora un articolato numero di tentacoli di potere di varie dimensioni, gareggia per il controllo delle risorse del Paese, tratteggiando la strada di un destino poco prevedibile se non una faticosa stagnazione. Di fatto la Libia è divisa dal 2014 quando Haftar, eliminando gruppi jihadisti, ha preso il controllo di Bengasi e della Libia orientale, poi a seguito di una insanabile spaccatura politica, nel 2019 tentò di conquistare Tripoli, per una unificazione politica del Paese, in una operazione durata 14 mesi ma conclusa in modo fallimentare. Così il Governo di accordo nazionale, con sede a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni unite resse e la Tripolitania restò divisa dalla Cirenaica. Ora il piano proposto a primavera, ma sottoscritto a Tripoli il 31 agosto da un comitato ristretto denominato “4+4”, coordinato dal consigliere di Trump per le questioni africane e arabe, Massad Boulus, e dal segretario di Stato americano Marco Rubio, punta a riunire le istituzioni governative sotto un’unica autorità. Tale proposta è generalmente condivisa dal popolo libico.
Tuttavia quest’operazione di unificazione deve considerare anche la regione del Fezzan, caratterizzata da una parcellizzazione del potere, assetto tribale, dove brulicano protettori non autoctoni che disegnano uno scenario neoimperialista – ravvisabile anche con sfumature solo leggermente meno marcate nel resto del Paese – dove si dividono, a porte chiuse, le grandi ricchezze della regione. Ma a causa della modalità ideata da Washington per la futura Libia, si stanno verificando fibrillazioni e preoccupazioni. Un’idea di transizione non chiara dove gli attuali detentori del potere, sia unificato come quello di Dbeibah ed Haftar, che parcellizzato come quello dei capi del Fezzan, temono la perdita delle loro fonti di ricchezza e della loro autorità.
In questa fase gli artefici principali dei negoziati con Boulus sono il figlio del maresciallo Khalifa Haftar, Saddam, e il nipote e consigliere per la sicurezza nazionale di Abdel Hamid Dbeibah, Ibrahim Dbeibah. Boulus alla luce delle alleanze createsi negli anni ha anche rafforzato i contatti con Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, stati che hanno appoggiato o Bengasi o Tripoli, spartendo i loro interessi sul territorio libico. Tuttavia, anche l’Italia e la Francia sono informati sugli sviluppi del progetto di Trump, molto meno informata è la maggior parte del popolo libico. Comunque l’accordo proposto da Trump tramite Boulus scandisce i tempi delle elezioni presidenziali e parlamentari che dovranno tenersi entro 24 mesi e sotto la gestione di una autorità esecutiva unificata. Sono state affrontate anche le criticità che hanno portato al fallimento delle elezioni del 2021, come il divieto di possedere la doppia cittadinanza per candidarsi alla presidenza, una condizione che nelle linee dell’accordo di fine agosto, obbliga il vincitore a rinunciare alla cittadinanza straniera prima del giuramento di accettazione della carica. Inoltre garantisce ai militari graduati di candidarsi previo dimissioni dagli incarichi nelle forze armate.
Queste modifiche sgretolano le criticità legate agli Haftar, sia Khalifa che Saddam, che hanno la cittadinanza statunitense, oltre avere incarichi di comando nel Lna, Libyan national army. Ricordo che Khalifa Haftar, è stato un agente Cia operativo almeno fino a prima della deposizione di Gheddafi. L’accordo dei “4+4” che ha visto anche la mediazione dell’Unsmil, Missione di supporto delle Nazioni unite in Libia, prevede inoltre la riorganizzazione dell’Alta commissione elettorale Nazionale sotto una nuova dirigenza e l'istituzione di sessioni ufficiali a Tripoli a Bengasi e a Sabha nel Fezzan.
Ma il fattore determinante in questo nuovo accordo è il coinvolgimento delle grandi potenze; Boulus ha messo sulla bilancia dei negoziati un governo libico unificato in cambio di ingenti investimenti di Washington nel campo energetico. Gli Usa hanno pure proposto un accordo di bilanciamento del potere che potrebbe vedere Dbeibah rimanere primo ministro, mentre Saddam Haftar ricoprirà la carica di presidente. Un tentativo certamente costruttivo e strategico considerando le grandi criticità che oggi martellano l’occidente come perimetro politico, ovvero la questione dello schizofrenico mercato degli idrocarburi, e la questione migratoria, considerando che la costa nord libica è un punto di partenza per la migrazione verso le coste italiane ed europee. Tuttavia, in Libia l’accordo formato 4+4, voluto da Trump, viene già considerato da molti come l’ennesimo tentativo fallito di pace; e considerando le connaturate dinamiche di potere che hanno albergato e tuttora albergano nel Paese, è facile immaginare che chiunque ottenga il governo della Libia lo possa mantenere solo con la forza delle armi e con un autoritarismo alla Gheddafi, necessario in tali contesti socio-politici.
Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 14:03
