L’alibi della resilienza ucraina
Foto: Ansa

Da oltre quattro anni e mezzo il mondo osserva con ammirazione la capacità degli ucraini di resistere. Li abbiamo visti continuare a lavorare mentre risuonavano le sirene antiaeree, ricostruire edifici colpiti dai missili, riaprire scuole e attività commerciali, organizzare raccolte di fondi per l’esercito, trasformare aziende civili in centri di produzione di droni e trascorrere intere notti nei rifugi per poi tornare, poche ore dopo, alla vita quotidiana. È difficile non rimanere colpiti da una società sottoposta alla più grave guerra di aggressione combattuta in Europa dalla Seconda Guerra mondiale e capace, nonostante tutto, di conservare una straordinaria capacità di reazione. Ma proprio questa ammirazione rischia oggi di trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Gli ucraini non sono supereroi e la loro capacità di sopportazione non è inesauribile.

Esiste infatti un paradosso che l’Occidente dovrebbe cominciare a riconoscere. Più l’Ucraina dimostra di riuscire a resistere, più diventa facile considerare sostenibile la situazione attuale. Ogni volta che Kyiv riesce a compensare la superiorità numerica e materiale russa attraverso l’innovazione tecnologica, nuove tattiche o un impiego sempre più sofisticato dei droni, si celebra l’ingegnosità ucraina. Ogni volta che le città superano un altro inverno nonostante gli attacchi contro la rete energetica, si torna a parlare della resilienza della popolazione. Ma dietro questa parola, ormai utilizzata quasi automaticamente, esiste una realtà molto meno rassicurante: milioni di persone vivono da anni sotto la minaccia di missili e droni, migliaia di famiglie hanno perso qualcuno, intere generazioni di bambini stanno crescendo imparando a riconoscere il suono delle sirene antiaeree e a raggiungere un rifugio nel cuore della notte.

Il rischio è che la capacità degli ucraini di sopportare ciò che dovrebbe essere insopportabile finisca per abbassare progressivamente la soglia della nostra indignazione. La guerra entra lentamente nella normalità. Un attacco russo con centinaia di droni non costituisce più necessariamente l’apertura dei telegiornali occidentali. L’ennesimo edificio residenziale distrutto diventa una notizia tra molte altre. Persino la sistematica distruzione delle infrastrutture energetiche viene ormai descritta quasi come una caratteristica stagionale della guerra: arriva l’inverno e Mosca torna a cercare di lasciare milioni di civili senza luce, acqua e riscaldamento. L’assuefazione è probabilmente uno dei risultati più pericolosi conseguiti dal Cremlino. Non perché abbia convinto l’Occidente delle proprie ragioni, ma perché è riuscito progressivamente a rendere ordinario ciò che ordinario non dovrebbe mai diventare.

Questa normalizzazione produce anche conseguenze politiche. Se l’Ucraina continua a resistere, si può avere l’impressione che ci sia ancora tempo. Se riesce ogni volta a trovare una soluzione, significa che la situazione non era poi così urgente. Se sopravvive a un inverno di bombardamenti, riuscirà probabilmente a sopravvivere anche al successivo. È un ragionamento pericoloso, perché trasforma la straordinaria capacità di adattamento degli ucraini in una giustificazione della lentezza occidentale.

Per troppo tempo una parte dell’Occidente ha confuso la prudenza con la strategia. La paura dell’escalation ha condizionato la quantità, la qualità e soprattutto i tempi degli aiuti militari. Sistemi d’arma che avrebbero potuto produrre effetti decisivi in una determinata fase della guerra sono stati spesso consegnati quando Mosca aveva già avuto mesi per preparare contromisure. Restrizioni sull’impiego di armi occidentali hanno consentito in varie fasi alla Russia di beneficiare di una profondità strategica che essa stessa non ha mai riconosciuto all’Ucraina. Mentre Mosca innalzava progressivamente il livello dell’aggressione, a Kyiv veniva chiesto di dimostrare moderazione.

La straordinaria capacità dell’Ucraina di sopravvivere ha finito così, involontariamente, per rendere politicamente sostenibile la gradualità occidentale. È precisamente questo meccanismo che dovrebbe essere spezzato. L’obiettivo non può essere semplicemente quello di fornire agli ucraini quanto basta per continuare a resistere. Deve essere quello di creare le condizioni affinché la Russia non sia più in grado di imporre loro indefinitamente questo livello di sofferenza.

Riconoscere che la società ucraina è stanca non significa affermare che sia pronta ad arrendersi. Dopo anni di bombardamenti, lutti, separazioni familiari, mobilitazione, difficoltà economiche e incertezza sul futuro, sarebbe sorprendente il contrario. Ma stanchezza e disponibilità alla capitolazione sono due concetti completamente diversi. Gli ucraini non hanno scelto questa guerra e non dovrebbe essere loro imposto un falso dilemma tra continuare a soffrire indefinitamente e accettare le condizioni dello Stato che li ha aggrediti.

C’è inoltre qualcosa di profondamente distorto nell’idea, talvolta affiorata nel dibattito occidentale, secondo cui proprio la sofferenza accumulata dovrebbe indurre Kyiv a essere più disponibile alle concessioni. Seguendo questa logica, più efficace è la violenza esercitata dall’aggressore contro la popolazione civile, maggiore dovrebbe essere la pressione sulla vittima affinché accetti un compromesso. Sarebbe un precedente devastante. Significherebbe dimostrare che bombardare città, distruggere infrastrutture e logorare deliberatamente una società può alla fine produrre dividendi politici.

Forse dovremmo allora smettere di raccontare gli ucraini come se fossero un popolo dotato di una capacità illimitata di sacrificio. Hanno dimostrato coraggio, disciplina, creatività e una forza collettiva che resteranno nella storia europea. Ma sono persone normali costrette da troppo tempo a vivere in condizioni che normali non sono. Ogni volta che celebriamo la loro resilienza dovremmo ricordare che quella resilienza ha un costo umano enorme.

Continuare semplicemente ad ammirarli rischia di trasformare l’elogio in una comoda assoluzione dalle responsabilità. La solidarietà non si misura con gli applausi rivolti a chi resiste, ma con ciò che siamo disposti a fare perché non sia costretto a resistere all’infinito. L’Ucraina non ha bisogno che l’Occidente continui a stupirsi della sua capacità di sopravvivere. Ha bisogno che l’Occidente faccia quanto necessario affinché la Russia non possa continuare, anno dopo anno, a metterla alla prova.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 31 agosto 2026 alle ore 09:45