Intervista a Elliot Abrams su Donald Trump
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“Il risultato più significativo ottenuto finora da Donald Trump? La chiusura del confine e la forte riduzione dell’immigrazione clandestina”. Parola di Elliot Abrams. Esponente di spicco della cultura neocon, è stato consigliere di Ronald Reagan per otto anni e successivamente assistente speciale di George W. Bush. Subito dopo l’attacco alle Twin Towers assunse la funzione di senior director del Consiglio di sicurezza nazionale. Oggi è membro del Council on Foreign Relations, uno dei più influenti think tank americani, e insegna alla Georgetown University. Il professore si ferma un attimo, come per precisare il giudizio appena espresso. Poi aggiunge: “La stretta sugli immigrati sta producendo anche alcuni effetti negativi. Risulta sempre più discussa, perché sta creando difficoltà in diversi comparti dell’economia, a partire dal settore dei servizi dove i datori di lavoro lamentano difficoltà nel reperire personale. Resta inoltre da valutare quale impatto una politica di questo tipo potrà avere sul futuro orientamento di voto della numerosa comunità ispanica”.

Se dovesse indicare il terreno sul quale l’amministrazione sta incontrando le maggiori difficoltà?

Direi quello economico. Fino a oggi, Trump non è riuscito a ottenere i risultati sperati sul fronte dell’inflazione. Questo sta alimentando una certa delusione tra i suoi elettori, che confidavano in un miglioramento delle proprie condizioni finanziarie. Il presidente era convinto − oggi forse un po’ meno − che la politica dei dazi avrebbe riequilibrato gli scambi, soprattutto con l’Europa, contribuendo a rilanciare l’imprenditoria americana. Finora i risultati sono stati in parte deludenti rispetto alle aspettative.

In Europa molti osservatori sostengono che Trump abbia indebolito i meccanismi istituzionali di controllo e di equilibrio alla base della democrazia americana.

La democrazia americana è solida. È vero che il presidente ha cercato, in alcune occasioni, di modificare gli equilibri tra i poteri, ma ha incontrato la reazione dei Tribunali Federali e della Corte Suprema. È riuscito, invece, a ridimensionare, almeno in parte, il ruolo del Congresso, ma in questo caso non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Tensioni tra Casa Bianca e Congresso si sono già verificate sotto presidenti di entrambi gli schieramenti.

Al di qua dell’Atlantico si pensa che Donald Trump abbia trasformato in modo permanente il Partito Repubblicano.

Definirlo permanente sarebbe prematuro, ma certamente Trump ne ha modificato profondamente la base di riferimento. Oggi il Partito Repubblicano è più vicino alla classe operaia e ai lavoratori, mentre i Democratici si caratterizzano sempre più per un forte radicamento nelle aree urbane e tra i settori dell’élite culturale ed economica.

Esiste una dottrina coerente di Trump in politica estera o la sua strategia è segnata soprattutto dall’imprevedibilità?

L’imprevedibilità è certamente una componente del carattere politico del presidente, e lo riconoscono anche i suoi più stretti collaboratori. Trump tende a modificare posizioni e obiettivi con una certa frequenza e talvolta in modo repentino. Per il tycoon le alleanze sembrano avere un peso diverso rispetto alle tradizioni della politica estera americana. Anche il rapporto con alcuni alleati europei, compreso quello con il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ne è un esempio. La sua impostazione parte dall’idea che ogni nazione debba innanzitutto tutelare i propri interessi e massimizzare i propri vantaggi economici. Il resto conta molto meno.

Trump considera ancora la Nato un’alleanza vitale per gli Stati Uniti?

Molti dei suoi consiglieri la considerano tale, mentre il presidente sembra attribuire oggi alla Natoun valore strategico diverso rispetto a quello tradizionalmente riconosciuto dalla politica estera americana. Egli intende accelerare il ritiro delle truppe presenti in Europa. A mio avviso, sarebbe un errore sottovalutarne l’importanza, perché una simile impostazione potrebbe produrre conseguenze nel lungo periodo.

Sulla guerra in Ucraina dalla Casa Bianca sono arrivati segnali contrastanti.

Purtroppo sì. L’approccio di Trump alla questione ucraina è stato piuttosto altalenante. Finora ha evitato di assumere un impegno costante a sostegno di Kiev. Questo atteggiamento, a mio giudizio, non ha contribuito a favorire una rapida soluzione del conflitto.

Qual è la vera strategia di Trump nei confronti della Cina: confronto, contenimento o ricerca di un nuovo equilibrio?

Penso che Trump sia intenzionato a costruire un nuovo equilibrio con Pechino. Da ciò che dice e fa, sembra convinto che anche Xi Jinping possa essere interessato a un’intesa di questo tipo.

Un’ultima domanda. Qual è l’eredità che Trump lascerà dopo il 2029?

Credo che uno degli aspetti più delicati riguarderà i rapporti con gli alleati tradizionali, soprattutto con l’Europa. L’amministrazione Trump ha modificato profondamente queste relazioni. In futuro sarà probabilmente necessario un lungo lavoro diplomatico per ricostruire pienamente la fiducia e ricucire alcune delle distanze emerse in questi anni.

Aggiornato il 31 agosto 2026 alle ore 10:00