Perché la propaganda anti-occidentale usa le crepe di Euman
La guerra d’attrito imposta dal Cremlino all’Ucraina non si combatte solo lungo il fango del Donbas, ma si estende nelle maglie amministrative ed etiche dell’Europa occidentale. Un’inchiesta di Die Zeit ha riacceso i riflettori sui casi di militari ucraini che hanno abbandonato i moduli di addestramento della missione europea Euman sul territorio tedesco. Subito l’apparato di disinformazione filo-russo ha tentato di trasformare singole vicende personali nel sintomo di un collasso imminente dell’esercito di Kyiv e del fallimento del sostegno euro-atlantico.
La realtà, letta con le lenti del diritto internazionale e della finanza pubblica della difesa, restituisce invece un quadro ben diverso: la fisiologica tensione di una democrazia in guerra alle prese con la complessità dello Stato di diritto ospitante. I numeri impongono immediata chiarezza ed equilibrio.
Le autorità della Sassonia-Anhalt – Land che ospita il centro di Altengrabow – hanno registrato circa ottanta casi di allontanamento ingiustificato. Parlare di centinaia di fughe su scala nazionale rimane una stima mediazioni-giornalistica priva di un conteggio ufficiale della Bundeswehr. Ma anche accettando le proiezioni più elevate, la percentuale rispetto agli oltre 29.000 militari ucraini formati con successo in Germania rimane marginale. L’amplificazione mediatica cerca di nascondere questo denominatore imponente per dipingere un quadro di rigetto di massa della mobilitazione. Ogni forza armata impegnata in un conflitto ad alta intensità affronta sacche di sfinimento psico-fisico e casi di diserzione.
Elevare singoli percorsi personali – condizionati da abusi, paura o motivazioni etiche – a prova di un cedimento strutturale della società ucraina significa cadere in una grossolana manipolazione cognitiva. La vera lezione che l’Unione Europea deve trarre dal dossier Euman attiene alla sovranità amministrativa e alla sicurezza giuridica. Quando il contingente di uno Stato terzo in guerra entra nel territorio dell’Ue per essere addestrato, si crea una sovrapposizione complessa tra il Codice penale militare del Paese d’origine e lo Stato di diritto della nazione ospitante. La Bundeswehr organizza e cura la dottrina tattica, ma le sue forze armate non esercitano poteri di polizia militare o di custodia coercitiva sui soldati di Kyiv. Nel momento in cui una recluta lascia il perimetro della base per motivi sanitari o logistici, entra nell'ordinamento civile europeo. In questa zona grigia – in cui la protezione temporanea accordata ai rifugiati si incrocia con le procedure d'asilo individuali – le norme democratiche impediscono estradizioni arbitrarie o scorciatoie repressive.
Per l’Occidente, la tentazione di cedere a narrazioni disfattiste sarebbe un errore di prospettiva strategica grave. L’Ucraina sta difendendo i confini orientali dell’architettura di sicurezza euro-atlantica. Che la sua mobilitazione presenti attriti e fragilità non deve sorprendere: dimostra che Kyiv non è un regime totalitario capace di annullare l’individuo come fa la Russia, ma una democrazia imperfetta che combatte per la propria sopravvivenza.
La risposta dei partner europei e degli Stati Uniti non deve essere il disimpegno, bensì un affinamento dei protocolli istituzionali e d'intelligence con le autorità ucraine. Trasparenza statistica, supporto psicologico mirato nelle basi operative ed efficienza amministrativa sono i veri antidoti all'interferenza russa.
L’Europa liberale e riformista ha il dovere politico e finanziario di continuare a garantire l’addestramento e gli equipaggiamenti necessari: la tenuta delle nostre democrazie si misura anche dalla capacità di gestire queste crepe senza perdere il senso della bussola strategica.
Aggiornato il 27 agosto 2026 alle ore 15:00
