Jihadisti riciclati
Foto: Ansa

La rinascita delle organizzazioni terroristiche palestinesi come partiti politici

La nuova alleanza politica palestinese che sta prendendo forma dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per gli Stati Uniti, l’Europa e per chiunque speri nell’emergere di una leadership palestinese moderata e pacifica dopo il massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, perpetrato da Hamas.

Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), la “Corrente riformista” di Fatah guidata da Mohammed Dahlan, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP) e altre fazioni palestinesi stanno discutendo della formazione di una lista elettorale comune e ampia con cui presentarsi alle elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese dell’Autorità Palestinese (AP), previste per il prossimo 28 novembre.

Questa nuova lista viene promossa come un progetto di “unità nazionale” palestinese. Più precisamente, si tratta del tentativo di riportare le organizzazioni terroristiche nella vita politica palestinese attraverso il voto.

Le fazioni coinvolte nei colloqui dichiarano di sostenere la formazione di una “ampia alleanza nazionale” in vista delle consultazioni elettorali. Secondo quanto affermano, le elezioni rappresenterebbero un’opportunità per realizzare “l’unità nazionale”, porre fine alle divisioni tra i palestinesi e riorganizzare le istituzioni dell’Autorità Palestinese sulla base della partecipazione e del consenso.

Unità con chi?

Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) sono organizzazioni terroristiche islamiste che negano il diritto di Israele a esistere. Hamas è stata responsabile, insieme ad altri palestinesi, delle atrocità del 7 ottobre. La PIJ, organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran, ha partecipato a innumerevoli attentati terroristici contro Israele. Ora, a quanto pare, queste organizzazioni vengono invitate a reinventarsi come partiti politici.

Lo sviluppo più significativo è la notizia secondo cui la PIJ avrebbe deciso, in linea di principio, di partecipare all’alleanza. La PIJ non ha mai preso parte in precedenza alle elezioni parlamentari dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, si starebbe preparando all’eventualità di invitare i propri membri a iscriversi nelle liste elettorali o ad aggiornare i propri dati.

La Jihad Islamica Palestinese si è improvvisamente trasformata in un’organizzazione politica pacifica? Difficile crederlo. Una fonte di alto livello della PIJ ha ribadito esplicitamente che l’organizzazione non ha nemmeno abbandonato la propria opposizione agli Accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’OLP nel 1993 e nel 1995. La PIJ sembra dunque interessata a partecipare alle elezioni senza modificare l’ideologia che ne ha definito l’identità sin dalla nascita, 45 anni fa.

La sorpresa, tuttavia, non sta nel fatto che Hamas e la PIJ cercano una legittimazione politica. Le organizzazioni terroristiche hanno da tempo compreso che le elezioni e le istituzioni politiche possono essere utilizzate come strumenti per raggiungere obiettivi che non sono riuscite a conseguire attraverso il terrorismo.

La vera sorpresa è Mohammed Dahlan.

Dahlan, ex comandante delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e alto esponente di Fatah, residente ad Abu Dhabi, è da anni descritto da alcuni esponenti occidentali e arabi come una figura palestinese “pragmatica” e “moderata”. Il suo nome è stato più volte indicato come possibile successore del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e, più recentemente, è emerso nelle discussioni su chi potrebbe avere un ruolo nella futura amministrazione della Striscia di Gaza.

Ora la fazione di Dahlan sta valutando di presentarsi alle elezioni in alleanza con Hamas e la PIJ. Come recita un vecchio adagio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.”

Chi promuove Dahlan come alternativa moderata ad Abbas dovrebbe chiedersi perché una figura palestinese ritenuta pragmatica sarebbe disposta a stringere un’alleanza elettorale con organizzazioni terroristiche islamiste. Dovrebbe inoltre chiedersi se sia davvero la persona che immagina di contribuire all’amministrazione della Striscia di Gaza.

C’è un altro aspetto preoccupante in questa vicenda: il ruolo dell’Egitto. I colloqui si stanno svolgendo al Cairo sotto l’egida egiziana, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere “l’unità nazionale” palestinese. Secondo fonti egiziane, il Cairo starebbe inoltre cercando di organizzare colloqui tra la fazione di Fatah guidata da Abbas e Hamas, con l’obiettivo di raggiungere una “formula condivisa” sulle elezioni, compresa una nuova modalità di partecipazione di Hamas.

Perché mai l’Egitto dovrebbe cercare una formula che faciliti il ritorno di Hamas nella politica palestinese? Non dovrebbero forse l’Egitto e il resto della comunità internazionale chiedere invece ad Hamas e alla Jihad Islamica Palestinese di deporre le armi, smantellare le proprie strutture militari e uscire dalla vita politica palestinese?

Se questa è “l’unità nazionale” palestinese, forse i palestinesi farebbero meglio a farne a meno.

Non dovrebbe esserci alcun ruolo politico per i responsabili del massacro del 7 ottobre. Non dovrebbe esserci alcuna ricompensa politica per le organizzazioni che hanno portato morte e distruzione sia agli israeliani sia ai palestinesi. Non dovrebbe esserci spazio in Parlamento né riabilitazione politica per i gruppi terroristici sostenuti dall’Iran.

Il rischio è che l’alleanza proposta possa ottenere alle prossime elezioni un risultato tale da diventare la forza dominante nel Consiglio Legislativo Palestinese.

L’analista politico palestinese Hilal Nassar, scrivendo a proposito dell’alleanza emergente, ha rilevato che questa potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più ampio di un semplice accordo elettorale temporaneo. Ha delineato l’ipotesi di un possibile blocco che riunisca forze islamiste, di Sinistra, nazionaliste e indipendenti, in grado di modificare l’attuale establishment politico palestinese e, forse, di proporsi in futuro come alternativa all’Autorità Palestinese e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP):

“L’alleanza è considerata un unico blocco politico che riunisce tutti i palestinesi, con le loro diverse sensibilità, correnti e convinzioni, sotto un’unica denominazione, e potrebbe rappresentare un’alternativa all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e all’Autorità Palestinese, che da molti anni non sono riuscite a unificare le fila palestinesi.

“È possibile, anzi, certo, che l’alleanza punti a ristrutturare il panorama politico e a partecipare alla definizione della visione politica e delle decisioni nazionali. L’alleanza potrebbe portare a una trasformazione storica del sistema politico palestinese”.

La nuova alleanza per “l’unità” palestinese attualmente in fase di progettazione potrebbe far sì che, anziché produrre nuovi leader palestinesi moderati, le elezioni portino alla formazione di un Parlamento in cui Hamas, la PIJ e altri gruppi contrari a qualsiasi compromesso diventino importanti artefici degli equilibri politici e rappresentanti dei palestinesi.

È davvero questo ciò che vogliono Washington e i suoi alleati occidentali? I governi occidentali stanno ancora una volta coltivando l’illusione che le organizzazioni terroristiche islamiste possano trasformarsi in legittimi partiti politici?

I membri di Hamas possono togliersi le uniformi militari e indossare completi eleganti. Gli operativi della PIJ possono sostituire i fucili con i manifesti elettorali. Possono parlare di democrazia, elezioni e partecipazione politica. Nulla di tutto questo cambia necessariamente i loro propositi.

Ahmed Fouad Alkhatib, stimato analista palestinese-americano originario di Gaza e noto oppositore di Hamas, ha messo in guardia proprio contro una simile riabilitazione politica.

“Hamas sta già subendo una trasformazione politica?” si è chiesto, mettendo in guardia dal rischio che si stia profilando un “disastro orchestrato dall’Occidente”, nel quale gli sforzi per chiamare Hamas a rispondere delle proprie azioni vengano sostituiti da tentativi di riabilitare politicamente l’organizzazione. “Hamas non deve mai più avere un ruolo nella politica palestinese”,  ha scritto Alkhatib.

“Dovrebbe affrontare una resa dei conti analoga a quella che la Germania nazista dovette affrontare dopo la sua sconfitta nella Seconda guerra mondiale, o che i regimi baathisti in Iraq e Siria dovettero affrontare dopo il loro crollo. Perché a un’organizzazione terroristica sconfitta, che ha inflitto danni enormi al proprio popolo, ai Paesi vicini e all’intera regione, dovrebbe essere concessa una via d’uscita o una possibilità di reinserimento politico? Quale possibile programma elettorale potrebbe mai presentare Hamas per essere presa in considerazione alle elezioni palestinesi? Ancora guerra e jihad (“guerra santa”)? Ancora fallimenti nella gestione del governo? Ancora corruzione e appropriazione degli aiuti? Hamas è una forza ormai esaurita, un’entità logorata e ormai compromessa, un relitto politico che non può essere né riparato né riconvertito”.

Alkhatib ha rilevato la necessità, per la politica palestinese, di avviare un processo di “deradicalizzazione e di dotarsi di un nuovo assetto capace di imparare dagli errori del passato”, anziché rafforzare le fazioni responsabili di catastrofi ripetutesi nel corso degli anni.

E ha poi aggiunto: “I governi occidentali, le élite e gli osservatori continuano a mostrare una sorprendente ingenuità nei confronti del Medio Oriente, della cultura politica araba e dei movimenti animati da un’ideologia. La democrazia non consiste semplicemente nel recarsi alle urne. Significa costruire una tradizione democratica, una società libera, un sistema mediatico aperto e una cultura civica che non sia guidata dall’ideologia, dalla religione o dall’estremismo. Vent’anni fa, sotto un’amministrazione repubblicana, gli Stati Uniti commisero un grave errore facendo pressione perché si tenessero elezioni che prevedessero anche la partecipazione di Hamas. L’amministrazione Trump ripeterà ancora una volta lo stesso errore?”

Gli Stati Uniti dovrebbero saperlo bene.

Nel 2006, Hamas fu ammessa senza condizioni alle elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese, ottenendo 74 dei 132 seggi. Un anno dopo, il movimento prese con la forza il controllo della Striscia di Gaza, estromettendo l’Autorità palestinese.

L’errore del 2006 non deve essere ripetuto. Il problema dell’approccio occidentale di allora era la convinzione che la partecipazione alle elezioni avrebbe moderato Hamas. È accaduto invece il contrario: Hamas ha utilizzato le elezioni per ottenere legittimità e potere, mantenendo al contempo le proprie armi, la propria ideologia e la propria infrastruttura terroristica.

Non c’è motivo di credere che oggi le cose sarebbero diverse. Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) potrebbero persino accettare condizioni formulate ad arte pur di poter partecipare. Potrebbero arrivare al punto di dichiararsi favorevoli alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele. Diranno tutto ciò che sarà necessario per riuscire a varcare la soglia della politica.

Le questioni fondamentali sono in realtà molto più semplici: Hamas, la Jihad islamica palestinese (PIJ) e le altre organizzazioni terroristiche palestinesi riconosceranno il diritto di Israele a esistere? Rinunceranno al terrorismo? Deporranno tutte le armi? Smantelleranno le proprie ali militari? Rinunceranno al jihad come strumento per eliminare Israele?

A meno che la risposta a tutte queste domande non sia un “sì” inequivocabile, i terroristi non dovrebbero avere alcun ruolo nelle elezioni, nel governo o nei processi decisionali palestinesi.

Dopo il 7 ottobre 2023, la comunità internazionale dovrebbe interrogarsi su come estromettere Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) dalla vita politica e militare palestinese, non su come consentire loro di ottenere seggi in Parlamento.

La nuova alleanza politica palestinese che sta prendendo forma dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per gli Stati Uniti, l’Europa e per chiunque speri nell’emergere di una leadership palestinese moderata e pacifica dopo il massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, perpetrato da Hamas.

Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), la “Corrente riformista” di Fatah guidata da Mohammed Dahlan, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP) e altre fazioni palestinesi stanno discutendo della formazione di una lista elettorale comune e ampia con cui presentarsi alle elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese dell’Autorità Palestinese (AP), previste per il prossimo 28 novembre.

Questa nuova lista viene promossa come un progetto di “unità nazionale” palestinese. Più precisamente, si tratta del tentativo di riportare le organizzazioni terroristiche nella vita politica palestinese attraverso il voto.

Le fazioni coinvolte nei colloqui dichiarano di sostenere la formazione di una “ampia alleanza nazionale” in vista delle consultazioni elettorali. Secondo quanto affermano, le elezioni rappresenterebbero un’opportunità per realizzare “l’unità nazionale”, porre fine alle divisioni tra i palestinesi e riorganizzare le istituzioni dell’Autorità Palestinese sulla base della partecipazione e del consenso.

 Unità con chi?

Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) sono organizzazioni terroristiche islamiste che negano il diritto di Israele a esistere. Hamas è stata responsabile, insieme ad altri palestinesi, delle atrocità del 7 ottobre. La PIJ, organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran, ha partecipato a innumerevoli attentati terroristici contro Israele. Ora, a quanto pare, queste organizzazioni vengono invitate a reinventarsi come partiti politici.

Lo sviluppo più significativo è la notizia secondo cui la PIJ avrebbe deciso, in linea di principio, di partecipare all’alleanza. La PIJ non ha mai preso parte in precedenza alle elezioni parlamentari dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, si starebbe preparando all’eventualità di invitare i propri membri a iscriversi nelle liste elettorali o ad aggiornare i propri dati.

La Jihad Islamica Palestinese si è improvvisamente trasformata in un’organizzazione politica pacifica? Difficile crederlo. Una fonte di alto livello della PIJ ha ribadito esplicitamente che l’organizzazione non ha nemmeno abbandonato la propria opposizione agli Accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’OLP nel 1993 e nel 1995. La PIJ sembra dunque interessata a partecipare alle elezioni senza modificare l’ideologia che ne ha definito l’identità sin dalla nascita, 45 anni fa.

La sorpresa, tuttavia, non sta nel fatto che Hamas e la PIJ cercano una legittimazione politica. Le organizzazioni terroristiche hanno da tempo compreso che le elezioni e le istituzioni politiche possono essere utilizzate come strumenti per raggiungere obiettivi che non sono riuscite a conseguire attraverso il terrorismo.

La vera sorpresa è Mohammed Dahlan.

Dahlan, ex comandante delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e alto esponente di Fatah, residente ad Abu Dhabi, è da anni descritto da alcuni esponenti occidentali e arabi come una figura palestinese “pragmatica” e “moderata”. Il suo nome è stato più volte indicato come possibile successore del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e, più recentemente, è emerso nelle discussioni su chi potrebbe avere un ruolo nella futura amministrazione della Striscia di Gaza.

Ora la fazione di Dahlan sta valutando di presentarsi alle elezioni in alleanza con Hamas e la PIJ. Come recita un vecchio adagio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.”

Chi promuove Dahlan come alternativa moderata ad Abbas dovrebbe chiedersi perché una figura palestinese ritenuta pragmatica sarebbe disposta a stringere un’alleanza elettorale con organizzazioni terroristiche islamiste. Dovrebbe inoltre chiedersi se sia davvero la persona che immagina di contribuire all’amministrazione della Striscia di Gaza.

C’è un altro aspetto preoccupante in questa vicenda: il ruolo dell’Egitto. I colloqui si stanno svolgendo al Cairo sotto l’egida egiziana, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere “l’unità nazionale” palestinese. Secondo fonti egiziane, il Cairo starebbe inoltre cercando di organizzare colloqui tra la fazione di Fatah guidata da Abbas e Hamas, con l’obiettivo di raggiungere una “formula condivisa” sulle elezioni, compresa una nuova modalità di partecipazione di Hamas.

Perché mai l’Egitto dovrebbe cercare una formula che faciliti il ritorno di Hamas nella politica palestinese? Non dovrebbero forse l’Egitto e il resto della comunità internazionale chiedere invece ad Hamas e alla Jihad Islamica Palestinese di deporre le armi, smantellare le proprie strutture militari e uscire dalla vita politica palestinese?

Se questa è “l’unità nazionale” palestinese, forse i palestinesi farebbero meglio a farne a meno.

Non dovrebbe esserci alcun ruolo politico per i responsabili del massacro del 7 ottobre. Non dovrebbe esserci alcuna ricompensa politica per le organizzazioni che hanno portato morte e distruzione sia agli israeliani sia ai palestinesi. Non dovrebbe esserci spazio in Parlamento né riabilitazione politica per i gruppi terroristici sostenuti dall’Iran.

Il rischio è che l’alleanza proposta possa ottenere alle prossime elezioni un risultato tale da diventare la forza dominante nel Consiglio Legislativo Palestinese.

L’analista politico palestinese Hilal Nassar, scrivendo a proposito dell’alleanza emergente, ha rilevato che questa potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più ampio di un semplice accordo elettorale temporaneo. Ha delineato l’ipotesi di un possibile blocco che riunisca forze islamiste, di Sinistra, nazionaliste e indipendenti, in grado di modificare l’attuale establishment politico palestinese e, forse, di proporsi in futuro come alternativa all’Autorità Palestinese e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP):

“L’alleanza è considerata un unico blocco politico che riunisce tutti i palestinesi, con le loro diverse sensibilità, correnti e convinzioni, sotto un’unica denominazione, e potrebbe rappresentare un’alternativa all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e all’Autorità Palestinese, che da molti anni non sono riuscite a unificare le fila palestinesi.

“È possibile, anzi, certo, che l’alleanza punti a ristrutturare il panorama politico e a partecipare alla definizione della visione politica e delle decisioni nazionali. L’alleanza potrebbe portare a una trasformazione storica del sistema politico palestinese”.

La nuova alleanza per “l’unità” palestinese attualmente in fase di progettazione potrebbe far sì che, anziché produrre nuovi leader palestinesi moderati, le elezioni portino alla formazione di un Parlamento in cui Hamas, la PIJ e altri gruppi contrari a qualsiasi compromesso diventino importanti artefici degli equilibri politici e rappresentanti dei palestinesi.

È davvero questo ciò che vogliono Washington e i suoi alleati occidentali? I governi occidentali stanno ancora una volta coltivando l’illusione che le organizzazioni terroristiche islamiste possano trasformarsi in legittimi partiti politici?

I membri di Hamas possono togliersi le uniformi militari e indossare completi eleganti. Gli operativi della PIJ possono sostituire i fucili con i manifesti elettorali. Possono parlare di democrazia, elezioni e partecipazione politica. Nulla di tutto questo cambia necessariamente i loro propositi.

Ahmed Fouad Alkhatib, stimato analista palestinese-americano originario di Gaza e noto oppositore di Hamas, ha messo in guardia proprio contro una simile riabilitazione politica.

“Hamas sta già subendo una trasformazione politica?” si è chiesto, mettendo in guardia dal rischio che si stia profilando un “disastro orchestrato dall’Occidente”, nel quale gli sforzi per chiamare Hamas a rispondere delle proprie azioni vengano sostituiti da tentativi di riabilitare politicamente l’organizzazione. “Hamas non deve mai più avere un ruolo nella politica palestinese”,  ha scritto Alkhatib.

“Dovrebbe affrontare una resa dei conti analoga a quella che la Germania nazista dovette affrontare dopo la sua sconfitta nella Seconda guerra mondiale, o che i regimi baathisti in Iraq e Siria dovettero affrontare dopo il loro crollo. Perché a un’organizzazione terroristica sconfitta, che ha inflitto danni enormi al proprio popolo, ai Paesi vicini e all’intera regione, dovrebbe essere concessa una via d’uscita o una possibilità di reinserimento politico? Quale possibile programma elettorale potrebbe mai presentare Hamas per essere presa in considerazione alle elezioni palestinesi? Ancora guerra e jihad (“guerra santa”)? Ancora fallimenti nella gestione del governo? Ancora corruzione e appropriazione degli aiuti? Hamas è una forza ormai esaurita, un’entità logorata e ormai compromessa, un relitto politico che non può essere né riparato né riconvertito”.

Alkhatib ha rilevato la necessità, per la politica palestinese, di avviare un processo di “deradicalizzazione e di dotarsi di un nuovo assetto capace di imparare dagli errori del passato”, anziché rafforzare le fazioni responsabili di catastrofi ripetutesi nel corso degli anni.

E ha poi aggiunto: “I governi occidentali, le élite e gli osservatori continuano a mostrare una sorprendente ingenuità nei confronti del Medio Oriente, della cultura politica araba e dei movimenti animati da un’ideologia. La democrazia non consiste semplicemente nel recarsi alle urne. Significa costruire una tradizione democratica, una società libera, un sistema mediatico aperto e una cultura civica che non sia guidata dall’ideologia, dalla religione o dall’estremismo. Vent’anni fa, sotto un’amministrazione repubblicana, gli Stati Uniti commisero un grave errore facendo pressione perché si tenessero elezioni che prevedessero anche la partecipazione di Hamas. L’amministrazione Trump ripeterà ancora una volta lo stesso errore?”

Gli Stati Uniti dovrebbero saperlo bene.

Nel 2006, Hamas fu ammessa senza condizioni alle elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese, ottenendo 74 dei 132 seggi. Un anno dopo, il movimento prese con la forza il controllo della Striscia di Gaza, estromettendo l’Autorità palestinese.

L’errore del 2006 non deve essere ripetuto. Il problema dell’approccio occidentale di allora era la convinzione che la partecipazione alle elezioni avrebbe moderato Hamas. È accaduto invece il contrario: Hamas ha utilizzato le elezioni per ottenere legittimità e potere, mantenendo al contempo le proprie armi, la propria ideologia e la propria infrastruttura terroristica.

Non c’è motivo di credere che oggi le cose sarebbero diverse. Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) potrebbero persino accettare condizioni formulate ad arte pur di poter partecipare. Potrebbero arrivare al punto di dichiararsi favorevoli alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele. Diranno tutto ciò che sarà necessario per riuscire a varcare la soglia della politica.

Le questioni fondamentali sono in realtà molto più semplici: Hamas, la Jihad islamica palestinese (PIJ) e le altre organizzazioni terroristiche palestinesi riconosceranno il diritto di Israele a esistere? Rinunceranno al terrorismo? Deporranno tutte le armi? Smantelleranno le proprie ali militari? Rinunceranno al jihad come strumento per eliminare Israele?

A meno che la risposta a tutte queste domande non sia un “sì” inequivocabile, i terroristi non dovrebbero avere alcun ruolo nelle elezioni, nel governo o nei processi decisionali palestinesi.

Dopo il 7 ottobre 2023, la comunità internazionale dovrebbe interrogarsi su come estromettere Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) dalla vita politica e militare palestinese, non su come consentire loro di ottenere seggi in Parlamento.

(*) Tratto da Gatestone Institute

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

 

Aggiornato il 31 agosto 2026 alle ore 09:56