Profondità geografica vs profondità strategica
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La sicurezza di Israele alla luce della nuova ondata antisemita

Qualsiasi analisi del conflitto attualmente in corso in Medio-Oriente non può evitare di porsi una domanda drastica: l’attuale politica israeliana in Cisgiordania e il rifiuto di prendere in esame - una volta che sia stato sottratto ad Hamas il controllo della striscia di Gaza - la nascita di uno Stato palestinese aumenta realmente la sicurezza di Israele come il suo attuale governo ritiene?

Esiste un modo piuttosto singolare di eludere questa domanda, e consiste nel sottrarsi alla discussione sulla politica israeliana in Cisgiordania. Alcuni analisti, infatti, pur riconoscendo in linea di principio che sia legittimo criticare il governo Netanyahu, sostengono che Israele, essendo uno Stato sovrano minacciato nella propria sicurezza, ha il diritto di stabilire autonomamente quali siano le strategie necessarie alla propria difesa. Da qui il passo successivo: sostenere che l’espansione degli insediamenti possa essere controproducente e che la nascita di uno Stato palestinese, a determinate condizioni, possa contribuire alla sicurezza israeliana significherebbe non comprendere la natura della minaccia che grava sullo Stato ebraico e persino, nelle versioni più estreme di questo ragionamento, anche farsi portatori più o meno in buona fede d’idee antisemite.

Ebbene, si tratta di un argomento capzioso, perché se Israele ha il pieno diritto di scegliere la propria politica di sicurezza, esattamente come qualsiasi altro Stato democratico, da questo non deriva che le scelte compiute da un governo siano necessariamente quelle che la garantiscono meglio. Se non si potesse mettere in discussione quest’assunto cruciale non avrebbe più senso discutere della politica estera di nessun governo: qualsiasi scelta potrebbe infatti essere sottratta alla critica per il semplice fatto di essere stata adottata dall'autorità cui compete adottarla.

Il fatto che una domanda simile sia cruciale e realistica, oltre che pienamente legittima, è avvalorata da alcune circostanza salienti. Nel maggio 2021, durante il conflitto fra Israele e Hamas, l’Anti-Defamation League registrò negli Stati Uniti 387 episodi antisemiti. Ben 297 si verificarono fra il 10 maggio, giorno d’inizio delle operazioni militari, e la fine del mese: il 141 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In 117 casi comparivano riferimenti espliciti a Israele o al sionismo.

Il dato forse più significativo è che, anche eliminando dal calcolo gli episodi contenenti quei riferimenti espliciti, rimaneva comunque un aumento del 46 per cento.

Qualcosa di ancora più evidente avvenne in Gran Bretagna. Il Community Security Trust – un’organizzazione senza scopo di lucro la sua missione principale è proteggere la comunità ebraica britannica dall'antisemitismo – registrò, nel maggio 2021, 661 episodi antisemiti, allora il massimo mensile mai rilevato, giungendo alla conclusione che le grandi crisi che coinvolgono Israele incidono regolarmente sui livelli dell’odio antiebraico rivolto contro le comunità della diaspora.

Questi dati non dimostrano che le decisioni del governo israeliano siano la causa dell’antisemitismo, che esiste da oltre duemila anni, ma che esse possono accrescere la portata e l’influenza dell’antisemitismo sulla politica dei paesi tradizionalmente alleati di Israele, perché eventi collegati al conflitto israelo-palestinese possono funzionare da fattori scatenanti o amplificatori di un antisemitismo preesistente.

E a rilevarlo sono anche organizzazioni impegnate precisamente nella lotta contro l’antisemitismo. La colpa resta di chi odia e nulla di tutto questo attenua la responsabilità morale dell’antisemita. Se qualcuno vede alla televisione ciò che accade a Gaza o in Cisgiordania e decide per questo di insultare un ebreo a Londra, aggredirlo a Parigi o imbrattare una sinagoga a Roma, la responsabilità è interamente sua. Non di Netanyahu, non del governo israeliano e tanto meno dell’ebreo aggredito. Attribuire agli ebrei la responsabilità delle decisioni dello Stato d’Israele costituisce anzi uno dei passaggi attraverso i quali una critica politica può trasformarsi in autentico antisemitismo.

Cercare di capire perché l’odio antisemita stia crescendo non comporta però l’assoluzione di chi odia, ma costituisce solo un tentativo di comprendere quale potrebbe essere il modo migliore per evitare l’incremento degli effetti di quest’odio, e poiché nuove ondate di antisemitismo possono ripercuotersi in modo drammatico sia sugli ebrei della diaspora sia sulla storia futura di Israele questo tipo di analisi politica dovrebbe essere considerata prioritaria per chiunque abbia a cuore il futuro di Israele e di ogni altra democrazia occidentale.

È possibile sostenere in perfetta buona fede che uno Stato palestinese costituirebbe un rischio inaccettabile, ma è possibile sostenere, altrettanto legittimamente, che l’occupazione indefinita e la progressiva frammentazione del territorio palestinese producano rischi ancora maggiori. Trasformare questa seconda posizione in una manifestazione di ostilità verso Israele o, peggio ancora, assimilarla a una forma più o meno consapevole di antisemitismo, significa sottrarre alla discussione proprio ciò che dovrebbe essere discusso.

La sicurezza di uno Stato non dipende soltanto dalla linea sulla quale schiera i propri soldati, ma anche da quanti nemici possiede, da quanti alleati può mobilitare, dalla solidità della propria economia, dall’accesso alle tecnologie, dalla capacità di ottenere armi durante una guerra, dalla legittimità internazionale delle proprie azioni e dalla disponibilità di altre nazioni a rischiare qualcosa per difenderlo. Chi attribuisce un peso determinante a questi fattori non è un nemico di Israele, ma solo qualcuno che teme le conseguenze del suo isolamento internazionale, anche perché questo accrescerebbe il rischio non marginale di prolungare un conflitto dove il numero di morti potrebbe ancora crescere, da entrambe le parti, in modo esponenziale.

Per questo la discussione sulla Cisgiordania non dovrebbe essere ridotta alla contrapposizione fra chi difende Israele e chi vorrebbe costringerlo a fare concessioni. La domanda dovrebbe invece essere: quale politica difende meglio Israele e il suo sistema di alleanze con le democrazie occidentali?

La Cisgiordania offre profondità geografica, ma gli Stati Uniti e l’Occidente offrono profondità strategica. La scelta realmente importante per Israele non è dunque fra sicurezza e concessioni ai palestinesi: è stabilire quale combinazione di territorio, pace, deterrenza e alleanze garantisca meglio la sicurezza dello Stato ebraico nell’immediato, ma anche fra venti o cinquant'anni.

E sotto questo profilo la politica attuale del governo israeliano contiene un rischio che chiunque abbia a cuore la sicurezza di Israele dovrebbe prendere sul serio. Uno Stato poco esteso, circondato da un ambiente storicamente e drasticamente ostile, può combattere guerre vittoriose e compiere operazioni militari efficaci; ma non dovrebbe equiparare la conquista di uno spazio territoriale alla conquista di una maggiore sicurezza, perché ci sono circostanze storiche in cui quest’equiparazione può rivelarsi illusoria.

In particolare, essa può rivelarsi tale quando rischia di spostare l’opinione pubblica di molti paesi che sono tradizionalmente suoi alleati in virtù della condivisione di comuni valori democratici verso posizioni sempre più anti-israeliane, perché nessun governo democratico può permettersi il lusso di rimanere indifferente agli umori e alle convinzioni – giuste, sbagliate o esecrabili che siano – della maggioranza dei propri cittadini e perché nessun paese può oggi, in un mondo globalizzato, tutelare la propria sicurezza prescindendo da un solido sistema di alleanze.

(*) Leggi qui la prima parte

Aggiornato il 27 agosto 2026 alle ore 11:01